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Un mondo dove regna lo “scarto”, ma vince la speranza

Il lungo discorso di Papa Francesco al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, in occasione del tradizionale incontro per gli auguri di inizio anno

Le barbarie contro i cristiani, le violenze in Medio Oriente, il conflitto in Ucraina, il virus dell’Ebola, gli stupri di guerra, le vite spezzate dei migranti sepolti nelle acque del Mediterraneo. Tutti i mali del mondo che hanno segnato e segnano ancora il mondo di oggi confluiscono nel lungo discorso di Bergoglio di stamane ai membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede.

Nel tradizionale incontro per gli auguri di inizio anno, il Papa ringrazia gli Ambasciatori per il loro lavoro in ogni angolo del globo. Tra le mura della Sala Regia del Palazzo Apostolico Vaticano, fa poi risuonare con forza “una parola a noi molto cara”: pace. Una parola che indica un “prezioso dono di Dio” e, allo stesso tempo, una “responsabilità personale e sociale che ci deve trovare solleciti e operosi”.

La pace, tuttavia, è accompagnata dalla drammatica realtà del rifiuto, osserva il Santo Padre, lo stesso che ci ricordano il presepe e i diversi racconti sulla Natività, che mostrano “il cuore indurito dell’umanità, che fatica ad accogliere” il Bambino Gesù, “disprezzato e reietto fino alla morte in Croce”. Anche Lui – rimarca il Pontefice – “viene scartato, lasciato fuori al freddo, costretto a nascere in una stalla poiché non c’era posto nell’alloggio”. E “se così è stato trattato il Figlio di Dio, quanto più lo sono tanti nostri fratelli e sorelle!”.

Contro la “cultura dello scarto”

Il Papa denuncia quindi una “indole del rifiuto” che ci “induce a non guardare al prossimo come ad un fratello da accogliere, ma a lasciarlo fuori dal nostro personale orizzonte di vita, a trasformarlo piuttosto in un concorrente, in un suddito da dominare”. Questa mentalità genera quella “cultura dello scarto” che “non risparmia niente e nessuno: dalle creature, agli esseri umani e perfino a Dio stesso”, e dalla quale “nasce un’umanità ferita e continuamente lacerata da tensioni e conflitti di ogni sorta”. Subito il pensiero del Pontefice corre al Pakistan, dove un mese fa oltre cento bambini sono stati trucidati “con inaudita ferocia”. Alle loro famiglie il Vescovo di Roma rinnova il suo personale cordoglio e assicura la sua preghiera per questi tanti innocenti uccisi da moderni Erode.

Attentato di Parigi e guerra in Ucraina

Parlando di stragi odierne, Francesco non può non citare poi il recente attentato di Parigi, frutto anch’esso di “una cultura che rigetta l’altro, recide i legami più intimi e veri, finendo per sciogliere e disgregare tutta quanta la società e per generare violenza e morte”. “Gli altri vengono visti come oggetti”, annota il Pontefice, e l’essere umano “da libero diventa schiavo, ora delle mode, ora del potere, ora del denaro, talvolta perfino di forme fuorviate di religione”.

Le conseguenze sono drammatiche e si riflettono nel continuo dilagare dei conflitti. Il Papa richiama l’immagine di “una vera e propria guerra mondiale combattuta a pezzi”, che tocca, con forme e intensità diverse, varie zone del pianeta. A partire dalla vicina Ucraina, divenuta tragico teatro di scontro per la quale Francesco auspica “che, attraverso il dialogo, si consolidino gli sforzi in atto per fare cessare le ostilità, e le parti coinvolte intraprendano quanto prima, in un rinnovato spirito di rispetto della legalità internazionale, un sincero cammino di fiducia reciproca e di riconciliazione fraterna che permetta di superare l’attuale crisi”.

Medio Oriente: sì alla soluzione dei due Stati, no al terrorismo dilagante

Ma oltre all’Ucraina c’è il Medio Oriente, l’amata terra di Gesù “per la quale non ci stancheremo mai di invocare la pace”, afferma Papa Francesco. Torna quindi con la mente al maggio scorso quando organizzò in Vaticano lo storico momento di preghiera con l’ex presidente israeliano Shimon Peres e il presidente palestinese Mahmud Abbas. Un incontro “inteso a far cessare le violenze e a giungere ad una soluzione che permetta tanto al popolo palestinese che a quello israeliano di vivere finalmente in pace, entro confini chiaramente stabiliti e riconosciuti internazionalmente, così che ‘la soluzione di due Stati’ diventi effettiva”.

Ma in Medio Oriente scorre anche il sangue di tutte le vittime del terrorismo dilagante in Siria e in Iraq. Anche tale fenomeno “è conseguenza della cultura dello scarto applicata a Dio”, assicura il Papa. Il fondamentalismo religioso, spiega, “prima ancora di scartare gli esseri umani perpetrando orrendi massacri, rifiuta Dio stesso, relegandolo a un mero pretesto ideologico”. Di fronte a tale ingiusta aggressione, che colpisce anche i cristiani e altri gruppi etnici e religiosi, occorre dunque “una risposta unanime che, nel quadro del diritto internazionale, fermi il dilagare delle violenze, ristabilisca la concordia e risani le profonde ferite che il succedersi dei conflitti ha provocato”.

L’appello di Papa Francesco va quindi all’intera comunità internazionale, così come ai singoli governi, affinché “assumano iniziative concrete per la pace e in difesa di quanti soffrono le conseguenze della guerra e della persecuzione e sono costretti a lasciare le proprie case e la loro patria”. Bergoglio parla a loro, specialmente a tutte le comunità cristiane del Medio Oriente, che – dice – “offrono una preziosa testimonianza di fede e di coraggio”, svolgendo un ruolo fondamentale come “artefici di pace, di riconciliazione e di sviluppo nelle rispettive società civili di appartenenza”.

“Un Medio Oriente senza cristiani sarebbe un Medio Oriente sfigurato e mutilato!”, afferma inoltre il Santo Padre, ribadendo un suo celebre leit motiv. E ribadisce pure l’esortazione a leader religiosi, politici e intellettuali, specialmente musulmani, a condannare “qualsiasi interpretazione fondamentalista ed estremista della religione, volta a giustificare tali atti di violenza”.

Il dolore per l’Africa: guerre, stupri, sequestri, mercimonio

Violenza che spesso si traduce in vere e proprie “brutalità”, che non di rado “mietono vittime fra i più piccoli e gli indifesi”. Come in Nigeria, sconvolta da attacchi indiscriminati contro la popolazione oppure dai sequestri di persone, fenomeno in crescita in cui a farne le spese giovani ragazze fatte poi oggetto di mercimonio. “È un esecrabile commercio che non può continuare! – stigmatizza il Pontefice – Una piaga che occorre sradicare poiché colpisce tutti noi dalle singole famiglie all’intera comunità mondiale”.

Lo sguardo si sposta poi ai conflitti nelle altre parti dell’Africa: la Libia, lacerata da una lunga guerra intestina; la Repubblica Centroafricana, dove forme di resistenza ed egoistici interessi di parte rendono vani gli sforzi di chi vuole costruire un futuro di pace. Ancora: il Sud Sudan, il Corno d’Africa e la Repubblica Democratica del Congo, dove “non cessa di crescere il numero di vittime tra la popolazione civile e migliaia di persone, tra cui molte donne e bambini”.

In tutti questi conflitti, si registra poi un altro “orrendo crimine” che è lo stupro: “una gravissima offesa alla dignità della donna” – osserva rammaricato Francesco – che “non solo viene violata nell’intimità del suo corpo, ma pure nella sua anima, con un trauma che difficilmente potrà essere cancellato e le cui conseguenze sono anche di carattere sociale”.

Ebola, la lebbra di oggi

Tra le ferite dell’Africa, il Papa aggiunge poi il trattamento riservato ai malati, “isolati ed emarginati come i lebbrosi di cui parla il Vangelo”. I lebbrosi del nostro tempo sono le vittime di questa “tremenda” epidemia di Ebola, che, specialmente in Liberia, Sierra Leone e Guinea, ha falcidiato oltre seimila vite. Il Santo Padre, ancora una volta, elogia e ringrazia gli operatori sanitari che, insieme a religiosi e volontari, prestano ogni possibile cura ai malati e ai loro familiari, soprattutto bambini rimasti orfani. Alla comunità internazionale ricorda invece di darsi da fare per assicurare “un’adeguata assistenza umanitaria ai pazienti” e “per debellare il morbo”.

Profughi, rifugiati, migranti: tutti vittime dello scarto

Con gli ambasciatori il Papa passa poi in rassegna tutte le vite scartate a causa delle guerre o delle malattie. Anzitutto i numerosi profughi e rifugiati, fuggiti dalla loro terra d’origine come la Santa Famiglia in Egitto, non tanto in cerca di un futuro migliore “ma semplicemente di un futuro, poiché rimanere nella propria patria può significare una morte certa”.

Poi i migranti, uccisi da “viaggi disumani”, sottoposti “alle angherie di veri e propri aguzzini avidi di denaro”. Tra questi anche tanti bambini soli, soprattutto nelle Americhe, che diventano “facile preda dei pericoli”, e che pertanto necessitano di maggiore cura, attenzione e protezione. Per tutta questa gente, arrivata spesso senza documenti in terre sconosciute di cui non parlano la lingua, costretta “ad affrontare anche il dramma del rifiuto”, il Vescovo di Roma chiede “un cambio di atteggiamento” e legislazioni adeguate, in modo da “passare dal disinteresse e dalla paura ad una sincera accettazione dell’altro”.

Famiglie “scartate”, crisi economica e la piaga della disoccupazione giovanile 

Accanto a profughi e migranti, vi sono poi tanti altri “‘esiliati nascosti’, che vivono all’interno delle nostre case e delle nostre famiglie”. Gli anziani e i disabili in primis, spesso ritenuti “presenze ingombranti”, ma anche i giovani scartati da prospettive lavorative negative e privati della loro dignità. 

Per il Pontefice argentino la disoccupazione giovanile e il lavoro nero sono vere e proprie piaghe sociali, a cui si aggiunge – sempre nell’ambito del lavoro – il dramma di tanti lavoratori, specialmente bambini, “sfruttati per avidità”. “Tutto ciò – sottolinea – è contrario alla dignità umana e deriva da una mentalità che pone al centro il denaro, i benefici e i profitti economici a scapito dell’uomo stesso”.

Non dimentichiamo poi la crisi economica, che ha scoraggiato le persone al punto da far perdere loro “il senso del vivere” e che “favorisce la conflittualità sociale”. “Ne ho potuto notare i risvolti anche qui a Roma – ammette Bergoglio – incontrando tante persone che vivono situazioni di disagio, come pure nel corso dei diversi viaggi che ho compiuto in Italia”.

Una speranza per l’Italia

Proprio alla cara Nazione italiana, il Papa indirizza “un pensiero carico di speranza”, perché “nel perdurante clima di incertezza sociale, politica ed economica il popolo italiano non ceda al disimpegno e alla tentazione dello scontro, ma riscopra quei valori di attenzione reciproca e solidarietà che sono alla base della sua cultura e della convivenza civile, e sono sorgenti di fiducia tanto nel prossimo quanto nel futuro, specie per i giovani”.

In viaggio verso Sri Lanka e Filippine, con la mente in Corea e Albania

Pensando alla gioventù, Francesco rammenta il suo viaggio in Corea, in occasione della VI Giornata della Gioventù Asiatica. Da lì annuncia la sua gioia per la partenza di stasera per lo Sri Lanka e le Filippine, dove potrà “testimoniare l’attenzione e la sollecitudine pastorale con cui seguo le vicende dei popoli di quel vasto continente”.

Ai popoli e ai Governi dei tre paesi asiatici, il Vescovo di Roma rimarca “l’anelito della Santa Sede ad offrire il proprio contributo di servizio al bene comune, all’armonia e alla concordia sociale”. In particolare, l’auspicio è per una ripresa del dialogo fra le due Coree, “Paesi fratelli che parlano la stessa lingua”, affinché possa prevalere una “cultura dell’incontro”.

La stessa che caratterizza il popolo dell’Albania, “una Nazione piena di giovani, che sono speranza per il futuro” e dove vige una “pacifica convivenza e collaborazione tra gli appartenenti a diverse religioni in un clima di rispetto e fiducia reciproca tra cattolici, ortodossi e musulmani”. È questo, osserva Papa Francesco, “un segno importante che una fede in Dio sincera apre all’altro, genera dialogo e opera per il bene, mentre la violenza nasce sempre da una mistificazione della religione stessa, assunta a pretesto di progetti ideologici che hanno come unico scopo il dominio dell’uomo sull’uomo”.

Il dialogo costruisce ponti: il caso di Usa e Cuba

Un esempio di come il dialogo “possa davvero edificare e costruire ponti” è proprio la recente decisione di Stati Uniti d’America e Cuba “di porre fine ad un silenzio reciproco durato oltre mezzo secolo e di riavvicinarsi per il bene dei rispettivi cittadini”. Francesco esprime pure la sua soddisfazione per la decisione degli Usa di chiudere definitivamente il carcere di Guantánamo, rilevando la generosa disponibilità di alcuni Paesi ad accogliere i detenuti.

Con lo stesso compiacimento, il Papa guarda al Burkina Faso, impegnato in importanti trasformazioni politiche ed istituzionali; alle Filippine, che nel marzo scorso hanno firmato l’Accordo per porre fine a secolari tensioni; alla Colombia e al Venezuela, impegnate a ricostruire una stabile pace nei propri territori. Auspicio del Pontefice è anche che si possa presto pervenire ad un’intesa definitiva tra l’Iran e il cosiddetto Gruppo 5+1 circa l’utilizzo dell’energia nucleare per scopi pacifici.

70 anni delle Nazioni Unite; agenda di Sviluppo post-2015; Accordo sul clima

In ultimo il Santo Padre ricorda il 70° anniversario della nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, sorta “dalle ceneri di quell’immane tragedia che è stata la seconda guerra mondiale”. Proprio l’Onu, aggiunge, sarà protagonista quest’anno di due importanti processi: la redazione dell’Agenda di Sviluppo post-2015, con l’adozione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, e l’elaborazione di un nuovo “urgente” Accordo sul clima. “Il loro presupposto indispensabile è la pace, la quale – conclude il Papa –  prima ancora che dalla fine di ogni guerra, sgorga dalla conversione del cuore”.

Per leggere il testo completo si può cliccare qui.

About Salvatore Cernuzio

Crotone, Italia Laurea triennale in Scienze della comunicazione, informazione e marketing e Laurea specialistica in Editoria e Giornalismo presso l'Università LUMSA di Roma. Radio Vaticana. Roma Sette. "Ecclesia in Urbe". Ufficio Comunicazioni sociali del Vicariato di Roma. Secondo classificato nella categoria Giovani della II edizione del Premio Giuseppe De Carli per l'informazione religiosa

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