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Quando Montini salvò una famiglia ebrea…

Nel 1943, il futuro papa Paolo VI, allora sostituto della Segreteria di Stato, procurò alla famiglia Terracina documenti falsi, trasformando il cognome in Bonacina per salvarli dalla deportazione nazista

A margine della commemorazione per la Giornata della Memoria 2015 presso l’auditorio Antonianum, abbiamo avuto l’occasione di incontrare un’appartenente alla Comunità ebraica di Roma, la settantenne Clelia Terracina. La quale ci ha raccontato una storia interessante, una storia di famiglia che le è stata tramandata oralmente dai suoi genitori. Clelia ancora non era nata in quel drammatico 1943 e i suoi fratelli erano piccoli, Alberto di quattro anni e Leo di due. 

Tutti in famiglia erano e sono riconoscenti a Giovanni Battista Montini. Perché? Ecco il racconto.

I genitori di Clelia si sposarono il 29 maggio 1938. La famiglia del padre, Angelo, aveva un’attività di ferramenta agricole, fornitrice anche delle Ville pontificie. La madre era Elvira Piperno. In viaggio di nozze gli sposini fecero conoscenza tra gli altri di una coppia argentina, gli Strotti, che consigliarono loro di lasciare Roma al più presto e di raggiungerli nel Paese sudamericano, cercando di convincere in tal senso il maggior numero possibile di ebrei.

Quando Angelo ed Elvira tornarono a Roma, trasmisero il consiglio, che però cadde nell’incredulità generale: “Siamo italiani, romani da molte generazioni… e poi qui abbiamo il Vaticano che ci protegge…”. Come è noto, pochi mesi dopo furono approvate invece dal governo fascista le infami leggi razziali. E tutto cambiò. Anche la famiglia Terracina-Piperno si trovò a dover subire quelle norme. Viveva ad Albano, ma non potè più ad esempio andare ad Anzio al mare, cosa vietata agli ebrei.

Il 15 ottobre 1943, continua Clelia Terracina, era il compleanno di uno zio, fratello di mamma Elvira. Nel pomeriggio la famiglia Piperno si riunì dunque per festeggiare nella casa di piazza Ippolito Nievo 5, in un palazzo in cui abitavano altre famiglie di ebrei. C’erano tutti, salvo Elvira, che non potè scendere a Roma, essendosi ammalato uno dei due figli. Scattato il coprifuoco, tutti restarono a dormire nell’appartamento, accomodandosi alla bell’e meglio. La mattina presto scattò la retata delle SS e i 16 presenti furono catturati, poi deportati ad Auschwitz: morirono tutti, per cui della famiglia della mamma di Clelia non si salvò nessuno. Anche gli altri condomini ebrei subirono una sorte analoga.

Quando ad Albano giunse la notizia della retata, Angelo, Elvira e i figli trovarono subito rifugio presso amici, che in casa avevano una botola, attraverso la quale si poteva raggiungere uno spazio nascosto. Dopo tre giorni furono accompagnati in zona extraterritoriale vaticana dentro le Ville pontificie, per la precisione dentro la Villa del collegio di Propaganda fide.

Il 10 febbraio, pochi giorno dopo lo sbarco di Anzio, la Villa (e con essa anche la Villa Barberini) fu pesantemente bombardata dagli Alleati, che infransero la parola (scritta) data da Roosevelt al Papa e sulla base di informazioni su una presunta presenza tedesca nel perimetro delle Ville pontificie, che ospitavano a quel momento circa 12mila sfollati (in buona parte abitanti dei Castelli Romani in fuga dai primi bombardamenti anglo-americani di fine gennaio e inizio febbraio): fu un massacro e i morti ammontarono a diverse centinaia. Mamma Elvira raccontava del bombardamento e di essere saltata dal primo piano su un telone, mentre intorno era pieno di cadaveri.

Dopo il bombardamento i Terracina furono trasferiti a Roma, all’interno del Vaticano. Pochi giorni e fu loro detto che diveniva troppo pericoloso restare lì: avrebbero dovuto partire. E’ in questo momento che l’allora monsignor Montini, Sostituto della Segreteria di Stato, fornì loro i documenti necessari. Dei falsi, in cui il cognome Terracina era stato modificato in Bonacina. Montini conosceva Angelo Terracina, anche personalmente, proprio per il fatto che era fornitore delle Ville pontificie a Castel Gandolfo. Un camion pieno di rifugiati e sfollati partì dal Vaticano verso un convento umbro. Fu fermato e controllato per tre volte a posti di blocco delle SS, tanto che l’autista impaurito, giunto nel cuore della notte a Todi, fece scendere tutti nella piazza principale e se ne andò.

Ai margini della piazza c’erano dei porticati, dei voltoni e lì sotto si rifugiarono gli sfollati. Era febbraio, faceva freddo. Avvertito, giunse un sacerdote, don Mario Pericoli, parroco di Santa Maria in Camuccia; aprì una vecchia ‘maternità’ e ospitò gli sfollati per la notte. Venuto il giorno, essi dovettero vagare per strada, anche perché per il parroco era difficile giustificare tale afflusso improvviso.  La gente di Todi portò loro coperte e alimentari. La famiglia di Angelo Terracina (padre, madre e due figli) si ritrovò in una tabaccheria, quella di Leopoldo Marri che, d’accordo con la moglie, si offrì di ospitarli in casa per il pernottamento, liberando una camera. Per sei mesi funzionò così: la notte dai Marri, da dopo colazione fino a sera da don Pericoli. Marri tacque sempre sull’identità reale dei suoi ospiti, anche con i figli, dati i prevedibili rischi.

Gli altri sfollati, tra cui i fratelli di Angelo con i figli, trovarono pure rifugio in case private o in conventi. Nel giugno 1944 Todi fu liberata dalle truppe alleate. E la madre, Elvira, morta nell’ottobre scorso centenaria, ricordava sempre i primi carri armati statunitensi, subito seguiti dalla Brigata ebraica. Uno dei figli, Alberto, fu anche sollevato da un soldato e fece alcune centinaia di metri su un carro armato, connotato dalla stella di David. Provò una grande e incancellabile emozione. Durante l’estate i Terracina tornarono a Roma liberata e lì, da un telegramma della Croce Rossa Internazionale, appresero della morte dei 16 membri della famiglia Piperno catturati a piazza Ippolito Nievo il 16 ottobre 1943.

Fu un trauma profondissimo per la madre. Nel 2009 Elvira Piperno in Terracina raccontò la sua vicenda per la Giornata umbra della Memoria; e un paio d’anni dopo i figli Alberto e Clelia la rievocarono per alcune centinaia di studenti della città di Jacopone. Per l’occasione Alberto Terracina fece riferimento anche all’anello d’oro donatogli dal tabaccaio Leopoldo Marri, con incise le lettere A. e B., Alberto Bonacina. Come era indicato nei documenti procurati alla famiglia da monsignor Montini, il futuro papa Paolo VI. 

[Fonte: Rosso Porpora]

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