La grandezza di Giovanni Paolo II? La santità della sua vita


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di Rafael Navarro-Valls*

MADRID, mercoledì, 4 maggio 2011 (ZENIT.org).- In un secolo, la storia rimane caratterizzata dagli “eventi”; in un decennio sono le persone e le loro azioni – anche le piccole azioni – che la determinano. Se questo è vero, mi sia consentito sintetizzare la storia della vita di Giovanni Paolo II – così come io la vedo – con un piccolo aneddoto.

In una delle sue visite in Polonia si accorse di un pezzo di pane per terra; si inginocchiò, lo baciò e lo mise sul prato perché lo mangiassero gli uccelli.

Solo una persona con i piedi ben piantati per terra e con lo sguardo rivolto al cielo può captare il piccolo miracolo della vita, in mezzo al trambusto quotidiano. Oggi si direbbe che è il gesto di un ecologista; un teologo preciserebbe che è un gesto di chi ama Dio attraverso la creazione. La chiave di ciò che la Chiesa chiama “santità” si radica, appunto, nel vivere in modo straordinario le cose ordinarie.

La stessa piazza San Pietro, che è stata testimone, il 13 maggio 1981, dell’attentato contro la vita del Papa polacco, per mano di un assassino professionista, ha costituito il 1° maggio scorso, trent’anni dopo, il quadro imponente della sua beatificazione. Cosa è avvenuto tra queste due date?

Molte cose sono successe nei 26 anni del Pontificato del 264° Papa della storia della Chiesa. Tra tutti i suoi predecessori, è stato quello che ha viaggiato di più (un centinaio di viaggi, toccando 145 Paesi e 150 destinazioni interne all’Italia), quello che ha pubblicato più documenti e che ha pronunciato più discorsi (si calcolano circa 180 milioni di parole), il primo che ha pubblicato libri di memorie o di pensieri, divenuti tutti dei bestseller.

E tuttavia, ai fini di ciò che è avvenuto il 1° maggio, non sono queste le cose più importanti. Poco dopo la sua elezione, mentre era diretto a un santuario della Vergine, con alcuni dei suoi collaboratori, chiese loro: “Qual è la cosa più importante per il Papa nella sua vita, nel suo lavoro?”. Loro gli risposero: “Forse l’unità dei cristiani, la pace in Medio Oriente, la distruzione della cortina di ferro..?”. Ma lui gli replicò sorridendo: “Per il Papa, la cosa più importante è la preghiera”.

Certamente Giovanni Paolo II merita l’appellativo di “grande”, per l’insieme del suo Pontificato. Ma la sua vera grandezza sta nella sua santità; non nella sua attività.

Ho letto da poco un’intervista ad Arturo Mari, il fotografo ufficiale del Papa. Tra le centinaia di migliaia di fotografie scattate nei viaggi, con ogni sorta di personalità e con moltitudini enormi, gli si chiede quale fosse la sua preferita. Mari risponde: “quella che gli ho fatto qualche giorno prima della sua morte, nella cappella privata, il venerdì santo del 2005. Era molto malato, ma ha voluto essere presente, in qualche modo, alla tradizionale Via Crucis al Colosseo”. Nella foto lo si vede abbracciato con forza a un grande crocifisso appoggiato sul suo viso. Una sintesi completa del suo Pontificato, incentrato nella preghiera e nella sofferenza, attraverso cui ha vissuto in grado eroico le virtù cristiane.

Non mi si fraintenda. Non voglio dire che Karol Wojtyla non avesse difetti. E neanche che il suo lungo Pontificato sia stato esente da errori. Chi conosce i processi canonici di canonizzazione sa bene che sono come guardare attraverso una potente lente d’ingrandimento: la pelle apparentemente tersa mostra tutte le piccole rughe e gli effetti del tempo. E gli esperti in storia della Chiesa sanno bene che sono necessari anni per valutare esaustivamente i Pontificati dei grandi Papi. Ciò che voglio dire è che, secondo le conclusioni del processo, egli ha combattuto tenacemente contro i propri difetti, ha aumentato le sue virtù lottando ed è riuscito a indirizzare verso Dio le azioni di un Pontificato pieno di realizzazioni.

La mia impressione è che si è compreso subito, con particolare chiarezza, che la Chiesa è tale più nelle sue basi che nella sua cupola e che le nazioni non sono i loro politici ma la loro gente. I suoi continui viaggi in tutto il mondo avevano come obiettivo quello di ribadire che la chiave sta nell’uomo e nella donna comuni.

Proclamando insistentemente che “i diritti dell’uomo sono anche diritti di Dio”, diceva qualcosa di più di una bella frase. La accompagnava con una concreta denuncia degli scandali del XX secolo: i genocidi e i crimini contro l’umanità; l’apartheid, la tortura e la fame; gli attacchi contro le libertà civili, i diritti politici o i diritti economico-sociali; le guerre e gli attacchi contro il diritto alla vita; l’autodeterminazione dei popoli o la discriminazione contro le minoranze. Forse proprio per questo incoraggiava sempre a lottare per “una società in cui nessuno sia così povero da non avere nulla da dare agli altri e nessuno sia così ricco da non poter ricevere nulla dagli altri”.

Su Giovanni Paolo II sono stati fatti numerosi studi sulla sua capacità di comunicazione. Certamente, nel mondo dell’immagine è stato un protagonista indiscutibile, probabilmente perché si trovava a suo agio quando comunicava. Non per un narcisismo di chi sa di “venire bene” in televisione, ma perché gioiva nel trasmettere la verità.

Forse l’analisi più veritiera l’ha fatta un giornalista del New York Times nel settembre del 1987. In quell’anno, il Papa era stato negli Stati Uniti e il giornalista si poneva la domanda sul successo che avrebbe riscosso Giovanni Paolo II nei media. Lo stesso giornalista si è risposto: “Il Papa domina la televisione semplicemente ignorandola”.

Questa risposta avrebbe fatto drizzare i capelli agli esperti di immagine. Ma era una buona diagnosi. Ignorava le telecamere perché guardava al di sopra dei riflettori. Non dipendeva da questi, ma dalle necessità dei suoi interlocutori.

Lo spagnolo Joaquin Navarro-Valls, che è stato il suo portavoce, diceva: “ha mostrato a un’intera generazione che il tema di Dio è inevitabile. Era convinto che non è possibile comprendere l’essere umano se si prescinde da Dio. Istintivamente comprendeva che, senza Dio, l’uomo è solo un triste animale ingegnoso”.

Gorbaciov lo ha chiamato “la prima autorità morale della Terra”. Questa autorità morale l’ha proiettata in molte direzioni. Forse l’azione più incisiva è stato il suo ruolo nel crollo dei regimi comunisti dell’Est europeo. Certamente la pressione di Reagan, con il suo “scudo spaziale” e la debolezza economica e politica del mondo sovietico, sono state decisive per il crollo finale. Tuttavia, quando Giovanni Paolo II ha iniziato a parlare del socialismo come di “una parentesi nella storia dell’Europa”, i popoli slavi hanno abbandonato la loro storica penombra, colpendo la coscienza dell’Occidente. Questo è stato l’inizio della fine. Quando hanno vinto la paura, è iniziata l’opposizione sistematica e i muri si sono incrinati fino a crollare. Da Budapest a Berlino, da Praga a Sofia e Bucarest, l’ondata iniziata a Varsavia da Giovanni Paolo II ha sradicato il totalitarismo da milioni di cuori.

Forse la cosa più sorprendente di Giovanni Paolo II è stata la sua eccezionale capacità di mobilitare i più giovani. Le maggiori concentrazioni di persone che si siano mai viste in Oriente e Occidente hanno avuto lui come protagonista: tre milioni a Roma (agosto 2000), più di quattro milioni a Manila (gennaio 1995). Il motivo? La sua miscela di carisma ed esigenza morale. Egli non ha mai nascosto le esigenze della vita cristiana. Debole e fragile, vedendo già vicina l’ora della sua morte, saputo che una moltitudine di giovani si era riunita a piazza San Pietro per stare vicino al “Papa amico”, Giovanni Paolo II ha sussurrato le sue ultime parole: “Vi ho cercato, adesso voi siete venuti da me e per questo vi ringrazio”. Il 1° maggio sono tornati. La piazza del Vaticano era una festa di giovani.

Gli esperti dei proce
ssi di canonizzazione solitamente condensano in tre voci la chiave della santità di una persona: vox populi, la fama di santità tra la gente; vox Ecclesiae, il riconoscimento da parte della Chiesa delle sue virtù; vox Dei, un fatto straordinario, senza spiegazione scientifica, avvenuto grazie alla sua intercessione, ovvero, un miracolo. Queste tre “voci” sono risuonate con speciale vigore in quella piazza millenaria di San Pietro. Il “santo subito”, coniato spontaneamente nel pomeriggio dell’8 aprile 2005, è stato declinato con tonalità inedite in quel mattino romano dello scorso 1° maggio.

[Questo articolo è stato pubblicato anche dal quotidiano spagnolo El Mundo, del 2 maggio scorso]

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*Rafael Navarro-Valls è docente della Facoltà di diritto dell’Università Complutense di Madrid e segretario generale della Real Academia de Jurisprudencia y Legislación spagnola.

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ZENIT Staff

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