Dona Adesso

Il messale sull’altare

Nella maggior parte delle Messe il messale non va collocato prima della presentazione dei doni

La Chiesa come sacramento

Vedere la Chiesa come un sacramento ci aiuta ad avere una visione più definita dei sette sacramenti nel contesto della Chiesa stessa

Celebrare la Messa senza il popolo

Il sacerdote non può officiare il Sacrificio eucaristico senza la partecipazione di almeno qualche fedele, se non per giusta e ragionevole causa

La postura durante la Comunione

Le norme liturgiche permettono ancora di inginocchiarsi, pur lasciando alle Conferenze Episcopali sufficiente libertà per emettere nuove norme, non per vietarlo

Due amboni in una stessa chiesa?

Non vi è nulla nei documenti ufficiali che legittimi il doppio ambone nelle chiese, tuttavia è una caratteristica frequente

Uso del corporale

Il più sacro fra i lini dell’altare va sempre usato ovunque venga celebrata una Messa

Lunghezza di una Messa feriale

Classici teologi morali, come Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, ritenevano che farla durare meno di 15 minuti costituisse persino un grave peccato

Menzionare il Santo del giorno

Se ci sono valide motivazioni pastorali, il sacerdote potrebbe persino ricordare un santo del Martirologio Romano

Lo spazio dell’accoglienza

Questo antico elemento architettonico finito in disuso, è stato rivalorizzato in seguito al Concilio Vaticano II

Le genuflessioni dei concelebranti

I sacerdoti concelebranti devono fare la genuflessione prima di prendere il calice, specialmente se hanno già consumato l’ostia?

Mistero della fede

Quale significato assumono le parole al termine della consacrazione?

Prima Comunione senza sfoggio

Quando Battesimi e Prime Comunioni degenerano in eventi sociali rischiano di non far concentrare sull’essenziale

L’omelia deve essere scritta?

La “Evangelii Gaudium” può essere un’ottima chiave di lettura per individuare gli elementi di una vera comunicazione della fede

L’uso della stola

Risponde padre Edward McNamara, L.C., professore di Teologia e direttore spirituale

Gradi di benedizioni

Risponde padre Edward McNamara, L.C., professore di Teologia e direttore spirituale

Il segno della pace

Risponde padre Edward McNamara, L.C., professore di Teologia e direttore spirituale

L’arte di celebrare: cosa significa?

ROMA, martedì, 20 settembre 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo di don Enrico Finotti, parroco di S. Maria del Carmine in Rovereto (TN), apparso sulla rivista formativa Liturgia ‘culmen et fons’ di giugno 2010.

La musica sacra e il canto liturgico nel Vaticano II

ROMA, lunedì, 22 agosto 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo di don Enrico Finotti, parroco di S. Maria del Carmine in Rovereto (TN), apparso sulla rivista formativa Liturgia ‘culmen et fons’ .

La normativa liturgica riguardante il tabernacolo (III parte)

ROMA, mercoledì, 27 luglio 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la seconda parte di un articolo di don Enrico Finotti, parroco di S. Maria del Carmine in Rovereto (TN), apparso sulla rivista formativa Liturgia “culmen et fons” di giugno 2011.

Il senso teologico del tabernacolo (II parte)

ROMA, domenica, 17 luglio 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la seconda parte di un articolo di don Enrico Finotti, parroco di S. Maria del Carmine in Rovereto (TN), apparso sulla rivista formativa Liturgia “culmen et fons” di giugno 2011.

Il Triduo Pasquale: la Pasqua celebrata in tre giorni

ROMA, martedì, 19 aprile 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito una riflessione di don Enrico Finotti – parroco di S. Maria del Carmine in Rovereto (TN) – apparsa sulla rivista Liturgia ‘culmen et fons’.

 

 

L’altare nella storia

ROMA, lunedì, 7 febbraio 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo a firma di don Enrico Finotti, parroco di S. Maria del Carmine in S. Maria a Rovereto (TN), apparso sulla rivista LITURGIA ‘CULMEN ET FONS’ di dicembre 2010.

 

Il mistero della Presentazione del Signore

ROMA, martedì, 1° febbraio 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’articolo a firma di don Enrico Finotti, parroco di S. Maria del Carmine in Rovereto (TN), che apparirà sulla rivista Liturgia ‘culmen et fons’

 

Il Mistero del Natale

ROMA, mercoledì, 22 dicembre 2010 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito una riflessione di don Enrico Finotti, parroco di S. Maria del Carmine a Rovereto (Trento), che apparirà prossimamente sulla rivista di formazione liturgica “Liturgia ‘culmen et fons’”.

La liturgia nel Santuario celeste e nel tempo della Chiesa

ROMA, sabato, 6 novembre 2010 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito una riflessione di don Enrico Finotti, parroco di S. Maria del Carmine a Rovereto (Trento), tratta dal volume “La centralità della liturgia nella storia della salvezza” (Edizioni “Fede & Cultura”).

La teologia delle esequie cristiane

ROMA, giovedì, 28 ottobre 2010 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito una riflessione di don Enrico Finotti, parroco di S. Maria del Carmine a Rovereto (Trento), che apparirà prossimamente sulla rivista di formazione liturgica “Liturgia ‘culmen et fons’”.

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Benedetto e Gregorio: le colonne della liturgia latina

ROMA, giovedì, 7 ottobre 2010 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito una riflessione di don Enrico Finotti, parroco di S. Maria del Carmine a Rovereto (prov. Trento), contenuta nel libro “La centralità della liturgia nella storia della salvezza” (Edizioni Fede e Cultura, 2009).

 

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Fin dai primissimi tempi la liturgia della Chiesa si espresse in due forme, tra loro connesse, in modo che l’una sia l’estensione e l’approfondimento dell’altra. Si tratta della liturgia ordinaria del popolo di Dio e, al suo interno, quella più specifica degli asceti e delle vergini. La prima celebra i divini misteri nel tessuto della vita di ogni giorno, seguendo i ritmi e le situazioni in cui si trova la comunità cristiana, l’altra prepara e prolunga nei tempi e approfondisce nei contenuti i misteri celebrati nella riunione domenicale e feriale, che tutti accomuna. Questa due modalità, che rispondono a specifiche sensibilità spirituali e a diversa disponibilità di tempo e di lavoro, convivono dentro la comunità cristiana e si intrecciano, come espressioni legittime e complementari della liturgia quotidiana e settimanale della Chiesa locale. In tal modo l’intera assemblea liturgia riceve permanentemente il beneficio e la testimonianza di una dedizione cultuale più intensa ed estesa, a contatto con la vita della comunità, che gli asceti offrivano a Dio per il bene e il progresso di tutti i fratelli nella fede. Essi, infatti, anticipavano nella lode e nella meditazione, la convocazione di tutto il popolo con i suoi pastori, e la estendevano poi in altre ore del giorno e della notte, impossibili a chi viveva nei normali ritmi giornalieri. Gli asceti e le vergini non vivevano quindi da estranei alla loro comunità cristiana, ma erano pienamente inseriti in essa e stavano in primo piano nella comune celebrazione dei divini Misteri, dai quali i fedeli laici attingevano la forza per il loro impegno secolare e gli asceti la luce per una vita spirituale più intensa e fervente.

Con l’avvento della libertà religiosa queste pratiche ulteriori, che nei primi secoli erano per lo più facoltative e fatte solo dai più zelanti, ricevono una più precisa organizzazione sia nei riti, come nelle persone che le assolvono e si avviano verso una forma sempre più istituzionalizzata. Questa situazione, più evoluta, è già evidente nella Chiesa di Gerusalemme del IV secolo, secondo il noto diario della pellegrina spagnola Egeria.

Ebbene, queste due diverse intensità nell’esercizio del culto sono all’origine della due fondamentali forme liturgiche, comuni in Oriente e in Occidente, designate oggi come: la liturgia cattedrale e la liturgia monastica. La prima scaturisce dal modulo tipico dei riti rivolti all’assemblea di tutto il popolo, la seconda deriva da quelle forme supplementari, consentite solo ad alcuni, gli asceti e le vergini. Un esempio di composizione di queste due forme lo si può individuare nella Liturgia delle Ore, dove, le Lodi, i Vespri e la Veglia domenicale, si ritengono appartenenti all’antico ufficio cattedrale, mentre le Ore minori diurne (terza, sesta, nona compieta) e l’Ufficio notturno feriale si configurano come sviluppi successivi dell’Ufficiatura monastica. [1]

In seguito, con la nascita e la crescente affermazione del monachesimo e soprattutto col passaggio dalla forma eremitica a quella cenobitica, la liturgia monastica tende a separarsi notevolmente dal seno della Chiesa locale e ad esprimersi sempre più in ambienti diversi e con forme proprie, più consone al carisma specificatamente contemplativo. Si giungerà così, nell’alto medioevo, alla realizzazione matura di quelli che saranno i due luoghi precipui della vita della Chiesa e dell’irradiazione evangelica: la città con la liturgia della sua cattedrale e il monastero con la liturgia abbaziale. Qui le due forme liturgiche potranno percorrere strade distinte in strutture rispettivamente più adatte e con un diverso tipo di assemblea liturgica: quella del popolo e quella dei monaci. Questa opportunità consentirà alle due forme – cattedrale e monastica – di raggiungere una maggiore identità e di esprimersi con una propria genialità, ma produrrà anche una più profonda divaricazione tra monaci e laici.

In questo quadro storico i due grandi, Benedetto e Gregorio, emergono quali personalità rappresentative delle due forme liturgiche: Benedetto è il simbolo della liturgia monastica, Gregorio è il simbolo della liturgia cattedrale.

In verità essi assurgono anche ad essere i paladini dell’intera vita ecclesiale dell’Occidente. Infatti, la loro persona è strettamente collegata alle due Regole, che essi hanno donato alla Chiesa. La Regola monastica di san Benedetto organizza il monachesimo occidentale e pone le basi costitutive delle abbazie; La Regola pastorale di san Gregorio Magno, imposta la pastorale occidentale e pone le basi della vita diocesana e dei suoi pastori.

La liturgia monastica, in primo luogo, privilegia il monito evangelico del pregare incessantemente (1 Ts 5,17) e si impegna ad una assolvenza tendenzialmente piena dell’intero salterio e di un più ampio lezionario biblico. Ciò è reso possibile da un regime di vita consono alla contemplazione, diurna e notturna, e si può realizzare solo in ambienti adatti a questo scopo, col supporto di una comunità che condivida preghiera, lavoro e riposo. Gli Angeli che contemplano sempre il volto di Dio ne sono icona e la vita celeste ne è modello. L’intimità totale con Dio e l’olocausto della verginità, la fusione sinfonica nella comunità, unita all’abnegazione di se stessi, delineano il cuore del monaco e offrono il clima spirituale più idoneo per l’attuazione del canto corale e regolare delle lodi divine. Soprattutto dopo la fine della grandi persecuzioni si sentì l’esigenza di non rinunciare a quella radicalità evangelica che era caratteristica delle origini eroiche del cristianesimo e, di fronte all’inevitabile allentamento della preghiera in un popolo cristiano sempre più numeroso, ma con conversioni talvolta sommarie, si intese conservare la generosità degli inizi con una vigorosa proposta esistenziale, che tenesse vivo lo spirito della primitiva comunità cristiana. In tal senso la liturgia monastica, in tutte le sue variabili, costituisce un bacino di spiritualità irrinunciabile per la santità e l’elevazione qualitativa dell’intero popolo di Dio. San Benedetto è l’interprete insuperato della liturgia monastica occidentale e il suo carisma è descritto con rara eloquenza in uno dei responsori più belli dell’Ufficio Romano, che si canta proprio nella sua festa dell’11 luglio:

Benedetto e Gregorio: le colonne della liturgia latina

ROMA, giovedì, 7 ottobre 2010 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito una riflessione di don Enrico Finotti, parroco di S. Maria del Carmine a Rovereto (prov. Trento), contenuta nel libro “La centralità della liturgia nella storia della salvezza” (Edizioni Fede e Cultura, 2009).

 

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Fin dai primissimi tempi la liturgia della Chiesa si espresse in due forme, tra loro connesse, in modo che l’una sia l’estensione e l’approfondimento dell’altra. Si tratta della liturgia ordinaria del popolo di Dio e, al suo interno, quella più specifica degli asceti e delle vergini. La prima celebra i divini misteri nel tessuto della vita di ogni giorno, seguendo i ritmi e le situazioni in cui si trova la comunità cristiana, l’altra prepara e prolunga nei tempi e approfondisce nei contenuti i misteri celebrati nella riunione domenicale e feriale, che tutti accomuna. Questa due modalità, che rispondono a specifiche sensibilità spirituali e a diversa disponibilità di tempo e di lavoro, convivono dentro la comunità cristiana e si intrecciano, come espressioni legittime e complementari della liturgia quotidiana e settimanale della Chiesa locale. In tal modo l’intera assemblea liturgia riceve permanentemente il beneficio e la testimonianza di una dedizione cultuale più intensa ed estesa, a contatto con la vita della comunità, che gli asceti offrivano a Dio per il bene e il progresso di tutti i fratelli nella fede. Essi, infatti, anticipavano nella lode e nella meditazione, la convocazione di tutto il popolo con i suoi pastori, e la estendevano poi in altre ore del giorno e della notte, impossibili a chi viveva nei normali ritmi giornalieri. Gli asceti e le vergini non vivevano quindi da estranei alla loro comunità cristiana, ma erano pienamente inseriti in essa e stavano in primo piano nella comune celebrazione dei divini Misteri, dai quali i fedeli laici attingevano la forza per il loro impegno secolare e gli asceti la luce per una vita spirituale più intensa e fervente.

Con l’avvento della libertà religiosa queste pratiche ulteriori, che nei primi secoli erano per lo più facoltative e fatte solo dai più zelanti, ricevono una più precisa organizzazione sia nei riti, come nelle persone che le assolvono e si avviano verso una forma sempre più istituzionalizzata. Questa situazione, più evoluta, è già evidente nella Chiesa di Gerusalemme del IV secolo, secondo il noto diario della pellegrina spagnola Egeria.

Ebbene, queste due diverse intensità nell’esercizio del culto sono all’origine della due fondamentali forme liturgiche, comuni in Oriente e in Occidente, designate oggi come: la liturgia cattedrale e la liturgia monastica. La prima scaturisce dal modulo tipico dei riti rivolti all’assemblea di tutto il popolo, la seconda deriva da quelle forme supplementari, consentite solo ad alcuni, gli asceti e le vergini. Un esempio di composizione di queste due forme lo si può individuare nella Liturgia delle Ore, dove, le Lodi, i Vespri e la Veglia domenicale, si ritengono appartenenti all’antico ufficio cattedrale, mentre le Ore minori diurne (terza, sesta, nona compieta) e l’Ufficio notturno feriale si configurano come sviluppi successivi dell’Ufficiatura monastica. [1]

In seguito, con la nascita e la crescente affermazione del monachesimo e soprattutto col passaggio dalla forma eremitica a quella cenobitica, la liturgia monastica tende a separarsi notevolmente dal seno della Chiesa locale e ad esprimersi sempre più in ambienti diversi e con forme proprie, più consone al carisma specificatamente contemplativo. Si giungerà così, nell’alto medioevo, alla realizzazione matura di quelli che saranno i due luoghi precipui della vita della Chiesa e dell’irradiazione evangelica: la città con la liturgia della sua cattedrale e il monastero con la liturgia abbaziale. Qui le due forme liturgiche potranno percorrere strade distinte in strutture rispettivamente più adatte e con un diverso tipo di assemblea liturgica: quella del popolo e quella dei monaci. Questa opportunità consentirà alle due forme – cattedrale e monastica – di raggiungere una maggiore identità e di esprimersi con una propria genialità, ma produrrà anche una più profonda divaricazione tra monaci e laici.

In questo quadro storico i due grandi, Benedetto e Gregorio, emergono quali personalità rappresentative delle due forme liturgiche: Benedetto è il simbolo della liturgia monastica, Gregorio è il simbolo della liturgia cattedrale.

In verità essi assurgono anche ad essere i paladini dell’intera vita ecclesiale dell’Occidente. Infatti, la loro persona è strettamente collegata alle due Regole, che essi hanno donato alla Chiesa. La Regola monastica di san Benedetto organizza il monachesimo occidentale e pone le basi costitutive delle abbazie; La Regola pastorale di san Gregorio Magno, imposta la pastorale occidentale e pone le basi della vita diocesana e dei suoi pastori.

La liturgia monastica, in primo luogo, privilegia il monito evangelico del pregare incessantemente (1 Ts 5,17) e si impegna ad una assolvenza tendenzialmente piena dell’intero salterio e di un più ampio lezionario biblico. Ciò è reso possibile da un regime di vita consono alla contemplazione, diurna e notturna, e si può realizzare solo in ambienti adatti a questo scopo, col supporto di una comunità che condivida preghiera, lavoro e riposo. Gli Angeli che contemplano sempre il volto di Dio ne sono icona e la vita celeste ne è modello. L’intimità totale con Dio e l’olocausto della verginità, la fusione sinfonica nella comunità, unita all’abnegazione di se stessi, delineano il cuore del monaco e offrono il clima spirituale più idoneo per l’attuazione del canto corale e regolare delle lodi divine. Soprattutto dopo la fine della grandi persecuzioni si sentì l’esigenza di non rinunciare a quella radicalità evangelica che era caratteristica delle origini eroiche del cristianesimo e, di fronte all’inevitabile allentamento della preghiera in un popolo cristiano sempre più numeroso, ma con conversioni talvolta sommarie, si intese conservare la generosità degli inizi con una vigorosa proposta esistenziale, che tenesse vivo lo spirito della primitiva comunità cristiana. In tal senso la liturgia monastica, in tutte le sue variabili, costituisce un bacino di spiritualità irrinunciabile per la santità e l’elevazione qualitativa dell’intero popolo di Dio. San Benedetto è l’interprete insuperato della liturgia monastica occidentale e il suo carisma è descritto con rara eloquenza in uno dei responsori più belli dell’Ufficio Romano, che si canta proprio nella sua festa dell’11 luglio: