Ordinario militare: non esiste società giusta senza cura dei poveri

Messa funebre per il Capitano Alessandro Romani, ucciso in Afghanistan

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di Roberta Sciamplicotti

ROMA, lunedì, 20 settembre 2010 (ZENIT.org).- Il sacrificio di Alessandro Romani, il giovane militare ucciso in Afghanistan venerdì, “è un ammonimento circa la necessità di abbandonare la mentalità che considera i poveri – persone e popoli – come fardello e come fastidiosi importuni”, perché “solo assieme a loro possiamo creare un mondo più giusto e per tutti più prospero”.
Lo ha dichiarato questo lunedì pomeriggio l’Ordinario militare per l’Italia, l’Arcivescovo Vincenzo Pelvi, nell’omelia della Messa funebre, celebrata nella Basilica romana di Santa Maria degli Angeli.

“Se vogliamo la pace, la costruiremo assicurando a tutti la possibilità di una crescita ragionevole: le ingiustizie, prima o poi, presentano il conto a tutti – ha detto il presule –. E’ da stolti costruire una casa dorata, ma con attorno il deserto o il degrado”.

Da ciò deve derivare “l’impegno a non distogliere mai l’attenzione dai progetti di sviluppo dei popoli, specialmente di quelli più bisognosi di aiuto”.

In una società mondiale, ha sottolineato l’Arcivescovo, “il bene comune e lo sviluppo integrale non possono essere conseguiti che con il contributo di tutti”.

“Chi vuole la pace la prepara da lontano, a partire dalle proprie responsabilità nei confronti della giustizia, fondamento del bene dell’umanità. In questo il grazie dell’Italia ai nostri militari, che, liberi dal proprio io, si espongono come lampada per i popoli martoriati dalla tirannia e dalla violenza con l’intento di rendere ospitale la casa dell’umanità”.

L’Arcivescovo ha definito la morte del militare “un’altra via crucis, nella quale il Dio vivente viene inchiodato dagli uomini in quella mortale immobilità, che ammutolisce ogni voce”.

Si è quindi riferito al Vangelo del giorno (Lc 8, 16-18), in cui Gesù ricorda che nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone sul candelabro perché chi entra veda la luce.

“Cristo è la luce del mondo, posta sul candelabro della Croce per illuminare coloro che sono nelle tenebre – ha dichiarato –. L’uomo, illuminato da Cristo, è come una lucerna”.

La luce di cui Gesù parla, ha aggiunto, “è quella dell’amore, dono gratuito di Dio, che viene a illuminare il cuore e a rischiarare l’intelligenza”.

A volte, ha riconosciuto l’Ordinario militare, si viene però assaliti dai dubbi. “Com’è possibile per me essere luce, quando non ho chiaro cosa farò domani, non so come mi devo comportare e quali decisioni prendere…”.

Forse, in alcuni casi, “siamo ciechi anche noi”, ha osservato, “ciechi nello sguardo interiore”.

“Sono cieco se non riesco a percepire delle cose la verità profonda e segreta, fatta di sacralità, bellezza, suggestione, di luce sepolta. Sono cieco se non ho lo sguardo di Cristo, pieno di stupore e di pietà, capace di raggiungere senza profanarlo il mistero di ogni creatura”.

“Gesù stesso è la luce che dispone non a subire, ma a fare della morte un atto, a viverla in quello stesso amore in cui egli ha vissuto”, ha affermato l’Arcivescovo. “Chi ha una ragione per vivere ha anche una ragione per morire”.

La bara del giovane Alessandro, “uomo delle Forze speciali che non amava parlare di sé, mai in cerca di gloria, sempre convinto del coraggio di esserci”, diventa quindi una “cattedra”, anche se “non sempre condivisa e riconosciuta”.

“Eppure è una cattedra da cui viene trasmesso un insegnamento che debella le tenebre dell’egoismo e fa trionfare la luce della solidarietà. Una cattedra che non respinge i poveri e gli emarginati ma insegna ad accogliere i più deboli, proprio i respinti, e li mette in cattedra”.

“Caro Alessandro, con la partecipazione alle missioni internazionali di sicurezza e di sviluppo, sei diventato, senza cercarlo, fiaccola per la nostra Patria e l’intera umanità. Con il dono della vita ti sei come issato sul candelabro per illuminare chi brancola nella notte dell’odio. Non ti sei curvato su te stesso, sulla tua storia, né ti sei preoccupato delle tue paure o delle tue ferite, perché avevi a cuore di restituire dignità umana a ogni persona”.

“Non possiamo deludere i nostri militari che donano la vita per rendere l’umanità una famiglia, superando diffidenza e solitudine, divisioni e discordie – ha concluso monsignor Pelvi –. La guerra non è mai inevitabile e la pace è sempre possibile. Anzi doverosa. E’ giunto il momento di una nuova primavera della storia, il momento di recuperare la fiducia, coltivare il dialogo, alimentare la solidarietà e l’amicizia tra i popoli”.

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ZENIT Staff

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