Qual è il futuro della fede religiosa?

La morale dei giovani: OK o “stupido”

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di Padre John Flynn, LC

ROMA, domenica, 23 ottobre 2011 (ZENIT.org) – Alcuni libri pubblicati di recente contengono interessanti riflessioni sullo stato attuale della religione negli Stati Uniti e su ciò che ci possiamo aspettare dai giovani che stanno diventando adulti.

Il primo libro, dal titolo Future Cast: What Today’s Trends Mean for Tomorrow’s World (Barna Books), è scritto da George Barna, autore prolifico e fondatore del Barna Research Group. Il libro, basato su numerosi sondaggi, fa il punto della situazione della società di oggi su una serie di questioni sociali.

Tre capitoli sono dedicati alla fede e alla pratica religiosa. L’autoidentificazione religiosa risulta essere rimasta stabile, con un 85% della gente che si dice cristiana nel 2010, rispetto all’84% del 1991. Tuttavia, Barna osserva che molti si dicono credenti, ma lo sono più in teoria che in pratica.

Per esempio, solo il 45% crede fermamente che la Bibbia sia del tutto precisa nei suoi insegnamenti. Questo dato si riduce al 30% per quelli nati dopo il 1984. Solo il 34% degli adulti crede che esista una verità morale assoluta, ma tra quelli nati dopo il 1984 a crederlo è appena il 3%.

Barna osserva inoltre che degli adulti appartenenti a una Chiesa cristiana, solo la metà afferma di essere pienamente impegnato con la fede cristiana.

Spirituale

Uno dei recenti cambiamenti nell’identità religiosa è la crescita di coloro che si descrivono come “spirituali” ma non religiosi. Circa un quarto degli adulti afferma questo, mentre per chi ha meno di 30 anni si tratta della norma. L’espressione può significare molte cose, ma secondo Barna solitamente riflette una generale indifferenza verso le attività, gli eventi e le tradizioni della Chiesa.

Questo si riflette nel fatto che solo il 17% ritiene che la propria fede in Dio debba svilupparsi principalmente nell’ambito della chiesa locale. Ciò nonostante, il livello di frequenza settimanale in chiesa negli ultimi 20 anni si è mantenuto stabile al 40-45%.

Questa apparente continuità nasconde grandi cambiamenti nell’appartenenza religiosa. Le Chiese protestanti più antiche, quelle cosiddette “mainline” [principali], sono oggi piuttosto marginali e in continuo declino. Le Chiese protestanti che vanno meglio sono quelle evangeliche o pentecostali.

Crescono anche le forme ecclesiastiche alternative. Negli Stati Uniti, per esempio, stanno prendendo piede le chiese domestiche, in cui un ristretto gruppo di persone si riunisce in una casa. Altre forme includono quelle che Barna ha definito come “cyber-chiese”, che si riuniscono su Internet.

È anche diventato comune tra gli americani il passaggio da una Chiesa a un’altra. In questo contesto la Chiesa cattolica è quella che ci rimette di più, avendo perso circa il 10% degli adulti in tutto il Paese; una perdita che tuttavia è compensata dall’afflusso di cattolici dall’America latina negli Stati Uniti.

Barna ha anche scoperto che non sono tanto gli elementi dottrinali che spingono le persone a cambiare Chiesa. Oggi i motivi sono molto più soggettivi, incentrati sulla personalità, sulla convenienza e sul potenziale per intessere relazioni e fare esperienze.

Nuovi adulti

Il secondo libro si incentra su un gruppo più specifico di persone. Christian Smith, professore di sociologia dell’Università di Notre Dame, insieme ad alcuni colleghi, ha condotto interviste approfondite con un ampio gruppo di persone nella fascia di età dei 18-23 anni.

Gli autori definiscono queste persone “nuovi adulti” (“emerging adults”) e nel loro libro Lost in Transition: The Dark Side of Emerging Adulthood (Oxford University Press), riportano i dati raccolti e le loro conclusioni.

I sociologi indicano anzitutto una serie di fattori che hanno svolto un ruolo cruciale nella formazione di questi giovani.

– La forte estensione dell’istruzione superiore, che ha comportato per molte persone l’estensione del periodo di formazione ben oltre i vent’anni d’età.

– Il rinvio del matrimonio ad un’età più avanzata, che ha portato ad un inedito decennio di libertà, dopo la fine del liceo.

– Cambiamenti economici che rendono più difficile per i giovani trovare un lavoro stabile e ben retribuito.

– La disponibilità dei genitori di sostenere economicamente i propri figli anche oltre i vent’anni d’età.

– La disponibilità degli anticoncezionali, con la conseguente disgiunzione del rapporto sessuale dalla procreazione.

– L’ampia diffusione delle teorie del post-strutturalismo e del postmodernismo che promuovono il soggettivismo individualista e il relativismo morale.

Il libro esordisce con un lungo capitolo dal titolo Morality Adrift [“morale alla deriva”], in cui si sostiene che il pensiero morale dei nuovi adulti non è coerente, né articolato. Secondo gli autori, questo è dovuto anche al fatto che gran parte di loro non aveva in passato dedicato molta riflessione ai temi morali oggetto delle domande.

Molte delle carenze nelle risposte date sono dovute a due elementi principali, osserva il libro. Primo: sebbene siano portati a cercare un qualche bene nel loro giudizio morale, essi sono prevenuti contro l’accettazione di ciò che il libro indica come “assolutismo morale imperativo”. Secondo: la maggior parte di loro ha ricevuto scarsa educazione su come affrontare moralmente le questioni.

I giovani hanno un approccio morale altamente individualistico. Questo li porta a dire che non si deve giudicare nessuno su questioni morali, poiché ognuno ha il diritto ad avere opinioni personali. In questo senso, una studentessa universitaria ha detto di non aver copiato durante i suoi studi, ma ha anche detto di essersi astenuta dal giudicare i suoi compagni che copiavano.

Ad un’altra è stato chiesto se una persona può violare le regole morali, se riesce a farla franca e se gli è utile farlo. Secondo l’intervistata, se la persona non ritiene che ciò sia sbagliato, allora per definizione non è sbagliato. Ha ammesso che rubare è stupido, ma ha aggiunto che ciò non farebbe di lei una brutta persona.

Stupido

Gli autori concludono in questo modo: “Per gli intervistati alcune cose vanno bene, altre sono stupide. Ma non è chiaro se esista qualcosa di oggettivamente giusto o sbagliato dal punto di vista morale”.

Il relativismo morale caratterizza molte delle persone intervistate. Inoltre, molti di loro hanno espresso idee che anche razionalmente non sono coerenti.

L’idea che la morale sia un prodotto della società e della cultura è stata sostenuta a tal punto che un giovane non ha voluto esprimere un giudizio negativo neanche sulla schiavitù. Un altro ha sostenuto la possibile bontà morale dei terroristi che provocano la morte di molte persone.

“Loro in pratica fanno quello che pensano sia la cosa migliore che possano fare e quindi fanno bene”. Questa è stata una delle spiegazioni date dal giovane.

Questo forte senso relativistico è stato espresso da un terzo delle persone intervistate, mentre i restanti due terzi non si sono spinti così in avanti. Tuttavia, molti giovani di quest’ultimo gruppo non sono stati in grado di assumere una posizione morale chiara, o di spiegare e difendere le proprie affermazioni morali.

Tutti i nuovi adulti hanno detto di credere in una qualche forma di morale. Ma alle domande sulle fonti della morale, molto di ciò che hanno detto semplicemente non reggeva di fronte a un’elementare analisi critica, secondo i sociologi.

Almeno il 34% degli intervistati ha detto di non sapere cosa renda un qualcosa moralmente giusto o sbagliato e alcuni di loro semplicemente non erano in grado di comprendere le questioni poste in merito.

Gli altri hanno dato risposte varie. Alcuni hanno detto che la morale si definisce da ciò che gli altri
potrebbero pensare. Questo criterio è stato citato, a vari livelli, dal 40% dell’intero gruppo.

Altri hanno indicato come base della morale il fatto che una cosa sia funzionale al miglioramento delle condizioni di vita delle persone, o se al contrario possa danneggiare altre persone.

Nella loro conclusione al capitolo sulla morale gli autori osservano che i nuovi adulti sono scarsamente attrezzati per affrontare le sfide del presente e del futuro e che formano una generazione a cui non è stata data una formazione morale.

Con le dovute cautele a non generalizzare i sondaggi svolti su piccoli campioni, le risultanze di entrambi i libri costituiscono un potente monito sulle sfide con cui si confrontano le Chiese e tutti coloro che danno l’importanza alla morale.

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ZENIT Staff

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