L'epigrafia racconta la prima comunità cristiana di Roma (Prima parte)

Chi erano i primi cristiani dell’Urbe? Ce lo spiega in un’intervista il professor Danilo Mazzoleni, rettore del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana

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La comunità cristiana di Roma è una delle più antiche in assoluto del mondo. Infatti, meno di trent’anni dopo la morte e risurrezione di Gesù, l’apostolo Paolo si rivolge già ai cristiani dell’Urbe nella sua Lettera ai Romani, scritta a Corinto tra il 55 e il 58. “La fama della vostra fede si espande in tutto il mondo”, scrisse l’Apostolo delle Genti (Rom. 1,8). Ma chi erano questi primi cristiani di Roma? Cosa facevano? E come erano organizzati?

Per saperne di più, abbiamo intervistato il professor Danilo Mazzoleni, rettore del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, docente di Archeologia cristiana presso l’Università degli Studi “Roma Tre” e noto esperto di epigrafia cristiana, cioè la disciplina che studia le iscrizioni paleocristiane.

Nelle catacombe romane (e non) sono state rinvenute infatti migliaia di iscrizioni paleocristiane. Nel solo complesso di San Callisto più di 3.000. Oltre agli immancabili graffiti (un fenomeno infatti per nulla moderno) e le iscrizioni monumentali con i carmi di papa Damaso (366-384), nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di lapidi, che più della morte parlano della vita e della fede dei primi cristiani.

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Prof. Mazzoleni, in che cosa consiste l’epigrafia cristiana?

Prof. Danilo Mazzoleni: L’epigrafia cristiana, che fu acutamente definita da una delle personalità più insigni di questa disciplina, il padre Antonio Ferrua, “l’occhio dell’archeologia”, è una scienza storica, che ha per oggetto lo studio di tutto ciò che è scritto su qualsiasi supporto, esclusi manoscritti e monete, dalla seconda metà del II agli inizi del VII secolo. Essa ha costanti e molteplici relazioni con l’epigrafia profana latina e greca fino al IV-V secolo, quando i testi pagani (soprattutto quelli funerari) progressivamente scompaiono quasi del tutto.

Leggendo le numerose iscrizioni ritrovate nelle catacombe di Roma, che cosa colpisce specialmente il visitatore di oggi?

Prof. Danilo Mazzoleni: Un visitatore non specialista è presumibilmente colpito dalla scarsa qualità grafica riscontrabile nelle lapidi funerarie, da un notevole disordine nell’incisione delle lettere, dalla presenza di molte abbreviazioni (apparentemente inestricabili), mentre le diverse immagini che possono essere incise sulle lastre, siano esse il monogramma di Cristo, l’àncora, il pesce, il Buon Pastore o l’orante, presentano tratti essenziali. Di solito, ai committenti cristiani non interessava tanto la cura estetica o la regolarità della grafia, quanto piuttosto i contenuti dei testi iscritti, tanto che per i motivi figurati adoperavano un linguaggio simbolico, che rappresenta un’importante peculiarità del mondo cristiano.

Le iscrizioni funerarie cristiane recano spesso il cosiddetto “dies natalis”. E’ corretto parlare di una spiritualità escatologica?

Prof. Danilo Mazzoleni: La frequente allusione al giorno della morte, ritenuto quello della nascita alla nuova vita, è una delle novità più rilevanti del formulario cristiano rispetto a quello pagano. In precedenza tale indicazione era solo sporadica, poiché in genere era ritenuto funesto ricordarla. Per rendere più chiaro il concetto del dies natalis, talora veniva usato il participio natus invece di termini più comuni, come depositus, recessit, o verbi simili, proprio per indicare con la morte terrena la nascita alla beatitudine eterna del defunto. In tal senso, si può parlare certamente di riferimenti escatologici.

“Marcianvs hic dormit in pace”, recita un’iscrizione trovata nelle Catacombe di Priscilla. La morte è quindi solo un sonno, come disse Gesù stesso della figlia di Giairo: “La bambina non è morta, ma dorme” (Mc 5, 39)?

Prof. Danilo Mazzoleni: La concezione che morire significa addormentarsi in attesa della resurrezione è ribadita proprio da un gruppo di verbi o espressioni allusive al riposo (dormire, quiescere, requiescere, dormitionem accipere, e così via). Anche questi elementi si possono ritenere una peculiarità dei formulari cristiani.

Gli affreschi scoperti nelle catacombe romane spesso rappresentano in particolare il Battesimo e l’Eucaristia. Una spiritualità escatologica che affonda dunque le sue radici nei sacramenti?

Prof. Danilo Mazzoleni: In verità, mentre riferimenti al Battesimo sono abbastanza frequenti nell’epigrafia cristiana e anche in iconografia, rappresentando il Battesimo di Cristo o altre scene bibliche, in cui l’acqua è l’elemento dominante, per l’Eucaristia il discorso è diverso. Importanti allusioni sono inserite soltanto in due iscrizioni: quella di Abercio, vescovo di Gerapoli in Frigia, risalente alla seconda metà del II secolo e ritenuta la più antica iscrizione cristiana e quella di Pettorio di Autun, datata al IV secolo, che riprende in parte un testo coevo ad Abercio. In seguito le iscrizioni funerarie non contengono più alcuna espressione che faccia riferimento al sacramento eucaristico. In parallelo, scene pittoriche delle catacombe romane di S. Callisto e Priscilla, risalenti alla prima metà del III secolo, ricordano esplicitamente le Specie eucaristiche o la loro consacrazione, mentre successivamente tali richiami non sono più attestati, salvo allusioni più generiche, come il miracolo della moltiplicazione dei pani. Per gli altri Sacramenti si possono trovare pochi riscontri chiari in epigrafia solo per la Cresima e per la Penitenza. In particolare, per quest’ultima si possono ricordare una dozzina di lapidi non romane e piuttosto tarde (soprattutto del V-VI secolo).

I primi cristiani prendevano il loro battesimo sul serio. E’ vero che alcuni cambiavano persino il loro nome?

Prof. Danilo Mazzoleni: La teoria che i cristiani convertiti in età adulta cambiassero il loro nome di nascita con uno nuovo al momento del Battesimo è solo un’ipotesi, che non trova riscontro nella documentazione epigrafica, se non in rarissimi casi. Uno di questi è costituito da un’iscrizione della catacomba romana di Castulo (ora al Museo Archeologico di Urbino), in cui si legge che un bambino, morto nel 463 a soli sei anni di età, era nato con il nome di Severus, che però all’atto del Battesimo fu probabilmente sostituito con Pascasius, epiteto derivato dalla Pasqua. Infatti nei primi secoli i catecumeni ricevevano il sacramento battesimale proprio nella notte del Sabato Santo. Ma si tratta, come dicevo, di un esempio isolato.

Le iscrizioni ci danno anche informazioni sull’estrazione sociale dei primi cristiani?

Prof. Danilo Mazzoleni: Sì. Esse costituiscono una fonte davvero preziosa per risalire alle diverse componenti delle comunità, specialmente dal pieno IV secolo, quando si diffonde capillarmente l’uso di specificare il mestiere o l’attività esercitata in vita. Tali informazioni possono essere indicate all’interno del testo in modo esplicito, oppure essere presenti in forma figurata, come accade per un artigiano che scolpiva sarcofagi, di una lastra dalla catacomba dei SS: Marcellino e Pietro (ora ad Urbino), o per un fabbro di Aquileia. Si possono trovare riferimenti a tutte le classi sociali, dalle più basse (schiavi, piccoli artigiani e commercianti), alle più elevate (alti funzionari di rango senatorio o equestre). In particolare, è significativo che siano attestati fedeli che si dedicavano ad attività connesse con il mondo dello spettacolo (con buona pace di autori rigoristi, come Tertulliano), molti militari di tutti i corpi e i gradi (malgrado alcuni ritengano che i cristiani fossero tutti obiettori di coscienza) e donne che avevano raggiunto ruoli di indubbio rilievo (ad esempio, nell’isola greca di Coo un’armatrice di navi, o in Calabria la responsabile di una grande masseria), avverso il luogo comune che esse potessero esercitare solo attività di piccolo commercio o artigianato.

Anche membri di importanti famiglie patrizie facevano quindi parte della comunità cristiana di Roma. Che ruolo hanno avuto nella crescita della Chiesa a Roma?

Prof. Danilo Mazzoleni: Fin dall’età apostolica ci furono cristiani in famiglie di alto lignaggio e l’epigrafia, sia pure in epoca più tarda, offre una documentazione piuttosto ricca in questo senso. Si può anche notare che non di rado esponenti di rango senatorio si accontentavano di loculi umili in catacomba, senza scegliere cubicoli o arcosoli dipinti più appariscenti e dispendiosi. Certamente, la presenza di questi personaggi nelle antiche comunità fu un elemento positivo sotto diversi aspetti ed essi stessi furono protagonisti di atti di liberalità e carità verso la Chiesa.

Per quanto riguarda invece gli strati più bassi, che mestieri esercitavano?

Prof. Danilo Mazzoleni: Proprio le iscrizioni offrono una documentazione molto eterogenea in questo senso. Piccolo artigianato e commercio minuto erano sicuramente esercitati da molti fedeli ed è attestato anche qualche mestiere altrimenti ignoto, come l’Olympus elefantarius della catacomba di Commodilla, che forse lavorava e vendeva oggetti di avorio, ma non si esclude addestrasse elefanti nel circo; o Leontia lagunara, verosimilmente commerciante di bottiglie presso la Porta Trigemina (si è proposto anche che essa vendesse laganae, una sorta di frittelle). Per il resto, sono note tante attività, dai lattai ai salumieri, dai fornai ai pescivendoli, dai cavallai ai fabbri, dai barbieri ai vetrai.

(La seconda parte segue domani, domenica 12 ottobre 2014)

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Paul De Maeyer

Schoten, Belgio (1958). Laurea in Storia antica / Baccalaureato in Filosofia / Baccalaureato in Storia e Letteratura di Bisanzio e delle Chiese Orientali.

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