Dona Adesso

Servi, ma di un Padrone che ci ama

Meditazione quotidiana sulla Parola di Dio

Lettura

Roberto Bellarmino interpretava quella dei talenti come la “parabola delle anime”: i talenti rappresenterebbero le persone affidate alle nostre responsabilità educative e pastorali; chi ha più persone a cui badare è chiamato a trafficare più talenti e, quindi, maggiori responsabilità di fronte a Dio. Il padrone – il medesimo che dà a ciascuno il suo! – ha, in definitiva, una sola esigenza: che siano trafficati i suoi doni, i “carismi”. Non basta metterli al sicuro senza farli girare e fruttificare. Ogni dono è dato al singolo, ma per suscitare servizi a vantaggio di tutti.

Meditazione

Servi e padroni, presentati in una “dialettica” che non è del tipo sottoposti-potenti. L’andar via e il ritornare del padrone della parabola sottolinea che tutto, proprio tutto, è dato in custodia a noi servi, chiamati ad assumere però il compito, anzi la responsabilità, di vice-padroni e custodi. Si è chiamati a prenderci cura, non a saccheggiare e dilapidare. Dobbiamo attivarci, seminare e raccogliere ciò che ci è stato affidato, non trascurarlo o addirittura disinteressarcene. Questo comportamento non è esclusivo dell’imprenditore o del commerciante. I talenti, insomma, non sono soltanto delle “monete”, o dei corrispettivi del lavoro subordinato, ma sono anche “ingegno”, “dono”, “carisma”, ovvero grazia gratuita che Dio mette nelle mani di ognuno, affinché fruttifichi a vantaggio della comunità. Sul piano individuale, l’essere umano non può sentirsi padrone assoluto e arbitro della vita: «La vita viene affidata all’uomo come un tesoro da non disperdere, come un talento da trafficare. Di essa l’uomo deve rendere conto al suo Signore» (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, n. 52). Sul piano sociale, il talento  è legato  al lavoro, di cui  protagonista resta sempre la persona, la quale è “serva” solamente di colui che ci ha costituito esseri sociali e produttivi, per sostenere e gratificare noi e gli altri. Le parole del padrone, alla fine, sono assai severe nei confronti di chi non opera, pensando che sia meglio  “proteggere”  dentro una buca ciò che invece, sia pure rischiando, produce guadagno. «L’approfondimento di queste severe parole potrà spingerci a impegnarci con più decisione nel dovere, oggi per tutti urgente, di collaborare allo sviluppo pieno degli altri» (Sollicitiduo rei socialis, n. 30).

Preghiera:

O Dio, i tuoi comandamenti non sono quelli di un padrone spietato ed esigente, bensì di un Padre, che ama teneramente come una madre, e che comanda soltanto di amare. È bello esser “servi” di fronte a un simile Signore. Con Maria, ripetiamo: ecco la serva del Signore (Lc 1,38).

Agire:

Si dovrà rendere conto a Dio, padrone della vita e dei doni, dell’intensità del nostro apporto, che dovrà perciò essere adeguato, capace e competente. Quanto a me, opererò sapendo di dover render conto anch’io.

*

Meditazione del giorno a cura di monsignor Vincenzo Bertolone, arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace, tratta dal mensile “Messa Meditazione”, per gentile concessione di Edizioni ART. Per abbonamenti info@edizioniart.it

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