Mariella Enoc: donna e manager al servizio dei malati

L’incarico, la responsabilità, la fede: la nuova presidente del Cda del Bambino Gesù racconta come ha raccolto la sfida di guidare il più grande ospedale pediatrico d’Europa

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Mariella Enoc, 71 anni, novarese, da poche settimane è il nuovo presidente del consiglio di amministrazione dell’ospedale Bambino Gesù di Roma, che dipende dal Vaticano. Una nomina che ha fatto notizia. Se l’aspettava l’interessata? «A dire il vero lo temevo», confida. Già in questa risposta, asciutta e pacata, c’è molto del personaggio. Mariella Enoc, infatti, è una donna-manager tanto potente (lo dice il suo curriculum) quanto discreta e amante del basso profilo. Racconta a “Credere”: «Sono stata chiamata una prima volta dal Segretario di Stato, cardinale Piero Parolin, e nominata nel comitato di presidenza del Bambin Gesù. Poi è stata presa la decisione di cambiare il meccanismo di controllo dell’ente e il cardinale Parolin mi ha chiesto di assumerne la guida. In un primo momento ho rifiutato, a causa dei miei molti impegni. Ma alla fine ha vinto lui: ha saputo toccare motivazioni – l’amore alla Chiesa, il servizio…– rispetto alle quali era difficile dire di no».

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Il Bambin Gesù è molto noto ed è il più grande ospedale pediatrico d’Europa: una bella sfida…

«Punterò a far sì che in esso i bambini siano curati al meglio, che ci sia una grande attenzione alle loro famiglie e che sia garantito un alto livello di ricerca scientifica. Ma tutto questo non basta: occorre che si stabilisca un contesto diverso da quello di un “normale” ospedale. Parlo di una specifica attenzione ai bisogni delle persone».

La sua nomina è stata salutata come un segno di novità: finalmente la Chiesa valorizza una donna in una posizione di responsabilità.

«Il fatto di essere donna in questa nomina non c’entra. Non ho avvertito che io sia stata chiamata per quello, anche perché – me lo lasci dire – non mi avrebbe fatto molto piacere essere chiamata per quella semplice ragione….».

In quali ambiti, secondo lei, il “genio femminile” – come lo chiamava papa Wojtyla – può essere meglio valorizzato?

«Ovunque, in tutti i posti in cui occorrono dei laici. Gestire un ospedale, per esempio, è un compito da laico. Ora, che questi laici siano donne è molto importante, perché fino ad oggi si è andati quasi sempre su nomine di uomini. Quindi allargare la responsabilità alle donne credo sia un bel segno. Naturalmente ci vuole rispetto per la professionalità e le capacità della persona: se immaginassi di essere stata chiamata solo perché donna l’avvertirei come umiliante. Detto ciò, sono molto contenta di portare la mia componente femminile in questa avventura: faccio da anni il manager, ma indubbiamente non ho mai rinunciato a farlo da donna».

Chi ha contato nel suo cammino personale di fede?

«Una persona, di sicuro: il mio parroco, don Vittorio Piola, nell’età dell’adolescenza. Vengo da famiglia non credente. Don Vittorio, che era una persona straordinaria (in seguito sarebbe diventato vescovo di Biella), in quell’età mi ha cresciuto a una fede adulta, molto razionale, attenta alla dimensione dello studio, al pensiero,alla riflessione. L’altro personaggio-chiave è stato senza dubbio monsignor Aldo Dal Monte, vescovo di Novara, la mia diocesi, dal 1972 al 1990. Con lui ho avuto un rapporto davvero speciale. Dopo che aveva lasciato la diocesi, le sue condizioni di salute si fecero molto precarie; allora, con i miei genitori, abbiamo deciso di acquistare una casa sul Lago Maggiore ed è lì che egli ha trascorso gli ultimi 15 anni della sua vita. Infine non posso non citare una catechista: una maestra, molto semplice, ma che mi ha dato una testimonianza molto forte, un entusiasmo molto vivo. La ricordo sempre con grande riconoscenza».

Lei lavora nell’ambito della sanità. Come c’è arrivata?

«All’inizio degli studi – come tutti – pensavo a un percorso molto più “umanizzante”, a contatto con i malati (ho studiato Medicina). Poi, invece, ho fatto il manager, perché mi piaceva. Ho cominciato presto, in piccole realtà, facendo da subito l’amministratore delegato: si vede che sono nata con un cappello in testa (ride). Ed è diventato, man mano, un lavoro al quale mi sono molto appassionata. Le ultime avventure in cui mi sono coinvolta, aiutando ospedali religiosi a uscire da crisi economiche – l’ultimo il “Valduce” di Como che ho appena riportato al pareggio di bilancio – mi danno molta soddisfazione».

Cosa vuol dire per lei, da credente, lavorare in un mondo particolare come quello della sanità?

«Sì. È importante la dimensione dell’attenzione al malato come persona, ma io sono molto attenta anche ai posti di lavoro di coloro che operano in sanità. Credo, inoltre, che nella sanità cattolica la dimensione etica si coltiva non solo rispettando l’inizio e il fine della vita, ma anche dando il meglio della tecnologia».

Ha mai provato, sulla sua pelle, a stare “dall’altra parte della barricata”, come paziente?

«Tra i 25 e i 30 anni sono stata molto male e ho subito parecchi interventi chirurgici. Un’esperienza che posso considerare provvidenziale, anche se sono stati anni molto difficili».

Il 15 febbraio 2015 il “Corriere” titolava: « Ricovero di un bambino, costa troppo: i medici decidono per alzata di mano». Non è una sanità malata quella che si preoccupa di far tornare i conti sulla pelle dei malati?

«Oggi il nostro sistema sanitario, teoricamente molto bello, non riesce più a dare le risposte che dovrebbe. Sono convinta che occorra ripensarlo. So di dire una cosa impopolare, ma è così. Va rivisto e, nel farlo, occorre dare attenzione alle fasce più deboli».

A un giovane che sta per intraprendere il cammino di Medicina, cosa direbbe?

«Di essere un medico a tutto tondo. Oggi abbiamo una iper-specializzazione che rischia di far perdere di vista la globalità della persona».

E a uno che si appresta a iscriversi ad Economia?

«Consiglierei di pensare all’economia reale, non alla finanza. Abbiamo bisogno che ci sia una ripresa dell’industria, del manifatturiero, perché solo questo porta effettiva ricchezza. Quindi l’invito è a non farsi impressionare dal gioco della finanza, per quanto appassionante sia».

“Questa economia uccide”: si intitola così un recente libro-intervista al Papa. Secondo lei cosa non funziona nell’economia di oggi? Quali modelli etici alternativi potrebbero essere perseguibili?

«Siamo passati a un tipo di economia che sta riducendo molti in povertà o sulla soglia della povertà, a fronte di persone che accumulano molta ricchezza. Per cambiare, a mio avviso, non c’è bisogno di modelli “alternativi”, ma di puntare sulla responsabilità sociale. Ci sono molti imprenditori – lo lasci dire a me che sono stata presidente di Confindustria Piemonte e il mondo dell’impresa lo conosco – che hanno un grande senso di responsabilità. Altri no, purtroppo. E su questo fronte la Chiesa è chiamata ad un grande compito: finalmente sta alzando la voce contro chi evade le tasse o non paga correttamente i dipendenti. Rispettare le regole di fondo è il primo passo dell’etica. Prima di fare beneficienza, devo assicurare la giustizia nel luogo di lavoro».

Lei ha un’agenda pienissima. Come trova il tempo per pregare?

«La Messa della domenica è per me il fulcro di tutto. Ciò detto, mentirei se dicessi che recito il rosario tutti i giorni. Sono stata educata ad avere un atteggiamento interiore; a me bastano pochi, intensi momenti. L’ho imparato proprio da monsignor Dal Monte».

Ha un luogo di spiritualità cui è più legata?

«Mi è molto caro il monastero benedettino dell’isola di san Giulio fondato da Dal Monte e ho un sacro un legame molto, molto forte di amicizia con la badessa, madre Anna Maria Canopi».

C’è una frase della Bi
bbia che preferisce?

«La pagina dei discepoli di Emmaus: Gesù accompagna i discepoli da vicino, senza troppe parole. Un’esperienza che sento molto vicina alla mia».

Ultima domanda: pensa mai alla morte? E come si immagina il paradiso?

«Penso molto alla morte e, come persona umana, ne ho la giusta paura. Del Paradiso penso che non sia un luogo, ma l’immagino come un tornare nella grande armonia dell’amore».

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Fonte: Credere, giovedì 5 marzo 2015, pp.20-23

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Gerolamo Fazzini

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