di padre Renato Zilio*

ROMA, giovedì, 10 febbraio 2011 (ZENIT.org).- A mezza costa della montagna, ai bordi del villaggio musulmano, un antico monastero. Un monaco, seduto davanti alla porta, sembrava aspettarmi da sempre. Era immobile. Era Bruno, monaco trappista e mi attendeva con lui una lunga serie di pensieri su una qualità degli uomini e di Dio, l’amore.

Dopo il primo saluto continuò: “Se cerchi la perfezione, come molti fanno, sarà inutile il tuo cammino. La perfezione conosce Dio, ma solo di passaggio. Parte da te e, passando attraverso di lui, termina ancora in te stesso. Continuamente ti guarderai allo specchio per vedere se l’hai raggiunta o se per caso essa ti ha abbandonato, per qualche istante. La perfezione ti farà schiavo di te stesso, mettendoti al centro di tutto. Essa non accetta il tuo limite, ma vive del mondo che sogna e coniugando il condizionale, il tempo della non-realtà, ti farà sospirare continuamente: Io vorrei, io dovrei… Così, ti farà appoggiare la tua vita sul vuoto. All’inizio e alla fine del tuo cammino non ci sarai che tu, l’essere umano che sei, e non il Dio che tu cerchi.

In tutto quello che fai, invece, ama. L’amore parte da Dio, coinvolge l’uomo e finisce in lui. Dio creò l’uomo perché sappia amare: così, solamente, l’essere umano troverà la propria felicità. In fondo, quando si ama si rivela agli altri la propria bellezza. Ma se non c’è un altro per cui perdere la vita o a cui donarla, allora, la tua esistenza non ha senso. Amare è il cammino più personale che tu possa compiere. Ognuno ama con la forza che possiede, con i limiti che l’accompagnano e con la grandezza di cuore che ha saputo coltivare. A differenza della perfezione, però, l’amore parlerà sempre di Dio e del suo modo così umano di rivelarsi.

Allora, il tuo ideale sarà il reale, la vita concreta che stai vivendo. La saprai amare con quella forza che viene da Dio stesso e che trasforma. Sì, perché parlerà di lui e del suo modo di trasformare ogni cosa, non dal di fuori, ma partendo sempre dal cuore delle situazioni o dell’essere umano che sei. Ma se si ama veramente non si può non essere creativi. Ed è come quando si cambia vestito, lo fai perché ami il tuo corpo e lo sguardo dell’altro. Anche se, in fondo, sei sempre tu è ricordare agli altri un aspetto di te forse dimenticato. La ripetizione, invece, se si fa banale può uccidere il gusto delle cose, il valore interiore: essa diventa facilmente automatismo esteriore.

Ripetere, accumulare, contare, sono le cose o gli oggetti ad esserlo. Gli esseri umani, no. Tu hai un nome, un volto e un cammino che sono unici. La tua responsabilità e la tua libertà faranno di te veramente te stesso: per questo potrai dire io. Ma chi dice io desidera poter aggiungere subito tu a qualcuno. Così, lo sguardo di un essere umano sogna di trovarsi davanti a un altro volto - la superficie più espressiva della terra - per potersi esprimere. E leggervi, di ritorno, l’espressione dell’altro.

Esprimersi è entrare in relazione. E la relazione con l’altro che ami è come prendervi strettamente tra le braccia e roteare su voi stessi come in un vortice, in una danza che tutto travolge. Danzeranno, allora, il cielo, la terra, le montagne, la vostra origine e il vostro destino. E poi tu, ricadendo al suolo sull’erba, dirai finalmente noi. Così, uscendo da te stesso, costruirete insieme un mondo nuovo”.

Il monaco riposò la voce, posò lo sguardo su un anemone di deserto accanto e continuò: “In fondo, un oggetto si può sempre definire e misurare, ma una persona non potrai mai guardarla così. Dovrai imparare a guardarla come fosse la storia di un fiore: all’inizio un seme, poi un germoglio, poi un filo d’erba, un bocciolo, infine si aprirà quanto più il clima attorno lo invita.

La persona umana, in fondo, va aiutata a maturare piano piano. La tua pretesa, allora, di conoscere subito una persona, di definirla già appena la incontri, sarà rinchiuderla in una serie di giudizi, quasi come in una tomba senza possibilità di risorgere. Un essere umano, invece, è sempre accompagnato dal suo mistero e dalla possibilità di trasformarsi.

Per me – e sembrava una confessione - lo è con questo mondo musulmano, dove Dio è considerato unicamente grande. Anzi, giustamente, il più grande di ogni cosa. Questo, però, ci ricorda ogni giorno che il nostro Dio si chiama Amore. E ciò si fa invito per noi a una conversione da fare ad ogni istante”.

Venne un lungo respiro, come per permettermi di assorbire le sue ultime parole e passare dall’ascolto al cuore. Ascoltare l’altro, sempre così differente da te, fino al più profondo di se stessi: questo, forse, non è amare? Lui l’aveva imparato qui, in terra straniera, come il segreto di una vita, la sua.


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*Padre Renato Zilio è un missionario scalabriniano. Ha compiuto gli studi letterari presso l'Università di Padova, e gli studi teologici a Parigi, conseguendo un master in teologia delle religioni. Ha fondato e diretto il Centro interculturale di Ecoublay nella regione parigina e diretto a Ginevra la rivista "Presenza italiana". Dopo l'esperienza al Centro Studi Migrazioni Internazionali (Ciemi) di Parigi e quella missionaria a Gibuti (Corno d'Africa), vive attualmente a Londra al Centro interculturale Scalabrini di Brixton Road. Ha scritto “Vangelo dei migranti” (Emi Edizioni, Bologna 2010) con prefazione del Card. Roger Etchegaray.