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“Viva Cristo Rey”, un grido attraversa la storia

I martiri del Messico del Novecento, morti in difesa della cattolicità perseguitata, modello di fede per i giovani di oggi

Christus in martyre est”scrive Tertulliano nel De Pudicitia. Il martire è il testimone di Cristo per eccellenza: testimone di fede e coraggio, ma anche gioia, quella che si prova nel donarsi a Gesù fino alla morte. Pensare ai martiri ci fa pensare al primi secoli del cristianesimo. Ma il martire è una figura attuale: pensiamo ai cristiani perseguitati e uccisi oggi in Medio Oriente. Essi dono segno che la lampada d’amore per Cristo e la Chiesa è accesa e arde. Il martire non è solo l’uomo adulto, ma lo può essere anche un giovane, un bambino. Ciò ci è testimoniato da tre straordinarie figure. Sono tre giovani che, nell’ambito della Cristiada in Messico agli inizi dello scorso secolo, sono morti in difesa della cattolicità perseguitata. Essi, insieme agli altri cattolici martirizzati, sono stati gli autori di una pagina gloriosa del XX secolo, della storia del Messico, della Chiesa Cattolica, nonché un esempio dell’amore di Cristo e della forza della fede e della bellezza della testimonianza di Dio.

Tra i giovani cristeros, ci furono due ragazzi della Gioventù Cattolica: Joaquim Silva (1898-1925) e Manuel Melgarejo (1908-1925), di 27 e 17 anni. Durante una delle loro attività di propaganda cattolica, furono catturati e messi a morte senza una giusta causa e senza un regolare processo (come d’altronde successe a tutti i cattolici arrestati). Entrambi vennero condannati alla fucilazione. Condotti dinanzi al plotone d’esecuzione, Joaquim tenne un discorso sui valori della fede, il quale commosse molti soldati tant’è che uno di loro si rifiutò di prendere parte all’esecuzione (e per tale motivo fu fucilato subito dopo). Con grande coraggio, Joaquim, prendendo la mano al giovane amico e stringendo nelle mani la coroncina del Rosario, disse: “Non siamo dei criminali, né abbiamo paura della morte. Io stesso vi darò il segnale di sparare, quando griderò ‘Viva Cristo Re, viva la Vergine di Guadalupe’”. Infatti al suo grido, unito a quello di Manuel, i colpi partirono dai fucili. Più tardi i loro corpi furono portati al cimitero dove furono cambiati con bianche vesti. Gli indumenti sporchi di sangue furono tagliati in piccoli pezzetti e, come reliquie, furono distribuiti ai fedeli della regione. Furono loro i protomartiri della Cristiada.

Figura di grande fede e di coraggio è anche quella del sedicenne Tomàs de la Mora (1911-1927), chiamato Tomasino: il giovane Tomàs fu un instancabile catechista tra i bambini più poveri del paese, nonché un membro attivo del Circolo Cattolico locale. Per via della scapolare della confraternita alla quale apparteneva, il 15 agosto 1927 fu arrestato. Il comandante dell’Esercito allora, per estorcere informazioni sugli altri cristeros, lo frustò. Vedendo che Tomàs non apriva bocca, decise di condannarlo all’impiccagione. Giunto nel luogo dell’esecuzione, il giovane si rifiutò di essere toccato dai soldati dell’esercito e, mettendosi da solo il cappio al collo, esclamò: “Via da me soldati di satana, non toccato un soldato di Cristo Re! Voi combattete contro Dio, ma Dio è più forte di voi e vi vincerà: si, Cristo vince, regna, trionfa! In Paradiso pregherò […] anche per voi, affinché vi convertiate. Che gioia morire per la gloria di Cristo, re del Messico e del mondo intero”. Tomàs fu impiccato all’Albero della Libertà, eretto nella piazza principale del paese natio.

L’ultimo, ma sicuramente non meno importante, merita un particolare riguardo, poiché fu il più piccolo dei martiri messicani: a soli 14 anni si lasciò uccidere per amore di Cristo Re, subendo un’atroce tortura. Questo bambino, colmo di coraggio dalla punta dei piedi sino ai capelli, si chiamava Josè Luis Sanchez del Rio (1913-1928). Josè, beatificato da Giovanni Paolo II il 20 novembre 2005, nacque nel 1913 nel piccolo villaggio di Sahunayo. Un giorno, dopo aver visitato la tomba di alcuni martiri messicani morti nella Cristera, ammirato per il loro coraggio nel morire per gloria di Cristo Re, il piccolo Josè pregò Dio affinché potesse morire martire per Lui. Questa preghiera fu accolta dal Signore, il quale non tardò a concedergli questa grande grazia. Nell’agosto del 1926, Josè chiese alla mamma di potersi arruolare tra l’esercito cristero, giustificando questo suo desiderio dicendo: “Mamma, non è mai stato tanto facile guadagnarsi il Cielo come in questo momento! Non voglio perdere quest’occasione”. Sentendo ciò, la mamma concesse a Josè di arruolarsi.

Entrato tra i cristeros, Josè fu ammirato da tutti e ben presto fu soprannominato Tarcisio, come il giovinetto romano che, nel 275, fu ucciso dai suoi coetanei perché preferì portare l’Eucarestia ai cristiani imprigionati che giocare con loro. Durante uno scontro Josè, insieme ad altri cristeros, fu imprigionato dall’Esercito Federale in una chiesa. Da qui scrisse una lettera alla madre: “Cara mamma, sono caduto prigioniero durante il combattimento di oggi. Credo che sarò fucilato, ma non importa: devi rassegnarti alla volontà di Dio. […] Io sono felice. L’unica cosa che mi tormenta è il tuo pianto. Non piangere, mamma. Noi ci rivedremo. Firmato: Josè, morto per Cristo Re!”. La chiesa, nella quale era stato imprigionato Josè, era stata adibita a pollaio e l’altare a sala da pranzo. Dopo pochi giorni di prigionia, Josè fu portato in un sotterraneo della chiesa e qui, l’odio incondizionato dei nemici della Chiesa fu tale che, con una lama affilata ed appuntita, gli furono scuoiate le piante di entrambi i piedi. Molte volte, durante quest’atto, gli venne chiesto di salvarsi dicendo “Muoia Cristo Re”, ma egli, piangendo e lamentandosi dal dolore, rifiutava e gridava a squarciagola il motto dei cristeros, unito alla straziante supplica “Jesùs dame fuerza”.

Ultimata quest’atroce tortura, Josè fu costretto a camminare a piedi nudi, tra sabbia, terra e pietre, che si conficcavano nella pelle scuoiata, fino al cimitero dove, posto dinanzi alla fossa che sarebbe divenuta la sua tomba, gli fu chiesto in tono di scherno se desiderava dire qualcosa a sua mamma lì presente; lui, sereno, disse: “Mamma, ti voglio bene. Salutami papà. Ci rivedremo in Cielo”. Detto ciò, venne pugnalato sotto le ascelle e alla schiena. Accasciatosi a terra Josè, sentendo l’ora della nascita al Cielo avvicinarsi, raccolse un po’ del suo sangue e, tracciando con esso una croce a terra, si prostrò con il capo in atto di adorazione e disse: “Sto andando a casa”. Il comandante, irritato e disgustato dalla scena, gli sparò alla tempia. Era il 10 febbraio 1928.

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