Mons. Mogavero: il problema è il limite delle acque territoriali libiche

Sulla vicenda del peschereccio mazarese mitragliato da una motovedetta libica

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ROMA, martedì, 14 settembre 2010 (ZENIT.org).- “Con regolarità questi episodi si verificano e il punto di contrarietà è sempre lo stesso: il limite delle acque territoriali libiche”. E’ questo il commento rilasciato alla Radio Vaticana da mons. Domenico Mogavero, Vescovo di Mazara del Vallo e Presidente del Consiglio della Conferenza episcopale italiana per gli Affari giuridici, in merito alla vicenda del peschereccio mazarese “Ariete” mitragliato il 12 settembre scorso da una motovedetta libica. 

La motovetta con a bordo anche militari italiani era una delle sei, appartenenti alla Guardia di Finanza, che il Governo italiano ha consegnato alla Libia nell’ambito dell’accordo per contrastare l’immigrazione clandestina ratificato nel 2009.

La sparatoria, avvenuta a circa 30 miglia dalle coste della Libia, non ha avuto conseguenze sull’equipaggio formato da dieci uomini.

“Il governo di Gheddafi – ha affermato mons. Domenico Mogavero –, con atto unilaterale ha allargato il limite delle acque territoriali fino a 72 miglia marine, contro le 12 previste dal diritto internazionale”.

“Quindi – ha spiegato – tutte le volte che un peschereccio della nostra flotta, secondo la loro impostazione delle cose, sconfina, per loro è una atto di aggressione. Per noi invece è operare in mare aperto secondo le convenzioni internazionali”.

Episodi simili, ha continuato, “sono accaduti anche di recente con sequestri di pescherecci. Questa volta l’Ariete ha avuto la meglio sulla motovedetta ed è riuscito ad attraccare a Lampedusa. Però sono episodi che si ripetono e la preoccupazione qui è grande, perché si vede soprattutto l’assenza di un’azione politica a livello nazionale ed internazionale che affronti finalmente nelle sedi dovute questa questione ormai spinosa”.

Inoltre, ha aggiunto, questo incidente va a toccare l’attività della pesca per la popolazione di Mazara del Vallo, che è “un comparto che occupa parecchie migliaia di persone, compresi molti immigrati”.

Circa le scuse avanzate dalla Libia, e riferite dal ministro dell’Interno Roberto Maroni durante la trasmissione tv “Mattino Cinque” di Canale 5, il presule ha detto che “se ci fosse stato il morto, le scuse non l’avrebbero resuscitato”.

“Purtroppo poi – ha proseguito – c’è un altro elemento che va ancora chiarito, per lo meno a livello dell’opinione pubblica, la presenza sulla motovedetta di militari italiani della Guardia di Finanza. Bisogna comprendere se questo non avrebbe potuto favorire meglio la comunicazione fra i due mezzi”.

“Indubbiamente – ha detto mons. Mogavero – il clima che si respira, questa esasperata caccia all’immigrato, per cui ogni imbarcazione è un potenziale mezzo nemico che tenta di portare in Occidente persone ‘pericolosissime’ da rinviare subito al mittente, certamente non giova a rasserenare i rapporti, e a risolvere la questione nella maniera più umana possibile, cioè attraverso il dialogo e l’intesa”.

“Prima di dover raccogliere di nuovo amaramente il cadavere di qualche pescatore o marittimo, siciliano o immigrato, imbarcato su mezzi mazaresi, ci si affretti a trovare il modo la via giusta del dialogo per risolvere questa querelle internazionale che sembra un nodo inestricabile per tutti”.

“Ma non esistono nodi inestricabili, ci vuole la pazienza di una trattativa diplomatica che per quanto lunga può di certo approdare a risultati soddisfacenti”, ha concluso.

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ZENIT Staff

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