di Paul De Maeyer

ROMA, domenica, 6 febbraio 2011 (ZENIT.org).- La comunità cristiana dell'India, in particolare le diocesi cattoliche dello Stato sudoccidentale del Karnataka, che a Bangalore ospita il cuore pulsante dell'alta tecnologia “made in India”, respinge con decisione la relazione finale della commissione d'inchiesta sulle violenze anti-cristiane scoppiate nel settembre del 2008 nello Stato.

Le conclusioni delle indagini guidate da un ex giudice dell'Alta Corte del Karnataka e dell'Andhra Pradesh, B. K. Somasekhara, che ha consegnato il 28 gennaio scorso il suo rapporto al capo del governo del Karnataka, B. S. Yeddyyurappa, del partito nazionalista indù Baratiya Janata Party (BJP), sono infatti inaccettabili per i cristiani e per i movimenti dei diritti umani, che da anni denunciano l'impunità e la strisciante connivenza fra movimenti estremisti indù ed autorità.

Il rapporto della “Justice B. K. Somasekhara Commission of Inquiry”, la quale aveva avviato la sua attività nell'ottobre del 2008, ha assolto infatti sia il governo che le forze dell'ordine dello Stato del Karnataka, negando ogni loro coinvolgimento o responsabilità negli eventi, e scagiona inoltre le organizzazioni estremiste indù. Gli attacchi – sostiene il testo – non sono da “veri indù”, ma sono stati portati avanti da “fondamentalisti scellerati fuorviati” appartenenti a gruppi oppure a organizzazioni definite o indefinite che “erroneamente” hanno pensato che il partito al potere li avrebbe coperti (UCA News, 28 gennaio).

La relazione del giudice Somasekhara si è soffermata anche sulla molto delicata questione delle conversioni “forzate” o “indotte” al cristianesimo, un argomento “molto caro” ai gruppi radicali indù. Mentre scagiona la Chiesa cattolica, il rapporto dice di avere “chiare indicazioni di conversioni al cristianesimo” da parte di alcune organizzazioni o “sedicenti pastori”, che avrebbero usato fondi locali o esteri per indurre la gente a convertirsi, “non necessariamente costrizione, frode o coercizione”, come invece sostengono i gruppi fondamentalisti indù.

La commissione “one-man” (composta infatti da un solo componente, il giudice Somasekhara) respinge inoltre la richiesta avanzata da alcune organizzazioni indù di vietare le pubblicazioni cristiane - inclusa la Bibbia -, ma raccomanda invece di introdurre a sua volta nel Karnataka una “legge anti-conversioni”, seguendo dunque l'esempio di almeno sette altri Stati dell'Unione indiana: Arunachal Pradesh, Chhattisgarh, Gujarat, Himachal Pradesh, Madhya Pradesh, Orissa e Rajasthan.

Per la Chiesa, il rapporto è “ingiusto”. Durante una conferenza stampa, l'arcivescovo di Bangalore, monsignor Bernard Moras, ha parlato ieri, sabato 5 febbraio, di un testo “altamente comunale”, che “indubbiamente crea divisione”. Per il presule, la versione finale “legittima la posizione dello Stato” e “assolve deliberatamente le persone e le organizzazioni responsabili degli attacchi menzionate nel rapporto interinale” (Daijiworld.com, 5 febbraio). Presentato il 1° febbraio 2010, quest'ultimo aveva puntato il dito contro varie organizzazioni indù, come Bajrang Dal, Sri Rama Sene (SRS) e Vishwa Hindu Parishad (VHP).

“La comunità cristiana non era felice quando il governo ha proposto una commissione d'inchiesta 'one-man' sotto il giudice Somasekhara. Abbiamo cooperato con la commissione. Ma dopo aver esaminato il rapporto, siamo profondamente turbati e abbiamo deciso di respingerlo”, hanno dichiarato a loro volta i rappresentanti del Karnataka Regional Catholic Bishops Council (KRCBC) e del Karnataka United Christian Forum for Human Rights (KUCFHR) (Daily News & Analysis, 6 febbraio).

Da parte sua, la diocesi di Mangalore ha già annunciato che farà battaglia contro le conclusioni del giudice Somasekhara. “Trasmetteremo la nostra protesta al presidente e al primo ministro”, così ha detto nei giorni scorsi il vescovo della diocesi, monsignor Aloysius Paul D'Souza. “Presenteremo anche un'istanza presso l'Alta Corte”, ha aggiunto il prelato (UCA News, 3 febbraio). Secondo la diocesi, il rapporto “ha fallito nell'indicare al governo soluzioni e misure per contrastare i gruppi organizzati, responsabili degli attacchi alle chiese”. Così si legge in una nota ufficiale inviata all'agenzia Fides il 1° febbraio.

Molto netto è stato anche l'attivista cattolico Joseph Dias, segretario generale del Christian Secular Forum (CSF), il quale ritiene responsabili i nazionalisti del BJP. “In Karnataka e negli altri Stati indiani dove il partito è al potere, le violenze anticristiane sono nettamente aumentate”, ha detto a Fides. “Dobbiamo far sentire la voce del dissenso che sale dalla società civile. Chiediamo che il rapporto venga ritirato e sostituito con una nuova indagine imparziale. Altrimenti si rischia che i movimenti estremisti indù, che vogliono eliminare la presenza cristiana dalla società indiana, finiscano per avere la meglio, con l’appoggio delle istituzioni”, così ha continuato (3 febbraio).

Secondo i dati raccolti da Fides, nel Karnataka, che conta poco più di un milione di cristiani su una popolazione totale di oltre 52 milioni di abitanti, sono stati registrati durante l'ondata di violenza del 2008 almeno 113 attacchi contro obiettivi cristiani (sia persone che edifici o istituzioni) ed altri 138 assalti o atti anti-cristiani nei due anni successivi.

Ad accendere la miccia era stata la morte violenta di uno dei capi del gruppo radicale indù Vishwa Hindu Parishad (VHP), Swami Laxanananda Saraspati, ucciso da un commando armato la sera di sabato 23 agosto 2008 assieme con 5 seguaci nel distretto di Kandhamal, nello Stato nordorientale dell'Orissa, sul Golfo del Bengala, anch'esso teatro di gravissimi episodi anti-cristiani. I radicali indù avevano attribuito la responsabilità ai cristiani, anche se in seguito il capo della guerriglia maoista nell'Orissa, Sabyasachi Panda, aveva rivendicato la strage (AsiaNews, 6 ottobre 2008).

Oggi, la violenza contri i cristiani rimane all'ordine del giorno in India, specialmente nello Stato del Karnataka. Anzi, secondo Michael F. Saldanha, ex giudice dell'Alta Corte del Karnataka e presidente della Catholic Association of South Kanara, non ci sono dubbi: nel Karnataka, il partito nazionalista BJP “ha superato l'Orissa” (Compact Direct News, 22 marzo 2010).

Sembra comunque che le proteste del mondo cristiano stiano portando frutto. Questa domenica, il governatore del Karnataka, H. R. Bhardwaj, si è dichiarato “turbato” per il rapporto, che “ha adirato l'intera comunità cristiana perché non è stata fatta giustizia” (DNA, 6 febbraio). Il governatore ha inoltre sospeso temporaneamente una laurea “ad honorem” allo scrittore M. Chidananda Murthy, perché sospettato di aver appoggiato il rapporto Somasekhara.

Educare alla vita buona del Vangelo negli ambiti della vita sociale

ROMA, sabato, 5 febbraio 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’intervento pronunciato il 1° febbraio da mons. Mariano Crociata, Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, intervenendo a Roma all’incontro nazionale degli accompagnatori spirituali delle ACLI dedicato al tema “Una vita buona per il bene del Paese”.

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L’orizzonte dell’educazione nella scelta dei Vescovi

Dice bene il titolo di questa relazione: “negli ambiti della vita sociale”. Leggere e utilizzare gli Orientamenti pastorali dei Vescovi per questo decennio ricavandosi uno spazio settoriale dentro di essi, per trovare nuova motivazione nel portare avanti ciò che è già nostro compito, è un’operazione legittima, tuttavia si espone al rischio di disattendere ciò che veramente i Vescovi chiedono e di perdere una opportunità irripetibile.

Educare è, ed è sempre stata, un’attività imprescindibile di ogni comunità umana, sia dal punto di vista civile che religioso. Ogni realtà sociale sopravvive perché c’è educazione, cioè trasmissione di un patrimonio di fede, di cultura, di civiltà che rende possibile alle nuove generazioni di ringiovanire e prolungare il cammino di una comunità umana nel tempo verso il futuro. Dentro il grande contenitore dell’opera educativa volta ad accompagnare la maturazione della persona, trovano posto distinti percorsi di educazione indirizzati a formare specifici atteggiamenti e competenze. Se non si coglie la differenza e il nesso tra l’educazione come percorso complessivo e l’educazione come proposta specifica di formazione ad un ambito, ad un aspetto della vita, si ottiene l’effetto di una distorsione di visione e di uno squilibrio personale e sociale. L’educazione al sociale, per usare una espressione corrente, è un aspetto da non isolare dall’educazione integrale che deve essere perseguita per ogni persona. Giustamente, dunque, si tratta di vedere come l’educazione raggiunga e coinvolga gli ambiti della vita sociale.

Questo motivo di ordine generale viene rafforzato dalla peculiarità della scelta dei Vescovi per questo decennio. La peculiarità dipende dalla collocazione di questa scelta nel cammino della Chiesa in Italia dal dopo Concilio ad oggi. I Vescovi non fanno altro che portare avanti la loro missione di pastori di annunciare Cristo, condurre credenti vecchi e nuovi a incontrarlo e a conoscerlo, edificare e rinsaldare la comunione tra i credenti in Cristo costituiti da lui stesso in sua Chiesa, popolo, corpo, tempio. In questo senso non è in gioco una ripresa qualunque del compito educativo, quasi fosse una tra le tante cose di cui ci si possa indifferentemente occupare nella Chiesa. Nel loro discernimento i Vescovi dicono ai sacerdoti, primi collaboratori, e a tutti i fedeli che hanno a cuore l’annuncio cristiano e la vita della Chiesa, che portare avanti la missione evangelizzatrice oggi significa prendersi cura in modo nuovo della crescita di persone credenti fino alla loro vera e compiuta maturità.

C’è anche un altro motivo che denota la peculiarità della scelta dei Vescovi, e cioè la concomitante circostanza della condizione in cui versa il compito educativo in questo nostro tempo. Per certi versi, è proprio questa circostanza a costituire fattore non secondario del discernimento che conduce alla scelta della educazione. L’educazione si presenta con un tratto inedito di urgenza e, perfino, di emergenza [1], poiché non solo ha perduto forza ed efficacia, ma addirittura si trova spesso ad essere stravolta, sostituita e, talora anche, negata. Quando non viene soppiantata dall’invocazione della panacea dello spontaneismo [2], essa viene surrogata da varie forme di istruzione o di mera socializzazione [3]. Bisogna che ci rendiamo conto delle fragilità del compito educativo, per assumerlo in modo da restituirgli la sua insostituibile funzione umana e sociale. Di fatto, con il destino dell’educazione, ad essere a rischio è la forma compiutamente umana di stare al mondo, come noi la conosciamo. Non si tratta di prefigurare catastrofi alle porte, poiché nell’evoluzione in corso si possono riconoscere aspetti positivi che hanno bisogno di premurosa attenzione per portare frutto. Nondimeno la problematicità dell’evoluzione in atto non può essere sottovalutata.

Richiami espliciti alla dimensione sociale negli Orientamenti pastorali

Una parola sul documento permette di delineare un quadro di comprensione del compito che i Vescovi ripropongono e rilanciano. Indicativo in questo senso il titolo, che evoca un ideale di pienezza umana di vita. C’è un annuncio insito nel titolo: il Vangelo è radice e fondamento di autenticità umana. Una vita secondo il Vangelo è una vita buona, buona e bella si direbbe meglio, che unisce bontà e bellezza, qualità etica ed estetica, compiutezza umana e spirituale. Se i Vescovi tengono a precisare che essi parlano in quanto pastori, e quindi che la loro è una parola sull’educazione alla fede [4], nondimeno è implicita la convinzione che non potrebbe sussistere una fede che non abbia nutrito e reso piena la maturità di una persona. La vita buona secondo il Vangelo non è una esistenza naturalmente buona né, all’opposto, una esistenza tale in quanto connotata religiosamente da manifestazioni esteriori di tipo rituale; è invece una vita impregnata di viva fede nella visione della realtà, nelle scelte, negli atteggiamenti e nei comportamenti, nella qualità interiore ed esteriore del rapporto con Cristo come dimensione determinante la vita personale nelle relazioni costitutive della comunità ecclesiale e in una relazione aperta dentro il tessuto della convivenza sociale. In questo senso educare alla fede non può mai essere ridotto a un compito settoriale, analogo a quella che potrebbe essere qualificata come educazione ad un servizio o a una competenza specifica in ambito sociale. Educare alla fede è accompagnare, in relazione con Cristo e nell’orizzonte ecclesiale, la realizzazione di una persona umanamente riuscita. In questo senso il nostro documento affida alla Chiesa «la cura del bene delle persone, nella prospettiva di un umanesimo integrale e trascendente» [5]. L’ambito sociale è, senza dubbio, uno spazio coestensivo alla vita delle persone, ampio e coinvolgente; ma la fede non è un settore, bensì il tutto della vita di una persona che crede, poiché ne plasma l’identità complessiva in relazione al centro personale e spirituale che è Gesù Cristo. La fede non si aggiunge ad una umanità già compiuta e autosufficiente, ma ne viene a formare l’anima, la radice, il principio di identità, l’orizzonte ultimo e l’orientamento di fondo.

La struttura esteriore del documento non ha bisogno di particolare descrizione, risultando di lineare evidenza il ragionamento soggiacente. Lungo i cinque capitoli si sviluppa in successione la considerazione del contesto socio-culturale [6], il fondamento biblico-teologico [7], la visione cristiana dell’educazione [8] e, quindi, i soggetti e i luoghi dell’azione educativa [9]. Il quinto capitolo, infine, fornisce delle indicazioni in vista della programmazione pastorale [10].

Nella esplorazione del nostro tema, potremmo metterci subito all’opera in una fruttuosa ricognizione dei non pochi temi sociali che esplicitamente si riscontrano lungo il testo. Significativo, nel quadro del discernimento sul contesto in cui oggi si colloca l’educazione, il richiamo dei molteplici fattori antropologici e sociali che incidono sul compito educativo e in particolare sulla formazione dell’identità personale, come, ad esempio, i vari ambienti sociali e l’introduzione di tecnologie sempre più avanzate sul piano della comunicazione e del tempo libero; o ancora la globalizzazione, la mobilità umana, i fenomeni di solitudine e di esclusione sociale [11]. A un livello di rapporti
sociali primari colpisce la sottolineatura dell’interruzione della trasmissione generazionale [12]. Un ulteriore fenomeno rilevato è quello della immigrazione, con il suo portato di paure e diffidenze, ma anche con le sue potenzialità che si vedranno esprimere passando dalla chiusura all’accoglienza e, oltre, all’integrazione [13].

Riflettendo sul fondamento biblico-teologico, si dà spazio alla dimensione caritativa e sociale dell’azione educativa [14]. Nella esplorazione della proposta educativa cristiana, un posto di rilievo occupano anche i cosiddetti ambiti di Verona: la vita affettiva, il lavoro e la festa, la fragilità umana, la tradizione e la cittadinanza [15], il cui intreccio con la complessità della vita sociale è di tutta evidenza. Infine, il rilievo dell’interesse sociale si segnala diffusamente là dove, nel capitolo quarto, vengono presentati i soggetti e gli ambienti dell’azione educativa, ovvero la famiglia, la comunità ecclesiale, la scuola e l’università, ma anche la società nel suo insieme e la comunicazione configurata dalla cultura digitale. In particolare, in riferimento alla famiglia – in continuità con le difficoltà già evocate – vengono segnalati i molteplici condizionamenti a cui è sottoposta, dal problema del lavoro a quelli dell’abitazione e del fisco [16].

Rilievo sociale deve essere riconosciuto a realtà tipicamente ecclesiali, oltre la stessa parrocchia [17], come l’oratorio [18], l’associazionismo ecclesiale o di ispirazione cristiana [19], la pietà popolare [20]. La considerazione della portata educativa della scuola [21] e, soprattutto, della società [22] nel suo insieme mostra come proprio qui emerga la polarità in cui si compone il significato di ogni opera educativa, la quale ha come suo statuto proprio e originale accompagnare a entrare a far parte a pieno titolo e con la capacità adeguata di una collettività, di una comunità, di una società. Un influsso ancora più invasivo nei processi educativi svolge la cultura digitale, non solo perché incide sulla percezione e sul rapporto con la realtà, ma anche perché produce grave divario sociale, senza che per questo siano ignorate le potenzialità di contatto e di comunicazione insite nel nuovo universo mediatico [23]. Infine viene ripresa con uno sviluppo più esteso la serie dei cinque ambiti di Verona in vista della loro tematizzazione in contesto di programmazione [24].

Educazione e impegno sociale

C’è da riscoprire allora, innanzitutto, il rapporto originario costitutivo tra educazione e società. Una delle prime cure di una società deve essere l’educazione delle nuove generazioni; senza una tale cura viene compromessa la vitalità e il futuro della società stessa. L’istituzione scolastica è la forma fondamentale di tale cura; ma insieme ad essa, e di per sé anche prima, la cura per la famiglia custodisce l’ingresso e il passaggio più delicato e decisivo di una persona nella vita sociale. È altrettanto vero il reciproco: e cioè che l’educazione condensa le condizioni e l’apprendimento dello stare in società, cioè in una relazione ordinata con i propri simili, condividendo il dono della vita e dei beni che essa concede, e questo a condizioni di equità e di rispetto reciproco. Questo rapporto di mutua implicazione tra educazione e società è condizione fondamentale per collocare correttamente ogni forma di impegno in ordine alla vita sociale.

La fede cristiana si inserisce in questa mutua implicazione come anima capace di innervare dall’interno l’una e l’altra. Essa non si aggiunge come dall’esterno, ma come dono dall’alto trova rispondenza nella struttura personale e sociale dell’essere umano così da mostrare le condizioni per la sua autentica e piena realizzazione. Il cristiano non è la somma di uomo più la fede cristiana; il cristiano è invece semplicemente l’uomo per eccellenza, il prototipo della persona umana pienamente realizzata e riuscita. Ciò naturalmente non è una pretesa arbitraria di impossibile e spesso smentita perfezione, ma è l’ideale e la grazia a cui tende ogni credente, che come tale riconosce quale modello riuscito e insuperabile della propria umanità quel Cristo Gesù che lo ha riconquistato e restituito a se stesso con l’offerta sacrificale di sé sulla croce e con la sua risurrezione.

In quanto tale la fede cristiana si pone come fermento di una nuova società perché rende possibile la rigenerazione dell’umano e del suo tessuto relazionale. Di fronte a un essere umano segnato come singolo e come collettività dalle conseguenze del peccato, che hanno introdotto nel tessuto della vita umana tutta intera il morbo dell’egoismo e della corruzione, la sua restituzione a una possibilità di vita autentica apre alle condizioni di un risanamento delle persone, delle relazioni e del loro complesso intreccio sociale.

In questo modo essa si pone come baluardo di una società degna dell’umano rispetto a tutte quelle concezioni e prassi che la minacciano proiettandosi verso la manipolazione e la disarticolazione della persona in sé e nel suo rapporto con la società, non a caso passando attraverso l’esaltazione di un individualismo che, investendo tutto su una libertà disancorata da ogni orizzonte di riferimento, produce la destrutturazione della persona e dell’intera convivenza. Ciò che la visione cristiana dell’uomo e della società propone e sostiene non è altro che una società veramente degna dell’uomo.

Visto in questi termini, l’impegno del cristiano negli ambiti della vita sociale non è un dovere estrinseco, che si può più o meno, a piacimento, assumere, ma è la necessaria manifestazione di una educazione umana e cristiana compiuta, e quindi di una reale maturità. Esso può essere assolto in modi diversi, ma non può essere aggirato e sfuggito. Un vero cristiano è strutturato nella sua fede e nella sua esistenza come essere ecclesiale. Un cristiano individualista è una contraddizione in termini, è la artificiosa composizione di due termini incomponibili, intimamente contraddittori. Come essere ecclesiale, il credente è costitutivamente attore di nuove relazioni, costruttore di comunità. Solo così del resto trova prospettiva di attuazione la definizione della Chiesa quale «sacramento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» [25]. Ciò che è inscritto nella costituzione del genere umano, l’essere uno, diventa il compito, anticipato nella sua realizzazione sacramentale, della Chiesa, in se stessa realtà, segno e strumento di quella unità. È l’umanità compiuta nella sua unità il senso della sua presenza sacramentale, che essa conosce come aperta e destinata al compimento escatologico. In questo modo Chiesa e società si scoprono intimamente connesse, ma anche chiamate ad un reciproco servizio il cui compimento è un cammino lungo quanto la storia protesa verso il suo inveramento definitivo.

In questo larghissimo orizzonte si dispiega un impegno sociale che non teme sconfitte e fallimenti, perché conosce l’esito e soprattutto il senso del concreto quotidiano operare. L’ormai complesso grado di elaborazione della dottrina sociale della Chiesa sta a dimostrare che non può esistere una fede viva e matura che non senta il richiamo e la responsabilità nei confronti della società tutta. Ed è proprio questo richiamo nella sua forma più elementare e diffusa a costituire il primo compito di ogni impegno educativo e sociale. Questo ruota naturalmente attorno alla categoria di bene comune, la quale ha proprio lo scopo di identificare in maniera inequivocabile la responsabilità che compete a tutti e a ciascuno.

Il bene è comune perché tutti ne beneficiano; ma tutti ne possono beneficiare perché ciascuno ne ha cura. Non può considerarsi una digressione quella che porta a rilevare una tendenza diffusa a chiudersi nel privato, a ripiegare nella cura dei propri i
nteressi, a sottrarsi ad ogni forma di partecipazione alla cosa pubblica, a cominciare dall’espressione del proprio voto in occasione di tornate elettorali, salvo poi pretendere che qualcuno, sia esso lo stato o qualsiasi altro ente pubblico, provveda e assicuri l’espletamento dei servizi necessari. È in atto in molti settori della collettività una sorta alienazione nella forma di dissociazione tra diritti e doveri, come se i beni di cui tutti hanno necessità non debbano essere prodotti e curati da quelli stessi che hanno bisogno di usufruirne. Qui subentra uno degli aspetti non secondari dell’impegno sociale dei cristiani: educare con la parola e con l’esempio al senso del bene comune, alla responsabilità di tutti e di ciascuno verso ciò che è comune a tutti, dall’ambiente, alla ricchezza economica, alle regole della convivenza. In questa prospettiva il primo grado di impegno sociale è la ricostituzione del senso civico, che è il senso dei doveri, e non solo dei diritti, di ciascuno nei confronti della collettività (che a sua volta ha doveri e diritti nei confronti dei singoli).

Nel richiamo a questo senso elementare di responsabilità ritroviamo un principio fondamentale della dottrina sociale della Chiesa, e cioè il principio di sussidiarietà, a sua volta inseparabile da quello di solidarietà [26]. Se è vero che bisogna richiedere e attendere il conferimento dei servizi e del sostegno pubblico, a cominciare da quello statale, per lo svolgimento delle attività di cui una collettività ha bisogno, nondimeno è parimenti necessario promuovere l’iniziativa personale e privata come prima modalità di esercizio della responsabilità sociale di ogni cittadino. Il documento dei Vescovi Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno [27] fa leva proprio sulla carenza, e quindi sulla esigenza, di risvegliare questo spirito di iniziativa e di intrapresa in larghe parti del nostro Paese, ancora segnate da gravi ritardi, per avviare un vero sviluppo economico e sociale. Far crescere la sussidiarietà è far crescere le libertà, la partecipazione, il senso della dignità e delle potenzialità di ogni persona e di ogni gruppo umano.

Rimanere ancorati alla dignità e integrità della persona umana, portatrice di esigenze primordiali rispetto a ogni forma di istanze sociali, quali sono la tutela della vita dall’inizio alla fine naturale, il valore del matrimonio e della famiglia, la libertà religiosa e la libertà educativa, significa mantenere viva la coscienza e promuovere adeguatamente tutte le necessarie forme di impegno sociale idonee a rispondere alle attese che oggi persone e gruppi umani, non sempre con adeguata avvertenza, reclamano o, comunque, attendono. La recente settimana sociale di Reggio Calabria, di cui presto uscirà il documento conclusivo, è stata una significativa cassa di risonanza dei fermenti e della vitalità che animano il mondo cattolico. Dobbiamo assecondare tali fermenti e vitalità facendoci carico di alcune attenzioni, oggi particolarmente sentite, come, ad esempio, le trasformazioni in atto nelle dinamiche lavorative, sia per gli effetti della globalizzazione sia in relazione al mutamento dei rapporti interni tra le parti sul piano nazionale e territoriale, senza dimenticare il connesso dramma della disoccupazione; o, ancora, il volontariato che largo spazio ha trovato e continua ad avere nello sviluppo della vita sociale e che deve attingere nella ispirazione cristiana motivi per mantenersi a livelli alti di tensione ideale, nella apertura alle esigenze di solidarietà nazionale e internazionale; o, infine, l’impegno politico, che per il credente è una forma di servizio al bene comune, anzi una vocazione, una espressione della carità cristiana, che cerca il bene di tutti nel farsi carico della conduzione della cosa pubblica.

Sono solo alcuni esempi di un impegno che abbraccia tutti gli aspetti della vita umana e si lascia coinvolgere da fenomeni nuovi, come quello della immigrazione e delle connesse esigenze di processi guidati di integrazione. La conclusione, necessariamente provvisoria, che possiamo trarre vuole richiamare l’idea con cui abbiamo iniziato la nostra riflessione e che chiede una ripresa convinta, perché urgente, sollecitata ancor più dal documento dei Vescovi. Impegno sociale ed educazione vanno portati avanti insieme, poiché il vero impegno sociale è quello che scaturisce dalla coscienza del bene vero della persona e quindi del bene di tutti, e che matura soltanto lungo un processo di educazione che conduce ciascuno a pervenire alla sua umana compiutezza, personale e sociale.