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La Francia celebra la legge sui “bambini uccisi prima di nascere”

A quarant’anni dalla ‘legge Veil’, l’Assemblea nazionale francese ha votato simbolicamente “il diritto fondamentale all’aborto”. Eppure sono tragiche e comprovate le ferite che questa pratica lascia nella società

Nel suo discorso al Parlamento europeo di Strasburgo, papa Francesco ha speso parole chiare e granitiche allorquando ha rammentato alla politica che l’attuale sistema di sviluppo rischia di ridurre l’uomo a “semplice ingranaggio di un meccanismo che lo tratta alla stregua di un bene di consumo da utilizzare”. Il Santo Padre ha dunque sottolineato che “quando la vita non è funzionale a tale meccanismo viene scartata senza troppe remore”, citando a tal riguardo la realtà dei “bambini uccisi prima di nascere”.

Meno di ventiquattro ore dopo quest’ennesima denuncia di Bergoglio contro la pratica dell’aborto, sempre in Francia, ma stavolta presso l’Assemblea nazionale di Parigi, di una legge che legalizza “l’uccisione dei bambini prima di nascere” è stato celebrato solennemente l’anniversario.

Era il 26 novembre 1974 quando l’allora ministra della Sanità francese Simone Veil (che per altro è stata presidente del Parlamento europeo dal 1979 al 1982) apriva in modo ufficiale il dibattito parlamentare sulla legge che permette il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza.

A quarant’anni di distanza da quell’evento, i deputati transalpini hanno approvato un testo che riafferma “il diritto fondamentale all’interruzione di gravidanza in Francia e in Europa”, sottolineando che “il diritto universale delle donne a disporre del loro corpo liberamente è una condizione indispensabile per la costruzione dell’uguaglianza reale tra donne e uomini in una società progredita”.

Una votazione dal tenore celebrativo e simbolico, la quale rivolge all’opinione pubblica un segnale inequivocabile – attestato dalla dicitura “diritto fondamentale” – circa la volontà di alcuni gruppi progressisti di attuare ancor più permissive riforme dell’aborto. La ministra della Sanità Marisol Touraine ha già annunciato che nel 2015 verranno proposte misure di tal guisa, anche se l’ultima in ordine cronologico è piuttosto recente: approvata nel gennaio 2014, consente alle donne entro la 12esima settimana di poter abortire senza dover più dimostrare una “situazione di difficoltà”.

Eppure, i principali cenni di resistenza a quella che l’ex primo ministro François Fillon ha definito una “banalizzazione dell’aborto”, giungono proprio dalle donne francesi. Il settimanale cattolico La Vie ha pubblicato un sondaggio dal quale emergono dati tutt’altro che superflui.

Emerge per esempio che il 61% delle francesi ritiene che “ci sono troppi aborti nel nostro Paese”. Ancora di più sono poi coloro le quali vorrebbero che alle donne in gravidanza che si rivolgono in strutture sanitarie per chiedere un aborto venissero rilasciate – come deterrente all’opzione aborto – maggiori informazioni sugli aiuti a “donne incinte e alle giovani madri”. Ma il dato forse più sorprendete è che ben l’83% delle donne d’Oltralpe è dell’opinione che “l’aborto lascia tracce psicologiche con cui è difficile convivere”.

Una crescente consapevolezza, quest’ultima, suffragata da un articolo (foriero di polemiche, in Francia) pubblicato nel marzo 2012 su Libération dai ginecologi Israël Nisand e Brigitte Letombe. I due medici, intervenendo in un dibattito sollecitato proprio dallo storico quotidiano della sinistra francese, criticavano con fermezza la tendenza diffusa a sostenere che l’aborto non abbia alcun impatto psicologico sulla donna che lo subisce.

“Ogni giorno – scrivevano i due ginecologi – nel corso delle nostre consultazioni incontriamo donne che ci parlano della loro sofferenza psicologica e del loro malessere, che talvolta perdurano molti anni”. Essi – pur precisando di essere “difensori della prima ora dell’accesso all’aborto” – ricordavano che “la salute non riguarda il solo corpo, ma anche l’aspetto psicologico”, concetto “che tuttavia sfugge così spesso alle fredde analisi statistiche”. I due camici bianchi, infine, definivano persino “negazionismo” ritenere che “l’aborto non ha alcun effetto sulla vita di una donna”.

Una forma di “negazionismo” che, nutrita dal mito dell’emancipazione femminile e fondata su astratti propositi di costruire una società all’insegna della “uguaglianza reale tra donne e uomini”, finisce invece per colpire coloro che all’interno della società rappresentano proprio i soggetti più vulnerabili. Le donne, appunto. Ma anche i bambini non ancora nati, i quali – per parafrasare ancora papa Francesco – hanno il volto di Gesù Cristo, “che prima ancora di nascere (…) ha sperimentato il rifiuto del mondo”.

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