La rinuncia che fa abbondare la vita

XXIII Domenica del Tempo Ordinario, 5 settembre 2010

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di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 3 settembre 2010 (ZENIT.org).- “Una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure, quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo (Lc 14,25-33).

Il Signore ha stabilito una condizione “non negoziabile” per chi vuole essere suo discepolo: quella di rinunciare “a tutti i suoi averi”, intendendo non solamente i beni materiali, ma anche quelli naturali, morali e spirituali, come la vita, la salute, gli affetti, i doni di natura, le capacità intellettuali, le conoscenze acquisite, le grazie ricevute da Dio, ecc..

Per il carmelitano san Giovanni della Croce, questa è una “verità chiara, perché la dottrina che il Figlio di Dio è venuto ad insegnare è il disprezzo di tutti i beni creati, per poter accogliere in sé il puro spirito di Dio.”.

Con queste parole, il santo non svaluta certo la bellezza della creazione: il suo punto di vista è anzitutto ontologico:

Che cosa ha che fare, infatti, la creatura con il Creatore, il sensibile con lo spirituale, il visibile con l’invisibile, il temporale con l’eterno, il cibo celestiale, puro e spirituale, con il nutrimento grossolano dei sensi, lo spogliamento del Cristo con l’attaccamento alle cose?

Pertanto..l’anima, finchè è soggetta alla attrattive del senso, non può accogliere il puro spirito di Dio” (“Salita del Monte Carmelo”, libro I, cap. 5-6).

Ecco: “rinunciare a tutti gli averi”, “accogliere il puro spirito di Dio” ed “essere discepolo” di Gesù, sono tre scelte equivalenti.

Ma cosa significa veramente questa “trinità”?

Anzitutto va detto che questo Vangelo non ci deve intimorire: Gesù non chiede di andare “contro natura”, rinnegando l’istinto di sopravvivenza e i legami legittimi degli affetti familiari, delle amicizie, delle relazioni sociali, ecc.. Egli amava tenerissimamente sua madre, gioiva per l’affetto degli amici, partecipava volentieri alle feste di nozze ed era incantato dalla bellezza della natura.

Ma la gioia profonda della sua persona scaturiva anzitutto dalla comunione con il Padre: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30).

Ecco: quando una donna ed un uomo si sposano, ognuno preferisce lasciare il padre e la madre, le cose e il mondo di prima, piuttosto che rinunciare alla vita d’amore con l’altro: una storia ancora sconosciuta, ma che promette felicità duratura. La promette e la mantiene, nella buona e nella cattiva sorte, perché è l’altro/a la felicità, e non gli altri, gli avvenimenti o le cose.

E’ per questo che nessuna prospettiva di rinuncia impedisce di seguire con gioia la persona amata.

Quando lo Sposo è il Signore, l’invaghimento del cuore è simile nella dinamica affettiva, ma insieme molto diverso. Infatti, tra un uomo ed una donna la forza della seduzione è naturale, mentre la seduzione esercitata dal Figlio di Dio è soprannaturale. Pur essendo irresistibile, tuttavia, è soave nell’invito e non si impone alla volontà. Semplicemente si mostra con una evidenza così assoluta da colmare il cuore di una certezza lampante: questa è la mia vita per sempre! se non seguo il Signore avrò fallito la mia vita e ogni altro progetto risulterà vano, come sta scritto:

Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori”(Salmo 127/126, 1).

Lo fa intendere oggi anche Gesù con la metafora della torre: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro” (Lc 14,30).

Abbiamo visto che Giovanni della Croce parla di “attrattive del senso” e le considera incompatibili con “il puro spirito di Dio”. Egli non intende la sensualità vergognosa, ma ogni forma di attaccamento egoista alle creature e ad ogni bene di questo mondo.

Per lui e per noi il significato delle parole del Signore è allora questo: “chiunque di voi non rinuncia all’uso disordinato di tutti i suoi averi non può essere mio discepolo”.

Ciò significa quella perfetta libertà interiore e purezza di coscienza che guidano al discernimento del bene per “connaturalità”, e muovono concretamente la volontà a desiderare e a fare solamente ciò che piace a Dio, vivendo così nella gioia della piena comunione con la sua vita e il suo amore.

Occorre qui precisare che per la Bibbia “discepolo” è colui che “segue un profeta, un maestro, etc., viene da questi istruito e diventa quindi seguace della sua dottrina” (“Piccolo dizionario biblico”, p. 61).

Ora, Gesù, che è profeta, maestro e messia, insegna una dottrina che egli stesso annuncia quale compimento definitivo di tutto ciò che lo ha preceduto.

E’ la rivelazione del dono salvifico della sua stessa vita: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

Per questo previo dono totale di sé, Gesù può avere l’inaudita pretesa di essere amato al di sopra di tutti e di tutto: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre,..non può essere mio discepolo” (Lc 14,26). Una pretesa che si rivolge a tutti gli uomini, redenti (e come “trasfusi”) dal suo Sangue.

Essere discepoli del Maestro divino, perciò, non significa solamente mettersi alla sua scuola ascetica e morale, ma anzitutto accogliere la sua vita divina “in abbondanza” (Gv 10,10), per divenire così autentici (santi) testimoni del suo Vangelo, che è Lui stesso.

La fede così esercitata nelle opere, è fonte di bene personale e comune, e va energicamente promossa e difesa, come ci si preoccupa della salute del corpo.

Certamente l’obbedienza della fede è tutt’altro che facile, dal momento che la nostra volontà è più incline al facile che al difficile; al riposo che alla fatica; al piacere che al sacrificio; al conforto che allo sconforto; alla soddisfazione di possedere piuttosto che alla rinuncia agli averi…

La natura umana, ferita dal peccato originale, è “disordinata”, e l’uomo tende a realizzarsi egoisticamente piuttosto che nel dono sincero di sé al prossimo.

Per questo l’obbedienza a Dio può sembrare al cammello della natura una porta stretta come la cruna di un ago, quando vieta soluzioni apparentemente necessarie per salvare la propria vita, com’è nella logica mentale dell’attuale cultura di morte.

Paradigmatico, ad esempio, è il perverso consiglio di uccidere il figlio come “soluzione” di una gravidanza difficile o indesiderata; ma anche, al versante opposto, quello non meno perverso di ricorrere alla fecondazione artificiale in caso di sterilità riproduttiva.

Vorrei qui concludere osservando che l’affermazione di Gesù: “Se uno viene a me e non mi ama più
di quanto ami..
persino la propria vita, non può essere mio discepolo”, sembrerebbe in contrasto con il dovere imprescindibile di rispettare il valore “non negoziabile” della vita umana.

Pensiamo non solamente alla testimonianza dei martiri cristiani, ma anche alla “disumana” ascesi corporale di molti santi, ad esempio lo stile di vita fisica del santo Curato d’Ars.

Il “Papa della vita” ci illumina:

L’origine e il fondamento del dovere di rispettare assolutamente la vita umana sono da trovare nella dignità propria della persona e non semplicemente nell’inclinazione naturale a conservare la propria vita fisica. Così la vita umana, pur essendo un bene fondamentale dell’uomo, acquista un significato morale in riferimento al bene della persona che deve essere sempre affermata per se stessa: mentre è sempre moralmente illecito uccidere un essere umano innocente, può essere lecito, lodevole o persino doveroso dare la propria vita (cf Gv 15,13) per amore del prossimo o per testimonianza verso la verità” (G. Paolo II, Enciclica “Veritatis splendor”, n. 50).

* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

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ZENIT Staff

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