"Una società corrotta è una società  che 'spuzza'!"

Il Papa ‘incendia’ piazza Giovanni Paolo II nel quartiere periferico di Scampia e denuncia aspramente la poca accoglienza ai migranti, la disoccupazione e il lavoro in nero

Print Friendly, PDF & Email
Share this Entry

Puntuale alle 9, con il coro che dal palco intonava l’inno della Gmg 2000 Emmanuel, mentre la folla si agitava e urlava “Benvenuto Francé”, il Papa è arrivato a Scampia e ha incendiato la piazza dedicata a San Giovanni Paolo II. Salendo sul palco, il Pontefice è stato circondato dall’abbraccio affettuoso dei bambini assiepati sui gradini, scattandosi con qualcuno anche un selfie. Durante il suo giro in mezzo alla folla, il Papa ha fatto fermare anche la jeep per salutare un ragazzo disabile che gli ha donato un rosario.

Tra battute e frasi colorite – tra cui il tipico “A Maronn v’accumpagni!” insegnatogli dal cardinale Sepe – il Papa ha poi risposto alle tre domande prestabilite per dar voce alle realtà dei migranti, dei lavoratori e dei magistrati. Prima però ha ribadito la sua precisa volontà di “incominciare da qui, da questa periferia, la mia visita a Napoli”.

“Saluto tutti voi e vi ringrazio per la vostra calorosa accoglienza. Si vede davvero che i napoletani non sono freddi, eh!”, ha detto. E a braccio ha ringraziato l’arcivescovo Sepe “per avermi invitato, anche minacciato, se non fossi venuto a Napoli”. E il porporato, non contento, ha anche ribadito l’invito al Pontefice, assicurando che “chi va a Napoli vuole tornare”.  

Il Vescovo di Roma ha poi volto lo sguardo alla storia del popolo napoletano, attraversata da vicende “complesse e drammatiche”. “La vita a Napoli non è mai stata facile, però non è mai stata triste!”, ha sottolineato. Proprio questa è la grande risorsa della gente di Napoli: “la gioia, l’allegria”. “Il cammino quotidiano in questa città, con le sue difficoltà e i suoi disagi e talvolta le sue dure prove, produce una cultura di vita che aiuta sempre a rialzarsi dopo ogni caduta, e a fare in modo che il male non abbia mai l’ultima parola”. E questa – rimarca il Pontefice – “è una sfida bella: non lasciare mai che il male abbia l’ultima parola”.

Anche perché, “lo sappiamo – osserva a braccio – chi prende volontariamente la via del male ruba un pezzo di speranza. Guadagna qualcosina ma ruba speranza: a lui stesso, agli altri, alla società. E anche la ruba alla gente onesta e laboriosa, alla buona fama della città, alla sua economia”.

Dura la critica del Papa ad una società che rifiuta gli immigrati e i senza fissa dimora. “Lei – dice Bergoglio in riferimento alla donna filippina che ha fatto la prima domanda – ha chiesto una parola che assicuri loro che i migranti sono figli di Dio e che sono cittadini. Ma è necessario arrivare a questo? I migranti sono umani di seconda classe?”. La folla risponde in coro: “Nooo”.

E il Papa incalza: “Dobbiamo fare sentire ai nostri fratelli e sorelle migranti che sono cittadini, che sono come noi, figli di Dio, che sono migranti come tutti noi, perché tutti noi siamo migranti. Figli di Dio che ci ha messo tutti in cammino”. “Questa parola non è scritta in un libro; è scritta nella carne, su un cuore”, sottolinea Francesco. “Pensiamo a questo: tutti siamo migranti nel cammino della vita. Nessuno di noi ha dimora fissa in questa terra”.

Il Pontefice prende spunto poi dall’intervento del lavoratore per esprimere tutto il suo rammarico su quello che – dice – “è un segno negativo del nostro tempo”. Ovvero la mancanza di lavoro per i giovani: “Pensate che tra i giovani da 25 anni in giù più del 40% non ha lavoro! Ma questo è grave!”, denuncia, “cosa fa un giovane senza lavoro? Che futuro ha? Che strada di vita sceglie?”.

Una responsabilità, questa, che “non è solo della città e del paese”, ma “del mondo”. Perché “c’è un sistema economico che scarta la gente” e che impedisce non solo di mangiare, ma anche “di avere la possibilità di portare il pane a casa, di guadagnarlo”. E quando si perde questo “si perde la dignità”. “La mancanza di lavoro ruba la dignità”, afferma il Papa. Ed esorta a “lottare” per “difendere la nostra dignità” di uomini, donne, di cittadini. “Non dobbiamo rimanere zitti”, ma anzi alzare la voce anche contro “il lavoro a metà”, “lo sfruttamento delle persone nel lavoro”.

Tra gli applausi dei presenti, Papa Francesco racconta quindi il caso di una ragazza incontrata alcune settimane fa che aveva trovato lavoro in una ditta turistica le cui condizioni erano 11 ore di per 600 euro al mese, senza nessun apporto per la pensione. “Questo si chiama schiavitù, sfruttamento, questo non è umano, non è cristiano”, urla Bergoglio. “E se quello che fa questo si dice cristiano, è un bugiardo”.

Allo stesso modo, anche il lavoro in nero va contro i principi cristiani: “Io ti dò lavoro senza contratto, senza apporto alla pensione, alla salute, e ti pago quello che voglio”. “Io vi capisco bene fratelli. Dobbiamo riprendere la lotta per la nostra dignità, per ritrovare la possibilità di portare il pane a casa”, ribadisce quindi a braccio.

Infine, cita l’espressione “percorso di speranza”, che ricorda il motto di san Giovanni Bosco: “Buoni cristiani e onesti cittadini” riferito a bambini e ragazzi. Ancora di più, però, il Papa si sofferma sulla parola “corruzione”. E, a braccio, aggiunge: “Se noi chiudiamo la porta ai migranti, se togliamo il lavoro e il pane alla gente, come si chiama questo? Si chiama corruzione”.

Poi mette in guardia tutti, perché chiunque “ha la possibilità di essere corrotto, nessuno potrà dire mai io non sono corrotto… È uno scivolare verso gli affari facili, i reati, lo sfruttamento delle persone”. “Quanta corruzione c’è nel mondo – esclama ancora il Papa -. È una parola che se la studiamo un po’ è brutta: una cosa corrotta è una cosa sporca. Un animale morto che si corrompe è sporco. E anche ‘spuzza’”.

Allo stesso modo, “una società corrotta ‘spuzza’”, afferma Bergoglio, “un cristiano corrotto non è un cristiano, ma ‘spuzza’”.

Incoraggiando quindi a proseguire il cammino di risanamento di Scampia, nel segno di una “buona politica” al servizio delle persone, il Papa parla direttamente a Napoli, una città “sempre pronta a risorgere, facendo leva su una speranza forgiata da mille prove”. Loda ancora “la gioia”, “la religiosità” e “la pietà” dei napoletani, auspicando che essi continuino ad “andare avanti per la strada del bene”, “nell’accoglienza di tutti quelli che vengono a Napoli” (“Sono tutti napoletani, che imparino il napoletano che a volte è tanto bello”), ad andare avanti “nel cercare fonti di lavoro” e “nella pulizia della città, della società, della propria anima”. Perché il rischio è appunto che si senta la “‘spuzza’ della corruzione”.

Il testo completo del discorso del Papa si può leggere qui.

Print Friendly, PDF & Email
Share this Entry

Salvatore Cernuzio

Crotone, Italia Laurea triennale in Scienze della comunicazione, informazione e marketing e Laurea specialistica in Editoria e Giornalismo presso l'Università LUMSA di Roma. Radio Vaticana. Roma Sette. "Ecclesia in Urbe". Ufficio Comunicazioni sociali del Vicariato di Roma. Secondo classificato nella categoria Giovani della II edizione del Premio Giuseppe De Carli per l'informazione religiosa

Sostieni ZENIT

Se questo articolo ti è piaciuto puoi aiutare ZENIT a crescere con una donazione