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“Il mio dolore vale ben poco rispetto a quello dei miei figli”

Antonella Zamboni racconta la sua splendida esperienza come mamma di tre bambini e affidataria di altri sette

Se le chiedi quando ha incominciato a sognare di fare quello che sta facendo oggi, Antonella risponde: “Mai, sarebbe stato da pazzi”. Tutto è partito in modo paradossale, da un lutto che è fiorito in qualcosa di molto grande: lì per lì c’era l’aborto spontaneo di un figlio e un dolore immenso da superare.

Un giorno lei torna a casa contrariata dopo il colloquio con gli assistenti sociali e si sfoga con il marito dicendogli. “ma questi devono essere pazzi, ora mi hanno chiesto se posso pensare di prendere un affido!”. Il marito la guarda e le risponde inaspettatamente: “perché no? Andiamo solo a vederlo questo corso per i volontari…”. Lei pensa: “oggi hanno tutti bevuto!”.

Qualche giorno dopo, però, decidono insieme di andare a curiosare: Antonella ne rimane conquistata insieme al marito, e oggi tiene in braccio Matteo, dieci anni, che parla orgoglioso di qual è il segreto che lo accomuna a papa Francesco: “io compio undici anni il giorno del suo compleanno, il 17 dicembre”. A casa intanto lo aspettano altri nove fratelli.

Antonella Zamboni, sposata con Irfo Andrea Borin e madre di famiglia, è anche direttrice dell’associazione Isola che c’è, “un gruppo formatosi intorno all’esigenza di trovarci tra genitori di bambini con problemi di salute inguaribili”; i bambini sono seguiti dall’Hospice pediatrico di Padova “Casa del bambino”. “Cerchiamo di fare rete anche con chi purtroppo non sempre ce la fa”, spiega Antonella intervistata da ZENIT.

A proposito di papa Francesco, cosa gli chiederebbe se potesse parlarci?

“Padova è la città del Santo (Sant’Antonio, ndr)… che bello se il Papa ci venisse a trovare! Chissà che bello, se i nostri bambini lo potessero vedere!

Come è arrivato Matteo?

Matteo è un bambino adottato: quando lui aveva sei mesi, ed era pronto per uscire dalla terapia intensiva, siamo stati contattati dai servizi sociali che ci chiedevano se volevamo accogliere un bambino con la sindrome di Ondine. Dieci anni fa era una malattia scoperta da pochissimo: la prima cosa che ho fatto è stato andare dalla mia pediatra e dirle: “senti, mi hanno chiesto di accogliere un bimbo così, ma tu ne sai qualcosa?”; “No, so solo che è una patologia del sonno, ma non ti so dire altro. Comunque se tu lo accogli, io sono al tuo fianco”. Dopo un po’ di giorni siamo andati a Padova a conoscere il bimbo. Mi ricordo sempre che in quella giornata c’era un sole meraviglioso – era il 17 giugno – e che quando l’ho visto, l’ho preso in braccio e me ne sono innamorata; poi di quello che la dottoressa ci spiegava non ho capito niente: per me era Matteo e era mio figlio, punto.

Qual è stata l’importanza delle cure palliative pediatriche per voi?

Ci sono stati momenti in cui la morte in faccia l’abbiamo vista più di una volta, ma l’importante è aver avuto le cure palliative pediatriche: è stata una cosa eccezionale, perché ci ha permesso di vivere tutta la nostra storia senza ansia né paura: siamo riusciti a viverla rendendoci conto di quello che ci succedeva, ma anche tranquilli. Questo è stato possibile sia a noi sia a lui: Matteo adesso va addirittura in piscina… avere qualcuno che ti supporta non è uno scherzo e quello di Padova in questo momento è l’unico centro così in Italia.

Come è stata possibile la scelta dell’affido?

Noi abbiamo tre figli naturali, Matteo e altri sei figli in accoglienza: dieci in tutto. Siamo partiti come famiglia affidataria da tredici anni, poi siamo diventati una casa-famiglia per poter accogliere anche bambini molto piccoli: l’ultimo, accolto una settimana fa, ha sei mesi. Io e mio marito abbiamo da sempre avuto l’idea di una grande famiglia. Abbiamo avuto i due figli maggiori e, quando è nato, il terzo si è trovato già in una famiglia allargata. Bruno aveva sei anni ed Elena tre, quando abbiamo intrapreso le prime accoglienze. Sono stati proprio i figli a supportarci: non sono mai stati gelosi, erano pronti a dividere la loro stanza e i loro giochi. Quando, come famiglia affidataria, siamo arrivati a tre accoglienze, mi sono resa conto che non ce la facevo più a lavorare e nemmeno a seguire i bambini: strafare non si può, bisogna fare le cose con coscienza. Lavoravo in ospedale e, ad un certo punto, ho detto ai miei figli: “Cosa dite, stanno arrivando altre richieste di bambini… La mamma non se la sente di fare due cose: o va al lavoro o accogliamo bambini. Voi cosa dite?”. Loro mi hanno detto: “Beh, puoi accogliere bambini”. Io ho ricordato subito: “Però guardate che c’è uno stipendio in meno, perciò le cose dovranno anche cambiare…”. Loro mi hanno detto: “Vabbé, non è che i soldi ci fanno felici, è più bello avere i bambini!”.

In seguito alla scelta di lasciare il lavoro ci sono stati dei problemi? Come li avete gestiti?

Certo, posso dire che io e mio marito non ci siamo mai lasciati prendere dallo sconforto, anche nel momento in cui di soldi ne giravano pochi. Però c’è sempre stato qualcuno che ci ha dato una mano: il negozio dove è avanzata roba, il signore che chiude il negozio e ci porta abiti da vestire, i vicini che ci dicono: “guarda, noi abbiamo dei vestiti in ottimo stato, li volete?”. Noi abbiamo visto che la solidarietà c’è, devi saperla anche accogliere, devi metterti nella posizione di accoglienza. Una cosa che a me ha sempre toccato molto, nei momenti in cui Matteo è stato male, sono state le preghiere delle persone: quanti hanno pregato per noi! La sensibilità dei sacerdoti della zona che si passavano parola per me è stata importantissima: non sentirsi abbandonati ti aiuta ad affrontare tutto.

Quali sono stati i momenti più duri?

I momenti più difficili sono quelli in cui ti trovi dentro alla malattia, quest’anno è stato importante per Matteo: abbiamo dovuto mettere il peacemaker, sono arrivate le crisi epilettiche, è arrivata l’iperinsulinemia, cosa a noi sconosciuta. È stato un momento molto difficile, durato più di un mese: subito dopo c’è stato il periodo in cui ci si doveva adattare con i farmaci, per cui sono arrivate anche le crisi depressive. In tutto questo c’è l’importanza di essere una famiglia unita: so che nel momento in cui sono in ospedale con Matteo, mia figlia di ventun anni si prende a carico degli altri insieme a mio marito e a Bruno. Inoltre, come padre e madre, dobbiamo anche aiutare i nostri figli a capire. Luigi, a volte, dice: “mamma, ma perché sempre a lui?”. Allora ti viene da rispondere: “ma porca miseria, è vero…”; invece no, a chiunque possono succedere cose così. Ormai quasi tutti i bambini sono con noi da anni, perciò vivono da fratelli, e per sostenersi tutti è importantissimo essere una famiglia unita: così puoi insegnare cosa significa ‘famiglia’, perché loro provengono da famiglie con disagi: solo se trasmetti positività, poi, si porteranno dietro qualche cosa, altrimenti no.

Genitori affidatari significa accompagnare questi figli solo per un pezzo di strada… Come avviene questo?

La cosa importante è accoglierli con affetto sincero: loro lo percepiscono e iniziano piano piano fidarsi di te. È logico, piano piano. Una delle ragazze mi diceva: “ma tu cosa vuoi che non sei mia madre?”. Io le dicevo: “guarda, non ho avuto bisogno di partorirti per volerti bene”. Oggi quando viene a trovarmi, sposata e mamma, mi dice: “Sai, adesso lo capisco, adesso lo capisco che mi volevi bene, perché sei stata tosta e non hai mai mollato!”. Una cosa limitante è sapere che prima o poi se ne andranno, e devi mettere in conto tutto il dolore che avrai, che non è semplice. Però io penso che il mio dolore vale ben poco a confronto del loro. Con qualcuno dei grandi che sono andati via, siamo riusciti a mantenere i contatti, ci sentiamo con la famiglia adottiva: lasciare loro questo messaggio di speranza, che non saranno da soli e ci saremo sempre, è importante; questo fa capire loro che è un affetto vero.

Dirsi le cose apertamente, guardando alla realtà delle cose per come sono, per voi è necessario…

Quando mi chiedono quanti figli ho, faccio fatica: a me viene da dire “dieci”, perché li sento tutti come miei figli. Un’assistente sociale mi diceva: “signora, ma lei non può paragonare un bambino in affido con un suo figlio, non può volergli bene allo stesso modo”. Io le ho detto: “sarò matta, ma io ci riesco”. Se tu ti rapporti ad accoglierli come tuoi figli allora diventa tutto più semplice. È logico che, così, quando partono, il dolore è anche più grande, ti metti in gioco in tutto, però, e penso che i bambini, soprattutto quando sono così piccoli, questo lo sentono. L’altra cosa che ti dicono è: “i figli in affido non dovrebbero mai chiamare “mamma” o “papà” la coppia di riferimento. Io ho sempre detto: “la mamma e il papà sono le parole di cui i bambini hanno bisogno”, quindi mi sono fatta sempre chiamare “mamma Antonella”: c’è una distinzione, io sono mamma, ma Antonella, con un nome, perché questo ti permette di ricordarti sempre che una mamma vera che ti ha partorito ce l’hai.

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