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Sapere per educare

Giusy D’Amico, presidente dell’Associazione ‘Non si tocca la famiglia’, interpreta il successo del convegno al Regina Apostolorum con l’esigenza di rifiutare “la dittatura del pensiero unico”

Ampio successo della due giorni di formazione per docenti, educatori e genitori che si è tenuto sabato e domenica, 7 e 8 marzo, presso l’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” dal titolo Sapere per educare. Partendo da un’analisi delle teorie di “genere”, si è giunti alla scoperta di buoni progetti educativi per la scuola e la famiglia. Tra i partecipanti, anche Giusy D’Amico, presidente dell’Associazione Non si tocca la famiglia, intervistata qui in basso.

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Sabato mattina all’Auditorium “Giovanni Paolo II” dell’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum”, abbiamo contato dopo alcune ore 550 presenze. Non è stato il solito convegno, o sbaglio?

È vero, non è stato il solito convegno che ti sottrae due o tre ore, è stata un’esperienza di ampio respiro, densa e carica di emozioni, relazioni, stimoli, propositi, progetti. Noi dell’associazione Non si tocca la famiglia, insieme al Comitato articolo 26 e alla Facoltà di Bioetica dell’APRA – così come tutte le altre associazioni che hanno collaborato con noi – sentivamo l’urgenza di un evento come questo. Abbiamo aggiunto sedie e accolto nuovi iscritti dopo che nella giornata di giovedì avevamo scelto di chiudere le iscrizioni, tutto questo è accaduto e ha coinvolto persone, specialisti dell’educazione, ospitato genitori e famiglie, per due giorni. Abbiamo fatto il pieno di formazione, di materiale anche cartaceo che abbiamo portato con noi, ci siamo confrontati ed interrogati nei gruppi di lavoro nei quali finalmente parlando ed ascoltando gli altri, abbiamo messo a fuoco, come iniziare a muoverci. Ma soprattutto, abbiamo fatto il pieno, di coraggio, consapevolezza, desiderio di metterci in gioco, voglia di riprenderci l’educazione dei nostri figli, avendo dato in appalto alla scuola ciò che spettava solo a noi!

Pensandoti, per un attimo, seduta su una qualunque delle poltrone dell’Auditorium ad assistere a questo convegno, quali sarebbero i tuoi appunti sull’ideologia gender?

Scriverei che, alla luce di un ragionamento scientifico e razionale, appare evidente che la teoria del gender vesta i panni di una vera e propria ideologia autoreferenziale, fondata su assiomi indimostrati. Come ci ha spiegato il prof. Massimo Gandolfini – cito il suo abstract –  “l’appartenenza sessuata di ciascun essere umano è un dato biologico indiscutibile, le cui fondamenta stanno nel nostro patrimonio genetico. Da questo derivano caratteristiche bioumorali (ormoni) e caratteristiche strutturali (organi ed apparati) che differenziano il sesso maschile dal femminile. La teoria di genere è una costruzione artificiale, senza nessuna base scientifica o biologica, che riduce l’uomo ad una sorta di essere vivente asessuato (o pansessuato), in grado di liberamente scegliere e di decidere a quale ‘genere’ appartenere”.

Pare che una delle osservazioni più ricorrenti da parte degli insegnanti presenti all’evento, specialmente durante i lavori di gruppo, sia stata che manca informazione.

È vero, abbiamo preso coscienza di quanta disinformazione c’è in noi e in tutti coloro che camminano al nostro fianco. E questo è stato utile e ci dà lo stimolo per uscire da un letale “silenzio assenso”. Non possiamo più giocare la parte di Pilato, dobbiamo farci portavoce delle buone battaglie di buon senso; non c’è spazio e voglia per quelle ideologiche. Non possiamo permetterci di avere paura del politically correct cui si inchina questa società relativista, questa silente dittatura del pensiero unico, perché la posta in gioco è troppo alta. Al tempo stesso, però, chi ha partecipato al convegno da oggi si sente meno solo nella difesa delle verità più profonde che abitano il cuore di ogni uomo.

E ora, che il convegno è finito, cosa si può fare?

In questo lungo tempo di preparazione, abbiamo logorato le soglie dei sapienti, interrogando, scrivendo, incontrando, volendo per primi sentire cosa gli altri avevano da dire, quali istanze emergevano da un tempo tanto confuso e minacciato. Nostra intenzione è intanto quella di dare voce a tutti coloro che hanno qualcosa da dire e da proporre, mettendo in rete, ad esempio, progetti buoni e belli di educazione all’affettività da proporre nelle scuole. Noi dell’associazione Non si tocca la famiglia, proporremo il nostro progetto nelle scuole medie e superiori che parta proprio dal film Un matrimonio di Pupi Avati, così carico di vita, di sapori antichi e sempre nuovi, che solo le grandi imprese della vita sanno regalare.

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Giorgia Brambilla è Professore aggregato presso l’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” – Facoltà di Bioetica e Specialista in Morale famigliare e sessuale

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