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Se il potere va al governo

Specie per i cristiani la politica dovrebbe essere impegno per la giustizia e rinuncia al dominio e all’oppressione

«Merita il potere solo chi ogni giorno lo rende giusto». Alla Calabria che si prepara al voto possono forse tornare di qualche utilità le parole di Dag Hammarskjold, segretario generale delle Nazioni Unite dal 1953 al 1961, quando morì in un incidente aereo. Una riflessione che non vale a sostenere le ragioni di questo o quello schieramento, ma a delineare dei principi che dovrebbero essere propri di chiunque fa politica.

Specie per i cristiani, ma ovviamente non solo per loro, il servizio al prossimo – ovvero ciò che la politica dovrebbe essere – è impegno per la giustizia e la collettività, è rinuncia al dominio ed all’oppressione, è adoperarsi per il rispetto delle persone e l’affermazione dei loro diritti, è impegno per lo sviluppo della propria terra. Riconoscere che negli ultimi 25 anni non sempre le cose siano andate così equivale a ribadire ciò che la scomparsa delle ideologie ha reso evidente, al netto delle degenerazioni e del diffondersi della corruzione: al giorno d’oggi il concetto di governo della cosa pubblica, tranne qualche eccezione, nella migliore delle ipotesi si concretizza per lo più in una gestione tecnico-economica degli enti pubblici.

Che cosa manca? Probabilmente, l’anima. Sempre più s’avanzano lobbies, legalmente anche ineccepibili, ma portate per loro natura a rinunciare alla traduzione in opzioni politiche ed economiche di istanze che sono alla base dell’ispirazione cristiana della politica, ma anche della visione laica di essa. Così spesso le diversità vengono utilizzate volutamente (e perciò in maniera ancor più odiosa) da generatori di diffidenza e contrasto, matrici di nuovi muri. Eppure, compito della politica è impegnarsi per costruire integrazione, non divisioni: una tentazione magari comprensibile a voler guardare il mondo con le lenti del “divide et impera”, ma a cui bisogna resistere e reagire. Come? Col dialogo, il solo strumento che consente non soltanto di difendere l’espressione di identità e differenze, ma anche di condividere i valori altrui, non per farli propri, bensì per comprenderli.

In quest’ottica, dialogare non è annullare per interesse le differenze e accettare per convenienza le convergenze, ma è reciproco progresso, contaminazione dei confini, traversata nei territori sconosciuti lungo strade inesplorate. Da qui si può e si deve ripartire per i cambiamenti e le risposte di cui la nostra terra ha bisogno: ad esempio, per una scuola che non sia a perdere, per un welfare che garantisca servizi e non mance, la promulgazione di leggi poche, ma utili, per le infrastrutture necessarie, per il lavoro che non c’è, per una legalità, per una maggiore diffusa responsabilità che passi dalla quotidiana testimonianza di chi sarà chiamato a rappresentare i territori. 

«Il vero potere è il servizio», ha ammonito di recente papa Francesco. Come Dag Hammarskjold, il Pontefice parlava al mondo. C’è da augurarsi che la Calabria e i calabresi li ascoltino.

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