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Eterologa in Umbria, “uno spreco sulle spalle di tutti per accontentare pochi”

Il Movimento per la Vita di Perugia critica l’adozione in regione della costosa tecnica di fecondazione artificiale a carico dei contribuenti, quando con molto meno si potrebbero aiutare madri e famiglie in difficoltà

L’infertilità di coppia non è una malattia, per questo la Procreazione medicalmente assistita, in generale, non è compresa nei LEA, i Livelli Essenziali di Assistenza, garantiti dal Fondo sanitario nazionale. Lo riferisce in un comunicato il Movimento per la Vita di Perugia, in merito all’adozione della fecondazione artificiale da parte della Regione Umbria.

“Non ha le idee chiare sul tema la Presidente Regionale Catiuscia Marini – si legge nella nota – che aveva di recente approvato il via libera in Regione alla pratica della fecondazione extracorporea eterologa (ovvero con gameti diversi da quelli dei richiedenti) come “un traguardo molto importante  perché risponde così ad un bisogno fondamentale di salute per quanti sono affetti da infertilità”.

La Corte costituzionale, con una sentenza dell’aprile scorso,  ha eliminato l’articolo che vietava l’applicazione di tecniche di fecondazione eterologa in Italia, assimilandola “in toto” alla fecondazione omologa, con la motivazione che  si “discriminavano le coppie sterili perché, pur potendo accedere alla fecondazione medicalmente assistita come le coppie infertili, non potevano ricevere l’applicazione dell’unica tecnica che desse loro una possibilità di gravidanza”.

Questa situazione, secondo il Movimento per la Vita di Perugia, presenta “diverse criticità”:

1. L’eterologa non è assimilabile alla fecondazione omologa in quanto tale tecnica è,  non una semplice procedura medica, ma invece una delicata questione etica, su cui tanti cittadini italiani hanno molte riserve. A conferma di ciò tutte le legislazioni dei Paesi europei prevedono procedure e limitazioni molto diverse per le due casistiche.

2. Il “diritto alla maternità a tutti i costi” delle coppie sterili, spesso a causa dell’età avanzata della donna, non è un diritto previsto dall’ordinamento giuridico italiano.

3. La gratuità del seme e degli ovuli. La Corte Costituzionale ha stabilito che la donazione di seme e di ovuli debba essere gratuita. Ma trovare donatori e donatrici che regalino i propri gameti disinteressatamente, per altruismo, come gesto oblativo, non appare obiettivamente credibile: infatti all’estero, l’eterologa è eminentemente governata dal commercio. Tale sentenza alimenterà, così, il mercato nero cioè un nuovo canale di illegalità.

Il fatto che inizialmente la Governatrice Marini avesse promosso l’accesso completamente gratuito da parte dei richiedenti alla pratica di fecondazione eterologa, dovendo poi rimettersi alla decisione della Conferenza delle Regioni che ha stabilito un ticket unico per fra i 400 e i 600 euro per tutti, dimostra “quanto poco realista fosse l’intenzione della Marini di offrire gratis un costoso iter medico che dovrebbe curare qualcosa che non è definibile come malattia, sulla base di un “diritto” (quello “ad avere un figlio”) di dubbia esistenza”.

“Mentre i cittadini umbri sono chiamati a pagare ticket sempre più consistenti per l’intramoenia, a causa della cattiva amministrazione delle risorse umane nelle Aziende sanitarie dell’Umbria – afferma Vincenzo Silvestrelli, Presidente del Movimento per la Vita di Perugia – si pretende di finanziare (anche se fortunatamente solo in parte) con il FSR prestazioni che  non sono una terapia per una patologia, oltre ad avere un’efficacia bassissima ed un costo, però, elevato; trattamenti che producono invece sequele psicopatologiche nella stragrande maggioranza delle coppie che non riescono a coronare il loro desiderio dopo essersi esposte a tanti sacrifici e  rischi”.

“Perché, piuttosto – si domanda Silvestrelli – non destinare quelle cifre al sostentamento di donne e famiglie con figli a carico, messe in difficoltà dalla crisi? Oppure prevedere per questi soggetti tariffe più agevolate per l’accesso alle cure ed ai servizi socio sanitari regionali?”.

La proposta del MpV perugino vuole essere “un richiamo non solo provocatorio ma anche fattivo ad orientare le energie dell’amministrazione regionale sui bisogni reali, e non presunti, dei cittadini contribuenti, partendo dai numeri che non tradiscono la realtà”, conclude poi la nota.

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