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Quello straniero ospite in mezzo a noi

Il cardinale Vegliò offre uno sguardo positivo sul migrante all’apertura del Congresso su “Cooperazione e sviluppo nella pastorale delle migrazioni”

Un fenomeno che sta assumendo proporzioni senza precedenti, quello migratorio. Lo ha ricordato oggi, proprio all’indomani dagli scontri di Tor Sapienza a Roma, il cardinale Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio per la pastorale per il Migranti e gli itineranti, durante la giornata di apertura del VII Congresso Mondiale Cooperazione e sviluppo nella pastorale delle migrazioni organizzato dallo stesso Pontificio Consiglio.

Durante la presentazione presso l’Università Urbaniana, sono intervenuti anche il Ministro dell’Interno Angelino Alfano, mons. Antonio Camilleri, Sottosegretario per i rapporti con gli Stati, e l’ambasciatore William Lacy Swing, direttore generale dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni.

“Dal punto di vista della cooperazione non si può trascurare che l’affluenza di migranti verso i Paesi di accoglienza può significare, per questi ultimi, grandi benefici, in quanto immette nuove forze creative e produttive che possono diventare di indiscutibile utilità per lo sviluppo”, ha affermato il cardinale Vegliò nel suo discorso di apertura.

Bando dunque ai sospetti e ai pregiudizi che vedono il migrante nell’ottica di una minaccia sociale e non come “lo straniero ospite in mezzo a noi”, il “prossimo che condivide” lo stesso “ambiente di vita” dei cittadini autoctoni, il quale, se “condivide anche la stessa fede”, è per di più nostro “fratello” in Cristo; e in lui “Gesù stesso si è identificato” dicendo ‘ero forestiero e mi avete accolto’.

Certo è che occorre una risposta non banale al complesso fenomeno che, influendo su “tutte le sfere della vita quotidiana” di ognuno, è per questo anche “difficile da gestire”. “L’incompatibilità tra gli approcci restrittivi con un mondo” sempre più globale che incoraggia lo scambio di informazioni e la “liberalizzazione di altri flussi”, risulta evidente dal “numero di migranti” in condizioni irregolari e dall’aumento di “gravi crimini contro i diritti umani”, come quello dei “traffici attraverso le frontiere”.

Eppure “i concetti della cooperazione e dello sviluppo pongono soprattutto l’accento sull’aspetto positivo del fenomeno della migrazione, inclusa quella lavorativa”, ha osservato il porporato, il quale ha sottolineato come “l’inserimento dei migranti nel settore produttivo dei Paesi d’accoglienza” abbia “la capacità di creare ricchezza per i Paesi stessi e, allo stesso tempo”, possa “offrire opportunità di formazione, informazione, lavoro e retribuzione per i migranti. Questi, a loro volta, possono condividere con il Paese d’origine una parte importante dei benefici ricevuti nel Paese d’accoglienza”. 

Essenziale è che i migranti non vengano considerati solamente come “strumenti da attrarre o mandare via a seconda delle esigenze, ma come persone alle quali devono essere garantiti tutti i diritti e gli effetti derivanti dalla residenza e dalla cittadinanza”, ha affermato il cardinale, mettendo in guardia dal voler identificare i migranti solo come persone bisognose di cure materiali, non anche spirituali, e lo sviluppo di un paese “solo in termini di crescita economica”.

La migrazione, anche quella per il lavoro, può essere una grande potenzialità per lo sviluppo che “richiede perciò non solo cambiamenti economici e strutturali, ma soprattutto cambiamenti profondi in ambito sociale e politico”.

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