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Scozia: radici cattoliche e indipendenza

Lo scrittore Paolo Gulisano, appassionato conoscitore della nazione, analizza il referendum sull’indipendenza dal Regno Unito alla luce di vicende storiche e retaggi religiosi

Si avvicina la data del 18 settembre, la quale potrebbe rappresentare un crocevia di portata storica per la Gran Bretagna. Quel giorno infatti la Scozia andrà al voto per un referendum, nel quale si chiede agli elettori di pronunciarsi in favore o contro l’indipendenza dal Regno Unito. Laddove prevalesse la volontà di rendere la Scozia indipendente, l’attuale regina Elisabetta diventerebbe l’ultima sovrana del Regno di Gran Bretagna, nato dall’unione della Scozia all’Inghilterra nel 1707. Unione consumatasi a seguito di violenze e vessazioni, comportando persino la rimozione coatta delle radici cattoliche della Scozia. Echi storici dalle acredini mai sopite risuonano dunque tra le valli scozzesi, e penetrano nei seggi elettorali. A dieci giorni dal voto, il polso della situazione prova a misurarlo uno dei maggiori conoscitori della Scozia in Italia, Paolo Gulisano, autore del libro Il cardo e la croce. La Scozia: una storia di fede e di libertà (ed. Il Cerchio, 1998).

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Dott. Gulisano, la fierezza e il nazionalismo scozzese hanno origini lontane. È giusto affermare che, in una sorta di eterogenesi dei fini, la forte identità nazionale scozzese sia nata proprio grazie agli inglesi?

La lunga storia di occupazione e di conflitto con l’Inghilterra è stata importante nella definizione di una identità scozzese. Tra il XIII e il XIV secolo gli inglesi guidati da Edoardo I Plantageneto aggredirono e repressero la Scozia, tanto che Edoardo fu definito “martellatore degli scozzesi”, nomignolo che appare scolpito ancora oggi nella sua tomba nell’Abbazia di Westminster. Ebbene, il grande scrittore inglese G.K. Chesterton – che per altro aveva da parte di madre origini scozzesi – affermava: “In effetti, egli li percosse sull’incudine e li forgiò a guisa di spada”. Secoli più tardi, tuttavia, vi fu una sorta di “anno zero” nel 1746, data dell’ultima insurrezione giacobita con cui la Scozia tentò di conquistare la libertà, poiché gli inglesi attuarono una politica liberticida tesa a sradicare l’identità scozzese: fu sostituito il nome Scozia con quello di “North Britain”; furono messi fuori legge l’uso del kilt e della cornamusa. Persino fu effettuata una pulizia etnica nelle Highlands, che erano il cuore anche religioso, cattolico della Scozia. Nonostante tutto ciò, gli scozzesi hanno saputo resistere all’omologazione e agli inizi del XXI secolo la loro identità culturale e sociale emerge ancora nitidamente.

A proposito del cuore religioso della Scozia, poco conosciuto è il legame tra questa terra e la Chiesa cattolica…

Il cattolicesimo diede un apporto fondamentale all’identità di questo popolo a partire dalla stessa bandiera nazionale, che è la croce di Sant’Andrea. Nel 1320, in un’abbazia benedettina fu redatto un documento straordinario, la Dichiarazione di Arbroath – che anticipa di secoli i trattati sui diritti dell’uomo e delle nazioni – con il quale si chiedeva a papa Giovanni XXII di farsi garante del diritto alla Scozia di esistere come nazione indipendente al cospetto di Dio e degli uomini. Il Pontefice accolse questa richiesta dichiarando la Scozia Specialis Filia Romanae Ecclesiae.

Legame che fu lacerato dalla Riforma protestante?

Esattamente. La soppressione da parte di Enrico VIII di ogni legame con Roma fece decadere di conseguenza anche il titolo conferito dal Papa alla Scozia, motivo per cui questa terra tornò ad essere oggetto delle brame di espansione dell’Inghilterra. Il protestantesimo penetrò dunque in Scozia – come una sorta di instrumentum regni per demolire l’identità cattolica del suo popolo – non sottoforma di anglicanesimo ma sotto la forma violenta e iconoclasta del calvinismo del predicatore John Knox. Londra sovvenzionò quest’uomo animato da un utopismo rancoroso, che aspirava a realizzare una comunità di perfetti, che adorava il Libro della Parola e detestava ferocemente ogni manifestazione dell’Incarnazione di Dio, a cominciare dall’Eucaristia. Odiava la Messa, che riteneva “un rito superstizioso e blasfemo”. I suoi seguaci in pochi anni rasero al suolo tutti i monasteri e le più insigni chiese e cattedrali. Una civiltà fu ridotta in rovine.

Nel corso del XX secolo la presenza cattolica in Scozia è significativamente aumentata. A suo avviso quanto pesa questo dato sul crescente aumento delle istanze indipendentiste del Paese?

Pesa tantissimo. La Chiesa in Scozia rimase fuorilegge dalla Riforma protestante fino al 1829, quando lentamente iniziò a “uscire dalle catacombe”, pur rimanendo una presenza minoritaria. Più tardi con la seconda rivoluzione industriale arrivarono gli immigrati irlandesi che portarono un forte apporto di cattolicesimo. Oggi comunque i cattolici in Scozia non superano il 16% della popolazione, sono ancora una minoranza, ma molto significativa a livello elettorale. Gran parte dei cattolici scozzesi sono a favore dell’indipendenza, tanti dirigenti dello Scottish National Party sono cattolici e in tal senso basti pensare a Stephen Noon, responsabile della campagna elettorale per l’indipendenza. Molti anni fa questo sarebbe stato impensabile perché in Scozia per lunghi anni, malgrado il riconoscimento della Chiesa cattolica, rimase un clima di forte discriminazione verso i cattolici.

Passando dalla Dichiarazione di Arbroath ai giorni nostri. Come interpreta i messaggi letti dai vescovi di Glasgow ed Edimburgo al termine delle Messe della scorsa settimana in cui invitano gli elettori a recarsi alle urne per il referendum?

Sono un segnale importante. I vescovi hanno ovviamente a cuore il bene del loro gregge e della Scozia tutta. Va detto che la Chiesa di Scozia è sempre stata leale verso le istituzioni del Regno Unito, non può certo esser accusata di aver mai fatto un’attività sediziosa, tuttavia tra i cattolici scozzesi è sempre serpeggiata una certa sensibilità indipendentista anche per via delle forti discriminazioni subite nel corso dei secoli.

A suo avviso dunque tra le righe dei messaggi dei vescovi si legge una posizione filo-indipendentista?

Credo tutto sommato di sì. Sulla stampa cattolica scozzese in questi mesi si è osservato un equilibrio, lo spazio è stato concesso equamente ai favorevoli alla scissione dal Regno Unito e ai contrari. Credo però che questi messaggi dei vescovi siano un prudente ma reale appoggio al desiderio d’indipendenza che viene dal Paese.

I sondaggi indicano che gli indipendentisti sono in rimonta, si profila dunque un testa a testa. Secondo lei come andrà a finire?

Io non faccio mistero che – per l’amore che ho per questa terra cui ho dedicato anche un libro e che visito praticamente ogni anno – faccio il tifo per l’indipendenza. Mi auguro davvero che possa vincere lo Yes. Certo non sarà facile, perché da mesi Londra manda messaggi mediante i suoi media tendenti a far paura agli elettori, del tipo: “se ve ne andate, vi impoverirete”. Per quella che è la mia esperienza, la grande maggioranza degli scozzesi ha sentimenti indipendentisti. Se si dovesse votare con il cuore, ben pochi scozzesi si sentirebbero di votare “no”. Il problema è che potrebbe prevalere un approccio più pragmatico, perché il timore diffuso è che da un punto di vista economico, come recita del resto lo slogan degli unionisti, “togheter is better” (insieme è meglio). C’è poi da dire che Alex Salmond, leader dello Scottish National Party, è un profilo di leader molto tranquillo, poco propenso alle urla. E sappiamo che spesso in politica la moderazione non paga. Io invece mi auguro che la “forza tranquilla” che lo Scottish National Party rappresenta possa far breccia nella società civile. È un’occasione unica, tra l’altro, che la Scozia ha di riconciliarsi col proprio passato e con le proprie radici.

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