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La riconciliazione tra Dio e l’uomo passa per la croce di Cristo

Durante la prima Predica d’Avvento, padre Raniero Cantalamessa sottolinea la necessità di rivalutare la “tenerezza” del Signore e rigettare l’idea di un cristianesimo “vissuto più come dovere che come dono”

La parola “pace” è di “dolorosa attualità”, eppure essa risuona “nel cuore di miliardi di persone”. Su questo tema, il predicatore della Casa Pontificia, padre Raniero Cantalamessa, ha articolato la prima predica d’Avvento di quest’anno, tenuta stamattina davanti a papa Francesco e ai membri della Curia Vaticana.

Quando si parla di pace, ha spiegato Cantalamessa, siamo generalmente portati a pensare a una “pace orizzontale: tra i popoli, tra le razze, le classi sociali, le religioni”. Eppure “la parola di  Dio ci insegna che la prima e più essenziale pace è quella verticale, tra cielo e terra, tra  Dio e l’umanità”.

La pace è quindi un “dono di Dio”, dal quale la pace tra gli uomini non può prescindere.</p>

La Scrittura (cfr. Rom 8,1) ci ricorda che, con la morte e Resurrezione di Gesù Cristo, “qualcosa è accaduto che ha cambiato il destino dell’umanità” e Dio ha rimesso la sua “condanna” sull’uomo.

Dopo il compimento del peccato originale, infatti, Dio non abbandona l’uomo “al suo destino, ma decide un nuovo piano per riconciliarlo con sé”.

Una metafora ‘tecnologica’ e moderna, può essere esemplificata nella modalità d’utilizzo dei navigatori satellitari: “Se a un certo punto l’autista non segue l’indicazione datagli dall’alto dal navigatore; svolta, per esempio, a sinistra, anziché a destra, il navigatore in pochi istanti gli traccia un nuovo itinerario, a partire dalla posizione in cui si trova, per giungere alla destinazione desiderata. Così ha fatto Dio con l’uomo, decidendo, dopo il peccato, il suo piano di redenzione”.

Pertanto Dio stabilisce una serie di “alleanze bibliche”, una sorta di “paci separate”, prima con singoli profeti – Noè, Abramo, Giacobbe – poi, “attraverso Mosè, con tutto Israele che diventa il popolo dell’alleanza”.

È con Gesù Cristo che l’alleanza – ora “nuova ed eterna” – si allarga a tutta l’umanità e la relativa “pace universale viene presentata come un ritorno alla pace iniziale dell’Eden”.

Non è un caso se la prima parola pronunciata dal Risorto sia proprio “pace” e che la stessa venga preannunciata al momento della Sua nascita: “Pace in terra agli uomini che  Dio ama!” (Lc 2, 14). In un certo senso tutto il “contenuto della redenzione” è “racchiuso in quella parola”.

La pace non è tuttavia possibile, se non si passa per la croce di Cristo: ciò avviene perché gli uomini, “peccando, avevano contratto con  Dio un debito e dovevano lottare contro il demonio che li teneva schiavi”; era necessario, quindi, “qualcuno che riunisse in se stesso colui che doveva combattere e colui che poteva vincere, e questo è ciò che è avvenuto con Cristo, Dio e uomo”.

Sulla croce è avvenuta la “riconciliazione tra Dio e gli uomini”: un sacrificio che supera la logica veterotestamentaria del “capro espiatorio”. La venuta di Gesù rovescia questo meccanismo: non è più l’uomo a dover pagare il prezzo del peccato ma è Dio stesso a farlo, caricando sulle proprie spalle il peso dei peccati dell’intera umanità.

Se in precedenza “il sacrificio di espiazione serviva a placare un  Dio irato per il peccato”, adesso non è l’uomo a prendere l’iniziativa ma “è  Dio ad agire affinché l’uomo desista dalla propria inimicizia contro di lui”.

Dopo la Resurrezione, la pace “diventa attiva e operante in noi mediante lo Spirito Santo” (cfr. Gv 20,22), tuttavia “la sorgente ultima della pace è la Trinità”, osserva padre Cantalamessa. Se, infatti, quasi tutte le religioni politeistiche parlano di “divinità in permanente stato di rivalità e di guerra tra di loro”, la Trinità, pur nel contesto di un “monoteismo assoluto”, rappresenta “bellezza e perfezione di relazioni”.

La riconciliazione tra uomo e Dio è comunque un’esigenza che si manifesta in ogni momento della storia, specie in un tempo come l’attuale, viziato dalla “immagine distorta che esso ha di  Dio”, che determina un “un cristianesimo spento, senza slancio e senza gioia, vissuto più come dovere che come dono”.

Facendo riferimento al restauro della Cappella Sistina, avvenuto 20 anni fa, che svelò “i colori vivaci e i contorni nitidi con cui era uscita dal pennello di Michelangelo”, Cantalamessa afferma: “Un restauro più urgente dell’immagine di  Dio Padre deve avvenire nel cuore degli uomini, compresi noi credenti”.

Nell’“inconscio umano collettivo”, invece, “si collega la volontà di  Dio a tutto ciò che è spiacevole, doloroso, a ciò che, in un modo o nell’altro, può essere visto come mutilante la libertà e lo sviluppo individuali. È un po’ come se Dio fosse nemico di ogni festa, gioia, piacere”.

La stessa parola “pietà”, che ripetiamo nell’invocazione all’inizio di ogni messa (Kyrie eleison) “è diventata tanto svilita da essere usata spesso in senso negativo, come qualcosa di meschino e di spregevole: “fare pietà”, uno spettacolo “pietoso”. In realtà essa sta a significare la “profonda tenerezza” che Dio ha verso di noi.

Scopriamo così un Dio “misericordioso e pietoso; lento all’ira e grande nell’amore” (Es 34,6), un “alleato e amico”, un “Padre tenerissimo” in grado di conquistare anche i cuori dei figli più distanti. “Il figlio ha preso il posto dello schiavo, l’amore quello del timore. È così che si è veramente riconciliati con   Dio, anche sul piano soggettivo ed esistenziale”, conclude poi padre Cantalamessa.

Per leggere il testo integrale della predica di padre Raniero Cantalamessa si può cliccare qui

About Luca Marcolivio

Roma, Italia Laurea in Scienze Politiche. Diploma di Specializzazione in Giornalismo. La Provincia Pavese. Radiocor - Il Sole 24 Ore. Il Giornale di Ostia. Ostia Oggi. Ostia Città (direttore). Eur Oggi. Messa e Meditazione. Sacerdos. Destra Italiana. Corrispondenza Romana. Radici Cristiane. Agenzia Sanitaria Italiana. L'Ottimista (direttore). Santini da Collezione (Hachette). I Santini della Madonna di Lourdes (McKay). Contro Garibaldi. Quello che a scuola non vi hanno raccontato (Vallecchi).

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