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Calatrava, Barluzzi e “le pietre di confine” di Gerusalemme

Le opere dei due architetti in due interessanti format culturali

Sino a qualche giorno addietro, al Braccio di Carlo Magno all’interno della Città del Vaticano, tra i disegni ed i progetti in esposizione dell’architetto (e scultore, e pittore) spagnolo Santiago Calatrava (1) si poteva ammirare il plastico del Ponte della ferrovia leggera di Gerusalemme.  

Il ponte, realizzato tra il 2002 ed il 2008 è posto su uno snodo viario all’intersezione tra l’antica Jaffa Road, la nuova autostrada per Tel Aviv ed il boulevard che conduce al Museo dell’Olocausto Yad Vashem.

Sin dall’inizio questo ponte è stato visto non solo come un progetto infrastrutturale, ma anche come “pietra miliare” che avrebbe costituito un moderno ingresso nella città, pur mantenendo una continuità con il passato. Così viene descritto l’altissimo pilone centrale inclinato: – Il pilone del ponte si eleva come l’albero di una nave che annuncia Gerusalemme come “un porto nel mare dell’eternità” o la “Venezia di Dio” – (2).

Più o meno in contemporanea, tra febbraio e marzo, prima a Roma e poi a Milano, è stato presentato il libro di Giovanna Franco Repellini “Antonio Barluzzi, Architetto in Terra Santa” (3) dove vengono descritte in maniera organica e approfondita le dodici opere realizzate dall’Architetto (e pittore, e designer) Antonio Barluzzi in circa un quarantennio di attività.

Tra queste suscita particolare emozione per la storia e per la sua struttura, l’ultima costruzione e cioè il Santuario della “Dominus Flevit” sul Monte degli Ulivi, realizzata da Barluzzi nel 1955, e  situata nei pressi del plurimillenario cimitero ebraico di Gerusalemme e dalla parte opposta al ponte di Calatrava.

La piccola costruzione, prendendo spunto dal passo del Vangelo di San Luca, nel quale si racconta delle lacrime di Gesù alla vista di Gerusalemme, ha all’interno, il grande finestrone semicircolare che, come un occhio, permette di avere una vista sulla città vecchia di Gerusalemme con le sue mura e le sue cupole d’oro, ed è sovrastata dalla cupola allungata ed ellittica, sagomata come una lacrima e da quattro colonne laterali, chiamati lacrimatoi.

Giovanna Franco Repellini ci parla di Barluzzi come di un “simbolista funzionale”, il quale cerca di trovare la forma architettonica che corrisponda al racconto del Vangelo, allo stesso modo di come Michel Levin ci narra di Calatrava che usa la storia dell’arte come una miniera per attingere nella ricerca di forme e contenuti innovativi.

Queste due opere architettoniche raccontano, quindi, di una relazione indissolubile tra il passato ed il futuro, quando si attraversano snodi di confine nella città di Gerusalemme. Raccontano di forme in movimento che sono essenza nella progettazione di Calatrava e Barluzzi. Dicono al visitatore, anche solo in transito verso luoghi di dolore come lo Yad Vashem o il cimitero ebraico, che si entra nella dimensione dell’eternità.    

Come scrive il Cardinale Martini nella prefazione al libro su Barluzzi: – La piccola cappella della “Dominus Flevit”, che apre uno sguardo su Gerusalemme e i suoi destini -.       

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NOTE

1) Approfondimenti sulla mostra “Le metamorfosi dello spazio” nell’articolo curato da Salvatore Cernuzio pubblicato nell’edizione di ZENIT del 5 dicembre 2013.

2) Alcune notizie sul Ponte sono state acquisite dalla pubblicazione “Santiago Calatrava” edita da La biblioteca di Repubblica – L’Espresso del 2009 e curata da Liane Lefaivre e Alexander Tzonis.

3) Approfondimenti sulla pubblicazione, sull’autrice e sulla figura di Barluzzi sono disponibili in un intervento presente nell’edizione di ZENIT del 3 marzo 2014.

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