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Napoli come laboratorio della Chiesa di Bergoglio

Il Cristianesimo sociale come protagonista della rinascita della Capitale del Meridione

La grande piazza del Plebiscito porta questo nome in memoria dell’atto di adesione di Napoli alla causa dell’Unità d’Italia, cui questa città aveva dato un grande contributo di pensiero e di sangue, ma l’edificazione della Chiesa posta al centro del grande colonnato, simile a quello di San Pietro a Roma, fu a suo tempo il segno tangibile della restaurazione borbonica: quando il Re Ferdinando ritornò sul trono, caduta la Repubblica Partenopea, adottò San Francesco da Paola, cui il tempio è dedicato, come nuovo patrono, essendo adirato con San Gennaro, reo di avere operato il miracolo delle liquefazione in onore dell’invasore francese.

Da allora, comunque, la piazza è il luogo simbolo della vita civile di Napoli, ed il Papa, rivolgendosi ai cittadini partenopei, ha aggiunto una pagina memorabile.

Commentando il Vangelo, il Pontefice ha ricordato che il potere temporale del tempo aveva mandato i suoi agenti – come fanno sempre le dittature –  a spiare Gesù, ma la parola di Cristo aveva convinto anche costoro, al punto che tornarono dicendo: “Nessuno ha mai parlato come lui”.

Si aspettava che il Papa si pronunziasse contro la camorra, ma era importante capire come lo avrebbe fatto.

La Chiesa di Bergoglio è caratterizzata da un forte impegno civile, e Francesco ha esortato i fedeli, i Sacerdoti e le parrocchie ad adoperarsi in questo senso.

Non però, questo è il punto nodale del suo discorso, subordinandosi ad una ideologia mondana, né ad un particolare disegno del governo temporale, anche può esservi naturalmente una coincidenza negli obiettivi con ogni altro soggetto, bensì tornando alla essenza dell’ideale cristiano, costituita dall’Incarnazione.

E’ infatti nella parola di Dio che si colloca il discrimine essenziale tra il bene ed il male, tra il vero e il falso, tra il giusto e l’ingiusto.

Se c’era bisogno di un’ulteriore prova che il Papa non aderisce alla cosiddetta “Teologia della Liberazione”, il Papa l’ha data nel momento e nella sede in cui la Chiesa è chiamata al massimo impegno civile, per la redenzione anche materiale della società dalle catene che la opprimono.

Non c’è bisogno – per svolgere per l’appunto un’opera di liberazione dall’ingiustizia, del supporto di alcuna particolare ideologia: basta – per questo – l’esempio di Cristo, la sua imitazione e la conformità con il suo Vangelo.

La Chiesa che combatte la criminalità organizzata non smentisce la propria missione spirituale, ma giunge a ricristianizzare la società umana nel momento stesso in cui la libera dai vincoli della sopraffazione.

Il Papa non sfugge all’analisi concreta della realtà sociale, dice espressamente che la camorra può anche dare da mangiare oggi a chi cede alla sua prepotenza, ma questo causa la fame di domani, perché toglie ogni prospettiva di progresso in quanto priva la gente della speranza.

Nella parola di Francesco la speranza come virtù teologale si concilia con la speranza intesa come passione ed impegno incarnato nella vicenda quotidiana, l’immanenza diviene immagine della trascendenza, l’azione concreta si proietta verso una teofania che è nella storia, la vicenda civile si identifica con la vicenda spirituale.

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