Dona Adesso

Il vero cosmopolita parla latino?

Secondo don Roberto Spataro, si tratta di una lingua immortale che si sta ancora diffondendo in tutto il mondo

Più di trecento tra studenti e studiosi giunti da tutto il mondo, hanno partecipato al Convegno Studia Latinitatis provehenda, presso l’Università Pontificia Salesiana, suscitando l’attenzione dei media internazionali, lo scorso 7 e 8 novembre. Don Roberto Spataro, Segretario della Pontificia Academia Latinitatis, ha rilasciato un’intervista a ZENIT sulla necessità di riscoprire i classici per la ricostruzione di una coscienza collettiva nuovamente orientata al bene.

Questo convegno è caduto quasi in concomitanza con la beatificazione di Paolo VI: per quale scopo è stato organizzato?

Paolo VI ha fondato il Pontificium Institutum Altioris Latinitatis proprio 50 anni fa. Di conseguenza abbiamo voluto ricordare questo Giubileo attraverso un convegno che non fosse semplicemente commemorativo ma che confermasse la vitalità della lingua latina e l’importanza degli studi umanistici.

Questo convegno serve a confermare l’immortalità della lingua latina, ma anche a mostrare delle esperienze didattiche efficaci che rendano l’insegnamento e l’apprendimento piacevole, che risveglino le motivazioni, e che conducano ad un obiettivo: quello di mettere gradualmente gli studenti nelle condizioni di leggere i testi che gli antichi e i moderni ci hanno trasmesso.

Tanti sostengono che il latino sia una lingua morta: perché, quindi, è necessario coltivarlo nell’ambito della Chiesa e della società civile?

La conoscenza della lingua latina consente di accedere a testi che hanno sfidato e sfidano i tempi, e costituiscono il fondamento della civiltà occidentale. I cosiddetti classici ci insegnano il rispetto di ogni essere umano, la necessità di cercare la verità, di inseguire i pensieri della bellezza, tutti quei valori che definiamo umani, tanto che il latino e il greco sono definiti studi umani.

In un contesto storico nel quale vi è una crisi che va al di là degli aspetti economici e finanziari, ed è una crisi etica e spirituale, lasciarci ancora una volta ammaestrare e ispirare dai classici, diventa una risorsa di straordinario valore per affrontare questo momento.

Per la Chiesa esistono dei motivi ulteriori: le fonti liturgiche, agiografiche, giuridiche, la letteratura teologica di epoca patristica e medioevale, il magistero della chiesa, sono tutte fonti in lingua latina. Ma la Chiesa Cattolica in quanto istituzione universale sovranazionale ha bisogno di una lingua che sia di tutti. Ricordo che tutti i documenti del Concilio Vaticano II, la bussola per la Chiesa dei tempi moderni, secondo San Giovanni Paolo II, sono tutti scritti in un magnifico latino.

Non si tratta di un gioco accademico per una piccola élite mentre il mondo brucia, ma di una risposta alle difficoltà che l’umanità sta incontrando in questa stagione storica.

È vero che in molti paesi del mondo il latino non è una lingua in declino? Come mai all’estero riscuote questo interesse?

La lingua latina suscita interesse in varie parti del mondo, forse occorrerebbe diventare meno eurocentrici: in Cina aumenta in modo consistente il numero di studenti di qualsiasi facoltà che vogliono arricchire il loro curriculum, al punto tale che è nata un’associazione interuniversitaria chiamata Latinitas Sinica. In Africa lo studio del latino viene molto curato, perché essendovi chiese giovani, esse sentono la necessità del legame con la tradizione: in Congo è nata una rivista, Revue Africaine des Etudes Latines; il presidente del Malawi ha voluto diffondere questo messaggio che sintetizzerei con queste parole: ‘Non può dirsi uomo colto se non chi conosce il latino e il greco’. Non dobbiamo essere scoraggiati anche per quel che riguarda l’Europa: il numero degli studenti di latino aumenta in Germania; un robusto insegnamento viene diffuso ancora nei licei di alcuni paesi come l’Olanda, l’Ungheria. L’Italia continua ad avere il suo liceo classico che è una perla, dove vi è però una ripetizione un po’ stantia delle metodologie, un insegnamento eccessivamente grammaticale frutto di un certo indirizzo di pensiero che considera il latino quasi un cadavere da vivisezionare e non un organismo vivente come sono le lingue.

Ai genitori e ai ragazzi disperati che sono condannati alle ripetizioni di latino cosa direbbe?

Se ad un ragazzo viene chiesto un esercizio di ginnastica mentale semplicemente, apprendere delle tabelle di declinazioni e coniugazioni, tradurre delle frasette come ‘le ancelle portano le anfore e adornano di rose le statue delle dee’, certamente non si risveglia la motivazione. Un adolescente che si pone domande di senso della vita, se viene messo a contatto con i testi, comincia ad apprezzare i classici. Naturalmente sorge la domanda: ‘Non può leggere in traduzione?’. Noi sappiamo che, letti in originale, i testi hanno una profondità espressiva ineguagliabile. Perché privare i giovani di questo tesoro? In fondo significa anche renderli autonomi, liberi di poter meditare su delle domande insieme con Virgilio, sul senso della vita con Seneca, di scavare nell’anima insieme a Sant’Agostino, di discettare dell’importanza della pace tra i popoli insieme ad Erasmo da Rotterdam, filosofare con Cartesio e… perché no?  Anche di consultare testi di letteratura scientifica, fisica e matematica.

Il latino si può imparare anche in musica o nel teatro?

Sono metodologie poco conosciute, ma sono state vigenti per secoli, applicate dagli umanisti nella ratio studiorum dei gesuiti fino agli inizi del secolo XIX. Anche l’insegnamento delle lingue moderne è mutuato dalle metodologie che usavano gli umanisti per l’insegnamento del latino. Quando il latino viene usato attivamente come una lingua parlata, allora nascono delle esperienze come quella delle rappresentazioni teatrali o dei dialoghi o del canto in lingua latina (tutta la poesia latina o quasi era poesia cantata) che rendono l’insegnamento piacevole e efficace. Per quanto riguarda, poi, l’insegnamento del latino in ambito ecclesiastico, abbiamo tutta la tradizione del canto gregoriano: con i seminaristi è bello partire da un semplice canto che essi conoscono, anche un semplice Sanctus o testi leggermente più complessi come Adoro te devote, per poter fare poi una riflessione sulla lingua.

Esiste una corrente culturale sotterranea neolatina?

Esistono circoli umanistici con luoghi culturali dove il latino viene praticato per la composizione scritta e a volte per la comunicazione orale. Penso a Vox latina, ai nunzi finnici trasmessi da Helsinki, a riviste, libri, congressi. Esiste anche una copiosa produzione poetica in lingua latina che non si è mai estinta: due anni fa abbiamo celebrato il centenario della morte di Pascoli, poeta italiano ma ancor più poeta neolatino; ci sono i suoi continuatori che continuano a comporre in lingua latina per esprimere la gamma infinita dei sentimenti umani.

Nel mondo ecclesiale vi è a volte una certa nostalgia per la messa in latino e vi è chi vorrebbe tornare a prima del Concilio Vaticano II: cosa pensa a riguardo?

Amo la liturgia in lingua latina sia con il novus ordo sia con il vetus ordo, ma direi questo: la lingua latina non deve essere certamente usata come un’arma per creare divisioni nella Chiesa, perché la lingua unisce i credenti. Il Concilio Vaticano II aveva disposto che la lingua latina venisse conservata nella celebrazione dei riti liturgici introducendo poi le lingue nazionali. L’applicazione della riforma liturgica in un certo senso non ha seguito questa indicazione perché ha introdotto in modo massiccio le lingue nazionali. Di per sé è un punto su cui si potrà assumere un maggiore equilibrio.

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