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Pope Paul VI. (Giovanni Battista Montini)

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L’attenzione alla famiglia nel magistero di Paolo VI

Nell’omelia della Messa celebrata a San Pietro per il Beato Paolo VI, il card. Parolin ha ricordato l’amore che questi aveva per la Chiesa e per l’umanità, “con particolare attenzione alla famiglia”

Una Messa nella sua terra natale, nel Santuario delle Grazie, a Brescia, dove il novello prete Giovanni Battista Montini celebrò la prima Eucaristia, il 30 maggio 1920. E una Messa nel luogo simbolo della Chiesa che Paolo VI guidò per diciotto anni, ossia nella basilica di San Pietro.

Oggi, 28 settembre 2015, nel giorno in cui si celebra la memoria di Paolo VI, beatificato da papa Francesco il 19 ottobre di un anno fa, sono questi i due eventi principali in suo onore.

Nell’omelia della Messa celebrata a San Pietro, il card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha ricordato i passaggi della vita di Montini legati indissolubilmente a questo luogo. È qui che “il beato Pontefice venne ordinato vescovo il 1° novembre 1954 e ricevette la berretta cardinalizia da san Giovanni XXIII. Qui partecipò, quale arcivescovo di Milano, alle prime sessioni del concilio Vaticano II e in seguito, come successore di Pietro, le presiedette, facendo sentire il suo autorevole magistero”.

Viceversa, anche il cammino della Chiesa è legato indissolubilmente alla figura di Paolo VI. Il card. Parolin – come riporta l’Osservatore Romano – ha  l’apporto dato dalla “delicata attenzione” di papa Montini “per le periferie esistenziali in ogni latitudine del pianeta”, nonché “la sua capacità di dar voce agli ultimi e ai lontani e il richiamo nel suo testamento spirituale a una Chiesa povera, cioè libera”. Ma anche a una Chiesa attenta alla famiglia e alla paternità e maternità “responsabili”.

Paolo VI fu Vescovo di Roma in un periodo storico cruciale, segnato dalla guerra fredda e da cambiamenti culturali che investirono gran parte del pianeta. In tale contesto, egli si prodigò per comunicare il messaggio di salvezza della Chiesa e per la salvaguardia della pace. Lo testimonia la proposta d’arbitrato nel sanguinoso conflitto del Vietnam, iniziato nel 1966, “che – afferma il porporato -, se fosse stata accolta avrebbe risparmiato tante sofferenze”.

L’impegno di Paolo VI a favore della pace è simboleggiato dalle parole che egli pronunciò al Palazzo di Vetro dell’Onu, il 4 ottobre 1965: “Non più la guerra, non più la guerra”. Lo ha ricordato il card. Parolin, di ritorno dal viaggio apostolico di papa Francesco in America, durante il quale anche lui ha parlato alle Nazioni Unite.

E ha inoltre rammentato, il segretario di Stato della Santa Sede, il passaggio finale del discorso di Paolo VI al Palazzo di Vetro, rintracciabile anche nella sua Enciclica Populorum progressio: “Dobbiamo abituarci a pensare in maniera nuova l’uomo; in maniera nuova la convivenza dell’umanità, in maniera nuova le vie della storia e i destini del mondo secondo le parole di san Paolo: rivestire l’uomo nuovo creato a immagine di Dio nella giustizia e santità della verità (…). Mai come oggi, in un’epoca di tanto progresso umano si è reso necessario l’appello alla coscienza morale dell’uomo”. Con amarezza il card. Parolin rileva l’attualità di queste considerazioni, giacché i conflitti armati continuano a insanguinare diverse regioni del pianeta e i diritti umani vengono costantemente calpestati.

Umanità che, insieme alla Chiesa, fu sempre la preoccupazione preminente di papa Montini. “Alla vigilia del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, mi sembra di dover cogliere nel magistero del beato Paolo VI un’attenzione profetica per l’umanità, con particolare attenzione alla famiglia, al matrimonio e ai coniugi stessi, uomo e donna, nella luce dell’amore e dell’apertura alla vita, in un’indissolubilità che proviene dalla sacralità stessa della persona e da un atto libero e responsabile degli sposi”, afferma il card. Parolin. “La Chiesa attende una sapienziale e pastorale riflessione per offrire ai coniugi e alle famiglie una parola di concreta speranza nella verità e nell’attenzione evangelica, che sappia essere segno dell’amore di Colui che è l’autore dell’amore sponsale – conclude il segretario di Stato -. Amore che è condivisione, reciproca attenzione, apertura alla vita, dignità donata e ricevuta”.

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