ROMA, martedì, 17 luglio 2012 (ZENIT.org).- Oltre 400 attività imprenditoriali avviate in sedici anni. È questo uno dei dati più significativi del Progetto Policoro, promosso nel 1995 dai vescovi italiani per favorire lo sviluppo del lavoro giovanile, soprattutto al Sud.

Il Messaggero di sant’Antonio ha voluto seguire direttamente i lavori del 25esimo corso di formazione per animatori di comunità, svoltosi a Roma nei mesi scorsi, inserito all’interno del progetto. Con la giornalista Luisa Santinello, la rivista (numero luglio-agosto) passa in rassegna una delle realtà più significative del mondo del lavoro giovanile, in un momento particolarmente delicato per il nostro Paese.

Ne esce un interessante approfondimento, ricco di informazioni e testimonianze, che offre l’idea di quanto il progetto sia stato importante, e lo sia ancor più per il prossimo futuro, per i tanti giovani che desiderano affacciarsi al mondo del lavoro. Secondo gli ultimi dati Istat, la disoccupazione giovanile in Italia è salita al 36,2 per cento: un giovane su tre è senza lavoro.

Era il 14 dicembre 1995, la Chiesa italiana aveva da poco celebrato, a Palermo, il convegno Il Vangelo della carità per una nuova società italiana. Di fronte ai dati sulla disoccupazione diffusi dall’Istat – oltre 2 milioni e 700 mila italiani in cerca di lavoro (nel Nordest il 5,9 per cento; nel Mezzogiorno il 21,1) con un aumento del 6,4 per cento rispetto al ’94 – ai tre uffici nazionali (Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro, Servizio nazionale per la pastorale giovanile, entrambi della Cei, e Caritas italiana), riunitisi a Policoro, nei pressi di Matera, parve indispensabile un intervento concreto, specie in quei territori del Sud Italia dove i giovani cominciavano a fuggire in cerca di lavoro.

Il Progetto Policoro nasce come rete di sostegno reciproco tra pastorali e forze laiche (delle associazioni coinvolte fanno parte anche Acli e Coldiretti). In sedici anni l’iniziativa ha formato ottocento animatori di comunità e ha messo in piedi oltre quattrocento attività (riunite spesso in cooperative e consorzi sparsi in varie parti del Paese) che danno lavoro, in “casa propria” a circa tremila giovani.

Nell’ampio servizio, intitolato: Policoro, laboratorio di speranza, si percepisce subito l’entusiasmo dei giovani coinvolti nei corsi di formazione. Fare l’animatore di comunità richiede impegno e competenza ed è una vera “missione”: tre anni al servizio della diocesi e dei giovani. Dodici ore settimanali il primo anno, ventiquattro i successivi due, spese ad ascoltare storie, a consigliare strategie di business e a incentivare l’imprenditorialità under 30 nel proprio territorio. In più un appuntamento formativo regionale ogni dodici mesi e due corsi nazionali.

«Optare per la strada imprenditoriale – afferma monsignor Angelo Casile, responsabile dell’ufficio Cei per i problemi sociali e il lavoro – significa mettere a frutto le competenze che Dio ci ha dato, riscoprire noi stessi e imparare a camminare con le nostre gambe». «Grazie all’annuncio del Vangelo promosso dal Progetto, tanti giovani non sono caduti nelle mani della criminalità. Dal ’95 a oggi il Policoro ha formato e “liberato” centinaia di ragazzi». Secondo monsignor Casile, la ricetta per evitare che la crisi economica si trasformi in crisi di vita è semplice: occorre sperare col cuore, pensare con la mente, agire con le braccia. In altre parole, lavorare, lavorare insieme per evangelizzare il prossimo, educare al lavoro dignitoso e favorire l’imprenditoria giovanile come mezzo di rinascita per l’intero Paese.

L’immagine del contadino che semina, coltiva e aspetta fiducioso i frutti del raccolto rende bene l’idea. «La pazienza è la virtù dei forti» recita il proverbio; ne è convinto don Francesco Soddu, - direttore della Caritas italiana - che del Policoro è da sempre sostenitore. Per don Nicolò Anselmi, direttore del Servizio nazionale per la pastorale giovanile, le nuove generazioni «intimorite da un mondo adulto troppo istituzionale, sono sempre più difficili da avvicinare.

Si chiudono nell’individualismo e restano ancorate a relazioni di superficie». In questo senso, aggiunge, «il Progetto Policoro tenta di “boicottare” il flusso dei cosiddetti “cervelli in fuga” e mira a costruire un futuro lavorativo laddove mancano prospettive. Tenendo presente che il futuro dell’uomo dipende dalla sua capacità di mettere in comunione i beni materiali così come quelli spirituali».