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Vaticano II: una rilettura “ecumenica”

Storici, cardinali e leader ortodossi e anglicani sono intervenuti al congresso internazionale promosso dal Pontificio Comitato di Scienze Storiche, a cinquant’anni dalla chiusura del Concilio

Il Paraclito e l’Islam

La trasformazione del termine greco “paràcletos” in “periclytòs” operata dall’Islam segna una nota di demarcazione religiosa fondamentale

Notizie buone e cattive dal mondo islamico

Fondamentalisti libici hanno ucciso il preside cristiano della Facoltà di Medicina di Sirte. Il sindaco di Nazareth musulmano propone invece che l’Annunciazione diventi festa civile e un missionario nelle Fillippine riceve un premio islamico

Settanta musulmani scrivono a Papa Francesco

La delegazione islamica presente all’incontro interreligioso degli amici di Chiara Lubich e dei Focolari, ha consegnato una lettera al Pontefice in cui ribadiscono l’impegno per il dialogo e la pace

La speranza oggi

Sei alte personalità del mondo ecumenico incontrano il popolo romano in un dibattito organizzato dalla comunità di Sant’Egidio

La vocazione del cuore

Il pensiero del cardinale Tomas Spidlik a confronto con la teologia di Giovanni Paolo II e del Concilio Vaticano II (Seconda parte)

Nascerà il Terra Sancta Museum

Alla presentazione del progetto, martedì 21 maggio 2013 alle ore 18, interverrà Fra Ibrahim Faltas

Nel nome di Chiara Lubich

A 5 anni dalla morte della fondatrice dei Focolari, un Convegno internazionale esplora la dimensione culturale del suo carisma

La barbarie che brucia le biblioteche

Gli estremisti hanno incendiato e distrutto due biblioteche di Timbuktu dove erano custoditi antichi manoscritti in lingua araba

Percorsi comuni per la famiglia

Famiglie musulmane e cristiane del Nord Italia s’incontrano a Brescia domenica 25 novembre

Lo Spirito di Assisi 2012

Lunedì 29 ottobre si terrà un incontro al Sacro convento, al quale interverrà il Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede

L’Islam in mezzo a noi

Convegno organizzato dalla Commissione per la Cooperazione Missionaria tra le Chiese della Conferenza Episcopale Calabra

SPECIALE ASSISI: L’allocuzione della Rappresentante dei non credenti o agnostici

ROMA, sabato, 29 ottobre 2011 (ZENIT.org).- Per chiudere il nostro speciale su Assisi, pubblichiamo di seguito l’allocuzione pronunciata dalla filosofa, psicanalista e scrittrice Julia Kristeva, rappresentante dei non credenti o agnostici.

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Cos’è l’umanesimo? Un grande punto di domanda sulla questione più seria? È nella tradizione europea, greco-giudaico-cristiana che si produce questa realtà, che continua al tempo stesso a promettere, a deludere, a rifondarsi.

Signore e Signori,
Le parole di Giovanni Paolo II, “Non abbiate paura!”, non sono indirizzate unicamente ai credenti, perché esse incoraggiavano a resistere al totalitarismo. L’appello di quel Papa, apostolo dei diritti umani, ci spinge anche a non temere la cultura europea, ma, al contrario, ad osare l’umanesimo: nel costruire delle complicità tra l’umanesimo cristiano e quello che, scaturito dal Rinascimento e dall’Illuminismo, ha l’ambizione di aprire le strade rischiose della libertà.

1. L’umanesimo del XXI secolo non è un teomorfismo. Né “valore”, né “fine” , l’Uomo con la maiuscola non esiste. Dopo la Shoah il Gulag, l’umanesimo ha il dovere di ricordare a uomini e donne che se, per un verso, noi ci riteniamo gli unici legislatori, è unicamente attraverso la continua messa in questione della nostra situazione personale, storica e sociale che noi possiamo decidere della società e della storia.

2. L’umanesimo è un processo di rifondazione permanente, che si sviluppa unicamente grazie a delle rotture che sono delle innovazioni. La memoria non riguarda il passato: la Bibbia, i Vangeli, il Corano, il Rigveda, il Tao, ci abitano al presente. Affinché l’umanesimo possa svilupparsi e rifondarsi, è giunto il momento di riprendere i codici morali costruiti nel corso della storia: senza indebolirli, per problematizzarli, rinnovandoli di fronte a nuove singolarità.

3. L’umanesimo è un femminismo. La liberazione dei desideri doveva condurre all’emancipazione delle donne. Le battaglie per una parità economica, giuridica e politica necessitano di una nuova riflessione sulla scelta e la responsabilità della maternità. La secolarizzazione è a tutt’oggi la sola civilizzazione che manchi di un discorso sulla realtà della madre. Questo legame passionale tra la madre e il bambino, attraverso il quale la biologia diviene senso, alterità e parola, è una “reliance” che, differente dalla funzione paterna e dalla religiosità, le completa, partecipando a pieno titolo all’etica umanista.

4. Poiché risveglia i desideri di libertà di uomini e donne, l’umanesimo ci insegna a prenderci cura di essi. La cura amorosa per l’altro, la cura della terra, dei giovani, dei malati, degli handicappati, degli anziani non autosufficienti, costituiscono delle esperienze interiori che creano delle nuove prossimità e delle solidarietà inattese. Non abbiamo un altro modo per accompagnare la rivoluzione antropologica, già annunciata dalla corsa in avanti delle scienze, dai procedimenti incontrollabili della tecnica e della finanza, e dall’incapacità del modello democratico piramidale a canalizzare le novità.

5. L’uomo non fa la storia, noi siamo la storia. Per la prima volta, l’homo sapiens è in grado di distruggere la terra e se stesso in nome delle proprie credenze, religioni o ideologie. Ugualmente per la prima volta gli uomini e le donne sono in grado di rivalutare in completa trasparenza la religiosità costitutiva dell’essere umano. L’incontro delle nostre diversità qui, ad Assisi, testimonia che l’ipotesi della distruzione non è l’unica possibile. Nessuno può sapere quali esseri umani succederanno a noi che siamo impegnati in questa transvalutazione antropologica e cosmica senza precedenti. La rifondazione dell’umanesimo non è un dogma provvidenziale né un gioco dello spirito, è una scommessa.

Signore e Signori, l’età del sospetto non è più sufficiente. Di fronte alle crisi e alle minacce che si aggravano, è giunta l’età della scommessa. Osiamo scommettere sul rinnovamento continuo delle capacità di uomini e donne a credere e a conoscere insieme. Affinché, nel “multiverso” bordato di vuoto, l’umanità possa perseguire ancora a lungo il proprio destino creativo.

SPECIALE ASSISI: Il Segretario Generale della Conferenza Internazionale degli Studiosi Islamici (ICIS)

ROMA, sabato, 29 ottobre 2011 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito il discorso del Dr. Kyai Haji Hasyim Muzadi, Segretario Generale della Conferenza Internazionale degli Studiosi Islamici (ICIS) e già Presidente di Nabdlatul Ulama (NU), pronunciato giovedì 27 ottobre nella città di San Francesco.

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In teoria, l’essenza e la finalità della presenza di religioni su questa terra è quella di rafforzare i valori e la dignità dell’umanità, la pace e il progresso del mondo, dal momento che una tale presenza è intesa non ad altro che ad illuminare l’umanità.

Tuttavia, la realtà dimostra che molti problemi tra gli uomini su questa terra derivano proprio da coloro che seguono una religione, sebbene ciò non significhi che i problemi che sorgono dagli uomini appartenenti ad una religione siano originati dalla religione stessa. Ciò accade semplicemente per il fatto che religioni autentiche, con i propri salutari insegnamenti, possono avere seguaci che non sono in grado di comprenderne il carattere salutare in maniera piena e completa.

Una mancanza di comprensione piena e completa degli insegnamenti delle religioni si verifica quando i rispettivi seguaci ne possiedono una comprensione solo parziale e non comprendono le relazioni tra religioni. Non vi è dubbio che l’errore nella conoscenza religiosa abbia portato alla distorsione della religione stessa. Ad esempio, se una comunità religiosa comprende male i propri riti o i propri concetti teologici, tale errore avrà conseguenze unicamente sui propri seguaci.

Quando invece essi sbagliano nel comprendere gli aspetti sociali della religione, allora l’errore finisce per avere conseguenze non solo sui propri seguaci,ma anche sull’intera società, nella forma di tensioni sociali o perfino di conflitti sociali. E tali conflitti sociali possono scivolare persino in forme di conflitto tra Stati nel mondo.

Ogni religione possiede la propria identità. Tra religioni vi sono somiglianze e differenze. Un carattere comune ad ogni religione è la speranza per la creazione di armonia tra gli uomini, pace, giustizia, prosperità e di un migliore livello di vita.

Ciò su cui le religioni si differenziano sono le questioni di teologia e di riti. Per questo, al fine di ottenere una durevole armonia e coesistenza tra religioni, non si dovrebbe e non si deve forzare a cambiare ciò che è diverso, e non si devono imporre quei punti di vista che non sono condivisi.

In questo modo può essere garantito il mantenimento di una coesistenza tra religioni, in accordo con ciascuna singola fede religiosa. Oltre al fattore della mancanza di comprensione adeguata delle religioni, vi sono altri fattori alla base dei conflitti che sorgono tra credenti; fattori che sono basati su interessi non religiosi, che si ammantano di insegnamenti religiosi e strumentalizzano la religione per obiettivi non religiosi.

Interessi al di là degli scopi religiosi, possono essere di natura politica, economica, culturale, o altri interessi non religiosi che sono presentati in modo da sembrare religiosi. Tali interessi possono nascere da gruppi specifici che dichiarano di essere animati da motivazioni religiose e si rifanno a temi religiosi.

Il nostro dovere, come comunità religiose, è di portare a tutti i credenti la libertà di comprendere veramente il proprio destino e di correggere le comprensioni errate della religione che portano a conflitti sociali tra l’umanità.

Inoltre, dobbiamo essere saggi per discernere quei problemi che possono essere definiti come religiosi, da quelli che si presentano abusivamente come problemi religiosi.

Molte volte, gli interessi delle autorità politiche sono etichettati come questioni religiose, mentre in realtà sono ben lontani dall’essere tali. A questo riguardo, dobbiamo identificare la religione come ciò che è al di sopra di tutti gli interessi. Se la religione sarà posta al di sopra degli interessi, allora servirà come un faro di speranza ricevuto dai nostri antenati. Al contrario, se le religioni sono poste al servizio di tali interessi, allora le comunità religiose saranno sempre in guerra tra di loro.

Per questo motivo, l’armonia tra i seguaci delle religioni deve iniziare dal cuore di ogni religione, presentato secondo un quadro pacifico, con l’obiettivo di ridurre i conflitti in questo mondo.

SPECIALE ASSISI: L’indirizzo pronunciato dal Rappresentante della Religione Hindu

ROMA, sabato, 29 ottobre 2011 (ZENIT.org).-Pubblichiamo di seguito l’indirizzo pronunciato dal Rappresentante della Religione Hindu, Acharya Shri Shrivatsa Goswami, dello Sri Radharamana Temple, Vrindavan, India, in occasione della Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo.                                             

SPECIALE ASSISI: Il discorso tenuto dal Portavoce della religione Ifu e Yoruba nel mondo

ROMA, sabato, 29 ottobre 2011 (ZENIT.org).- Riprendiamo il testo del discorso, che il professor Wande Abimbola, portavoce della religione Ifu e Yoruba nel mondo, ha tenuto giovedì 27 ottobre ad Assisi alla Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo, sul tema “Pellegrini della verità, pellegrini della pace”.

SPECIALE ASSISI: La testimonianza del Rabbino David Rosen

ROMA, sabato, 29 ottobre 2011 (ZENIT.org).- Riportiamo il testo del discorso pronunciato dal Rabbino David Rosen, Direttore del Dipartimento per gli Affari interreligiosi dell’American Jewish Committee (AJC), giovedì 27 ottobre ad Assisi.

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Un pellegrinaggio è, per definizione, molto più che un viaggio. Le parole ebraiche per pellegrinaggio sono “aliyah la’regel”, espressione che significa “salita a piedi”.

Il concetto biblico di ascesa aveva un significato al tempo stesso letterale e spirituale. Letterale, poiché si salivano i monti della Giudea sino a Gerusalemme, al Santo Tempio.

In ogni caso, il simbolismo fisico cercava di instillare nella coscienza del pellegrino una consapevolezza interiore di ascesa spirituale, di essere sempre più vicino a Dio e, di conseguenza, un accordo con il volere divino e con i comandamenti.

Questo concetto di pellegrinaggio, di ascesa, è centrale alla visione profetica dello stabilimento del Regno dei Cieli sulla terra – la visione messianica di pace universale.

Nelle parole del profeta Isaia: “Verranno molti popoli e diranno: «Andiamo e saliamo al monte del Signore, alla casa del Dio di Giacobbe, affinché egli ci insegni le sue vie e noi possiamo camminare nei suoi sentieri; poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore». Egli sarà giudice tra le nazioni e arbitro fra molti popoli; spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri e delle loro lance faranno falci. Una nazione non alzerà più la spada contro un’altra e non impareranno più l’arte della guerra” (Is 2,3-4).

E continua il profeta: “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello ; il leopardo si sdraierà con il bambino; il vitello e il leone pascoleranno insieme, e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme, i loro piccoli si sdraieranno insieme; il leone si ciberà di paglia, come il bue. Un lattante giocherà sulla buca di un serpente e un bambino metterà la sua mano nel covo di una vipera. Non faranno del male né distruggeranno in tutto il mio santo monte, poiché la terra sarà piena della conoscenza del Signore, come le acque ricoprono il mare” (11,6-9).

C’è un famoso commento del grande rabbino Meir Simcha di Dwinsk, vissuto un secolo fa. Egli osservava che questa visione di pace si era già realizzata una volta nella storia religiosa dell’umanità, all’interno dell’arca di Noè. Lì i predatori dovettero vivere da vegetariani e le loro potenziali prede poterono vivere in pace. Tuttavia, notava il rabbino, la profonda differenza tra la situazione dell’Arca di Noè e la visione di Isaia è che nell’arca di Noè non vi era possibilità di scelta. Quella era l’unica opzione disponibile per gli animali, al fine di sopravvivere al diluvio. La visione di Isaia invece nasce dalla “conoscenza del Signore”: è una visione che sgorga dalla più intima comprensione spirituale e dalla libera volontà. Per molti, nel mondo, la pace è una necessità pragmatica – e in effetti ciò è vero, non dobbiamo in alcun modo sminuire la benedizione che rappresenta per il nostro mondo un tale pragmatismo. Tuttavia, ciò che gli uomini e le donne di fede cercano e ciò a cui anelano,“salire alla montagna del Signore” è un’idea di pace quale espressione sublime della volontà divina e dell’immagine divina nella quale ogni essere umano è creato.

Per aver dimostrato questa aspirazione in una maniera così visibile, qui in Assisi, 25 anni fa, noi abbiamo un debito di gratitudine alla memoria del Beato Giovanni Paolo II e dobbiamo essere profondamente grati al suo successore, Papa Benedetto XVI per aver continuato questo cammino.

I saggi del Talmud ci insegnano che pace non solo è il nome di Dio (Shabbat b, cfr. Gdc ,24),ma è anche il prerequisito indispensabile per la redenzione, come sta scritto (Is ,7): “Egli annuncia la pace…egli annuncia la salvezza” (Deuter. Rabbah 20,10). Inoltre, i nostri saggi sottolineano che non vi è altro valore per cercare il quale siamo obbligati ad uscire dalla nostra strada, come accade per la pace, come sta scritto (Sal ,15): “cerca la pace e perseguila”.

Possa l’incontro di oggi rinvigorire tutti gli uomini e donne di fede e di buona volontà per moltiplicare i nostri sforzi e fare di questo obiettivo una realtà, realtà che porti vera benedizione e guarigione all’umanità, come sta scritto: “Pace, pace ai lontani e ai vicini e li guarirò” (Is ,19).

SPECIALE ASSISI: Il discorso di Sua Eminenza Norvan Zakarian

ROMA, 29 ottobre 2011 (ZENIT.org).- Apriamo il nostro speciale su Assisi con il discorso che Sua Eminenza Norvan Zakarian, Primate della Diocesi della Chiesa Apostolica Armena di Francia, ha pronunciato giovedì 27 ottobre nella città del Poverello in occasione della Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo.

Discorso di Bartolomeo I alla Giornata per la pace ad Assisi

ASSISI, giovedì, 27 ottobre 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il discorso che Sua Sua Santità Bartolomeo I, Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, ha pronunciato questo giovedì ad Assisi in occasione della Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo.

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Santità, Eminenze, Eccellenze,
Rappresentanti delle diverse religioni del mondo,
Signori e Signore, Cari amici,

Intervento ad Assisi del Segretario Generale del CEC

ASSISI, giovedì, 27 ottobre 2011 (ZENIT.org).- Di seguito, pubblichiamo il testo dell’intervento del Rev. Dott. Olav Fykse Tveit, Segretario Generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC), alla Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo svoltasi questo giovedì ad Assisi.

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Santità,
Eminenze, Eccellenze, distinti leaders religiosi,

San Francesco ci offre l’ispirazione su come la fede in Dio, il dialogo aperto e l’incontro sincero possano portare a contributi significativi per una pace giusta.

Il mondo ha bisogno di costruttori di pace a partire dalla fede. Le comunità di fede, come le 349 chiese del Consiglio Ecumenico delle Chiese, hanno bisogno di giovani “portatori di cambiamento” del mondo. Francesco era un giovane quando si arrese a Dio. La sua passione per la bontà della creazione e l’esempio di radicale audacia per la pace mostrano l’importanza della fede e il coraggio dei giovani.

Ciò che Francesco ha compiuto da giovane, nei suoi vent’anni, è per noi un richiamo salutare all’importanza del ruolo che i giovani devono e possono svolgere sia nelle comunità di fede che nel più ampio contesto sociale. Senza questo, non saremmo qui oggi.

Anche oggi, la pace nel mondo richiede le idee e il contributo dei giovani. Un grande ostacolo ad una pace giusta è oggi rappresentato dall’alto livello di disoccupazione tra i giovani in tutto il mondo. Si ha la sensazione che stiamo mettendo in gioco il benessere e la felicità di una generazione. Abbiamo bisogno della visione e del coraggio dei giovani per i cambiamenti necessari.

Vediamo come i giovani guidino oggi i processi di democratizzazione e di pace in molti Paesi. Dobbiamo riconoscere che non siamo sempre stati capaci nel dare il giusto tributo e nel sostenere l’apporto che i giovani possono offrire nelle nostre comunità. Noi anziani qui presenti abbiamo bisogno di lavorare insieme per la pace tra generazioni e di dare ai giovani in tutto il mondo una reale speranza per il futuro.

Il mondo ha bisogno di incontri tra i capi delle comunità religiose. Nel mezzo di una guerra di cui Gerusalemme era la meta finale, Francesco venne per condividere esperienze di fede con il Sultano in Egitto. Come molti crociati, egli venne per convertire l’altro. Si trovò invece cambiato, convertito, lui stesso.

Siamo qui per lasciare che la conversione di Francesco ci parli e per fare sì che la conversazione tra di noi divenga una sorgente di giustizia e di pace. C’è da guadagnare di più mediante il rispetto per l’altro. Una pace sostenibile richiede che vi sia uno spazio, uno spazio sicuro e senza pericoli, non solo per me,ma anche per l’altro. I cristiani devono ricordarsi che la croce non è per le crociate, ma è un segno di come l’amore di Dio abbracci tutti, anche l’altro.

Per il Consiglio Ecumenico delle Chiese un preciso impegno per i prossimi anni sarà quello di lavorare per una pace giusta a Gerusalemme e per tutti i popoli che vivono in Gerusalemme e attorno a quella città che ha Shalom – Salaam nel suo nome. È la città che per il suo nome è chiamata ad essere una visione di pace,ma che nel corso della storia è divenuta così spesso un luogo di conflitto. Mentre visitavo il Pakistan qualche giorno fa, mi sono reso conto di come altri popoli stiano soffrendo a motivo di scontri tra interessi diversi, come conseguenza del fatto che il conflitti attorno a Gerusalemme non sono ancora risolti. Questa città, santa per Ebrei, Cristiani e Musulmani, è un simbolo visibile del nostro anelito, dei nostri migliori e più alti desideri, del nostro amore per la bellezza e del nostro desiderio di servire Dio. Ma è anche un potente richiamo a come le cose migliori possano anche volgersi per il peggio. Nel corso della storia, gli esseri umani hanno trovato così difficile amare senza cercare al tempo stesso di possedere in maniera esclusiva.

Preghiamo, come leaders religiosi, per la giustizia e la pace per Gerusalemme e per tutti coloro che là vivono. In un modo misterioso, Gerusalemme non si limita a svelarci queste realtà circa la condizione umana, ci sfida anche a confrontarci con esse. I Cristiani credono che ogni essere umano sia creato ad immagine di Dio, affermando di conseguenza l’inalienabile dignità umana di ogni persona e l’unità dell’umanità. Siamo chiamati a partecipare al ri-stabilimento della pace per Gerusalemme per ri-creare e riparare il mondo di Dio. Siamo responsabili davanti a Dio e gli uni davanti agli altri per la pace nel nostro tempo e per ciò che diciamo o che non diciamo per raggiungerla. Seguiamo insieme l’esempio di San Francesco e di altri, giovani e vecchi, uomini e donne, per suscitare fra noi il coraggio di costruire una pace giusta.

L’Arcivescovo di Canterbury all’incontro di Assisi

ASSISI, giovedì, 27 ottobre 2011 (ZENIT.org).- Riportiamo il testo del discorso pronunciato dal dottor Rowan Douglas Williams, Arcivescovo di Canterbury, questo giovedì partecipando ad Assisi alla Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo, sul tema “Pellegrini della verità, pellegrini della pace”.

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Vostra Santità, Santità, Beatitudini,
Fratelli e sorelle in Cristo, Cari amici,

è un grande onore essere con voi a celebrare l’anniversario della prima Giornata di preghiera per la pace tenutasi in questo luogo sotto la guida del Beato Giovanni Paolo II. Il defunto Pontefice credeva fermamente che la cura degli esseri umani per la giustizia e la stabilità nella nostra epoca richiedeva una testimonianza comune da parte delle persone religiose, escludendo ogni compromesso circa le proprie particolari convinzioni e tradizioni. Gli anni trascorsi da quel primo raduno hanno confermato questa convinzione nel modo più deciso possibile.

Le sfide del nostro tempo sono tali che nessun gruppo religioso può pretendere di avere tutte le risorse pratiche di cui ha bisogno per affrontarle, anche se siamo convinti di avere tutto ciò di cui necessitiamo nel campo spirituale e dottrinale. Di tal maniera, noi non siamo qui per affermare un minimo comune denominatore di ciò che crediamo, ma per levare la voce dal profondo delle nostre tradizioni, in tutta la loro singolarità, in modo che la famiglia umana possa essere più pienamente consapevole di quanta sapienza vi sia da attingere nella lotta contro la follia di un mondo ancora ossessionato da paura e sospetti, ancora innamorato dell’idea di una sicurezza basata su di una ostilità difensiva, e ancora in grado di tollerare o ignorare le enormi perdite di vite tra i più poveri a causa di guerre e malattie.

Tutti questi fallimenti dello spirito hanno la loro radice in larga misura nell’incapacità di riconoscere gli estranei come persone che condividono con noi l’unica e medesima natura, l’unica e medesima dignità della persona. Una pace duratura inizia là dove noi vediamo il nostro prossimo come un altro noi stessi – e dunque iniziamo a comprendere perché e come dobbiamo amare il prossimo come noi stessi.

Per i cristiani, il cuore di tutto ciò è la convinzione che in Gesù di Nazareth Dio stesso si identifica con la natura umana, e quindi con ogni singola persona umana. Ogni volto, ora, appare in maniera diversa, per il fatto che Dio ha preso un volto umano. Nel nostro prossimo riconosciamo non solo qualcuno che ha in sé l’immagine di Dio in virtù della creazione, ma qualcuno che ha in sé anche la possibilità di portare la somiglianza di Gesù Cristo in virtù della nuova creazione. E se così è, non possiamo più, in ultima analisi, essere degli estranei. Ciò che interessa la vita di qualunque persona o comunità, interessa la vita di tutti.

Tutti gli uomini religiosi hanno in comune la convinzione che noi, in ultima analisi, non siamo estranei gli uni agli altri. E se non siamo estranei, dobbiamo prima o poi trovare il modo di concretizzare tale reciproco riconoscimento in relazioni di amicizia vere e durature. Siamo qui oggi per dichiarare la nostra volontà – o piuttosto la nostra appassionata determinazione – a persuadere il nostro mondo che gli esseri umani non devono essere degli estranei, e che il riconoscimento è tanto possibile quanto necessario a motivo della nostra universale relazione con Dio.

Termino citando alcuni versi di un grande poeta cristiano della mia terra del Galles, Waldo Williams, maestro, uomo di profonda preghiera ed attivista per la pace nella sua vita adulta. Egli ha scritto un poema intitolato “Cos’è l’uomo?”, e questi sono i versi iniziali:

Cosa significa essere vivi? Dimorare in una grande sala
tra strette mura
Cosa significa riconoscere? Trovare un’unica radice
al di sotto di tutti i rami.

Cosa significa avere fede? Rimanere quieti al focolare
finché siamo pronti a ricevere il nostro ospite.
Cosa significa perdonare? Trovare una via tra le spine
per stare accanto al nostro vecchio nemico.

Possa Dio aiutarci a rispondere a queste domande in questamaniera, con le nostre parole e con la nostra testimonianza.

Discorso di Bartolomeo I alla Giornata per la pace ad Assisi

ASSISI, giovedì, 27 ottobre 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il discorso che Sua Sua Santità Bartolomeo I, Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, ha pronunciato questo giovedì ad Assisi in occasione della Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo.

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Santità, Eminenze, Eccellenze,
Rappresentanti delle diverse religioni del mondo,
Signori e Signore, Cari amici,

L’educazione per dialogare su un piano d’uguaglianza

ROMA, venerdì, 9 luglio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo la relazione tenuta dal Cardinale Jean-Louis Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, il 21 giugno scorso in occasione dell’incontro a Beirut del Comitato scientifico internazionale della Fondazione Oasis (www.oasiscenter.eu) sul tema “L’educazione fra fede e cultura. Esperienze cristiane e musulmane in dialogo”.

Paolo, modello di dialogo interreligioso

ROMA, lunedì, 18 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il contributo del Cardinale Jean Louis Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, contenuto nel “Codex Pauli“, un’opera unica dedicata a Benedetto XVI al termine dell’Anno Paolino.

Il Papa per i Vespri nel Santuario dell’Annunciazione di Nazaret

NAZARET, giovedì, 14 maggio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo giovedì da Benedetto XVI nel presiedere, nella Basilica Superiore del Santuario dell’Annunciazione di Nazaret, la celebrazione dei Vespri con i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i movimenti ecclesiali e gli operatori pastorali della Galilea.

Dichiarazione congiunta della Santa Sede e del Comitato di Al-Azhar

CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 26 febbraio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la dichiarazione finale del Comitato Congiunto per il Dialogo composto dal Comitato Permanente di Al-Azhar per il Dialogo tra le Religioni Monoteistiche e dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, che nei giorni 24 e 25 febbraio ha tenuto a Roma la sua riunione annuale.

Dichiarazione congiunta della Santa Sede e del Comitato di Al-Azhar

CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 26 febbraio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la dichiarazione finale del Comitato Congiunto per il Dialogo composto dal Comitato Permanente di Al-Azhar per il Dialogo tra le Religioni Monoteistiche e dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, che nei giorni 24 e 25 febbraio ha tenuto a Roma la sua riunione annuale.

Comunicato del Comitato di collegamento islamico-cattolico

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 15 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il comunicato emesso dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso sul 14° incontro del Comitato di collegamento islamico-cattolico, svoltosi in Vaticano dall’11 al 13 giugno 2008.

Discorso di Giovanni Paolo II al Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 30 mercoledì 2004 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per intero le parole pronunciate da Giovanni Paolo II nel ricevere in udienza Sua Santità Bartolomeo I, Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, e Seguito, in occasione del quarantesimo anniversario dello storico abbraccio che Papa Paolo VI ed il Patriarca Atenagora si scambiarono a Gerusalemme nel gennaio 1964.