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Andiamo al Giordano, il grembo materno della Chiesa

Commento al Vangelo della domenica del Battesimo del Signore (Anno B)

Oggi celebriamo il Battesimo di Gesù, ed è provvidenziale tra tanto sdegno e paura. Il sangue scorre ancora, e sembra non fermarsi. Arriva proprio a un centimetro dai nostri passi, come duemila anni fa in quella Provincia Romana al limite della sopportazione. 

La stessa aria spessa di angoscia, e una voglia dentro che finisca in fretta questo mondo che sbiadisce nel dolore le gioie e soffoca progetti e speranze in un presente di frustrazione. 

Oggi come allora c’è un popolo in attesa del Messia, magari confuso tra speranze e desideri più carnali che spirituali, ma sta aspettando. E per tutti, anche oggi c’è un Uomo che si va a mettere all’ultimo posto. E’ Gesù in fila dietro di noi. Non dobbiamo guardare avanti per incontrarlo, in un futuro luminoso, come ci hanno insegnato a sperare le ideologie. 

Ma dobbiamo voltarci perché Lui scende per ultimo nell’acqua del battesimo. E sai che cosa significa? Che si immerge nella nostra storia, non la salta come un ostacolo, non fa finta che non ci sia mai stata. Non fa uno stop and go, come vorrebbero tutti i rivoluzionari. 

Al contrario, la prende sul serio e non tralascia nulla. Anche quello che abbiamo rimosso, anche quel fatto che ti illudi di aver dimenticato e che invece è lì infilato in quel millimetro di cuore e continua a dolerti; ti dici che sono solo dei colpi d’aria, fitte passeggere, e invece è proprio quell’evento che ti dilania e ti sporca i pensieri, le parole, i gesti. 

Guardiamo bene e vedremo Gesù scendere nel fiume che aveva raccolto le carni e le vite dei poveri, dei piccoli, dei peccatori, immergendosi in quelle acque ormai sporche. 

In Giappone una delle tradizioni più forti e sentite è quella del cosiddetto “o-furo”, che consiste nell’immergersi ogni sera in acqua bollente per rilassarsi prima di dormire. Di norma, dopo i figli, l’ultima persona della famiglia che vi entra è la madre, mentre viene riservato agli ospiti l’onore di immergersi per primi. 

Quel giorno sulle rive del Giordano è stato come accade nelle case dei giapponesi. Entrando per ultimo nelle acque del battesimo ci ha riservato il posto d’onore, quello dei figli e degli ospiti ragguardevoli. 

Nel battesimo Gesù appare come una madre premurosa che, per puro amore, prende l’ultimo posto. Si tratta di un particolare importante. Al Giordano Gesù porta a compimento l’incarnazione, prefigurando la sua discesa sino alle profondità della terra nel momento della sepoltura. 

Secondo studi archeologici e una serie di riferimenti biblici, testi bizantini e medievali, e la tradizione ininterrotta della Chiesa Greca Ortodossa custode dell’area, il luogo del battesimo di Gesù è infatti da ritenersi presso le sorgenti più basse del Giordano, ad est di Gerico, il punto più basso della terra emersa, centinaia di metri sotto il livello del mare. 

Gesù si è spinto sino alle regioni più remote dello spirito umano, dove, come il figlio prodigo, ci siamo persi, incapaci di rialzarci. Scendendo in quelle profondità Gesù ha toccato l’estrema lontananza da Dio, sperimentando l’inferno che inghiotte chi ha tagliato con Lui. 

Dove non c’è Dio non vi sono più freni, tutto diviene lecito, si smarrisce il valore della vita, e così se ne può fare qualsiasi cosa. Gesù è sceso in quest’abisso di morte, ha varcato il gradino più basso dell’assenza di Dio che svuota la vita e la fa rimbalzare da un peccato all’altro. 

Il “Figlio prediletto” si è fatto l’ultimo, dietro il più grande peccatore della storia, perché anche lui, come sospinto da Gesù, possa risalire alla vita e gustare le dolcezze dell’amore di Dio. 

Giù negli inferi è sceso a cercare le perle smarrite del Padre, tu ed io che abbiamo smarrito la primogenitura. Amiamo il mondo, i suoi onori e i suoi criteri, anche se siamo così abili a camuffarli in un’aria da sacrestia e parole infarcite di sapienza celeste… 

Non possiamo obbedire, troppe ferite grondano risentimenti. Siamo deboli, non ce la facciamo a perdonare senza passare il conto. La nostra coperta è sempre troppo corta, se perdoniamo il marito sbraniamo la figlia… Per questo la Chiesa oggi ci ripete con Isaia: “Voi tutti assetati” di libertà e amore, “venite all’acqua” del battesimo. E’ gratis! Basta spendere per succedanei, culturali, politici, o religiosi che siano. Non servono perché o cambia il cuore o saremo sempre infelici. 

Andiamo al Giordano, che è il grembo materno della Chiesa, dove con la Parola e i sacramenti possiamo rinascere a vita nuova. “Cerchiamo il Signore” in un cammino di fede, perché Lui “si fa trovare” nell’iniziazione cristiana. 

Senza di essa il battesimo resta una meravigliosa profezia incompiuta, un seme abortito. E’ un seme? Certo. Si è sviluppato sino a dare frutti di vita eterna? No. 

Voltiamoci allora, e cominciamo a seguire il Signore che scende nella nostra vita per perdonare, sanare, riconciliare e deporvi la sua vita immortale. Anche Lui sta camminando per salvarci, e noi? Non ci metteremo in cammino come i pastori e i Magi, perché il seme di vita eterna cresca in noi e con esso la fede. 

Essa diventa adulta sperimentando con Cristo nella Chiesa che nulla della nostra vita è perduto. Che proprio dove è abbondato il peccato ha sovrabbondato la Grazia. Chi lo crede perché lo ha visto realizzarsi in lui “è nato da Dio”. Perché “credere che Gesù è il Cristo” significa poter testimoniare che Lui ci ha salvato. 

Per il nostro riscatto ha pagato un prezzo altissimo, infinito, la sua stessa vita. Tanto valiamo, tanto vale il più grande peccatore. Tanto valgono i terroristi, i pluriomicidi, gli stupratori, i pedofili, i truffatori: ognuno vale quanto la vita di Gesù. 

Solo chi ha sperimentato il perdono rigenerante di Dio può guardare la storia e le persone con gli occhi di Cristo. Chi è entrato con Lui nel Giordano, infatti, ha i pensieri di Dio, “tanto lontani da quelli del mondo quanto il cielo sovrasta la terra”. Pensieri di bene sempre, anche in mezzo al male. 

Per questo Giovanni Battista afferma che non è lui il Messia che il popolo attendeva. Lui è un uomo, non può rigenerare; ma è la “voce” che annuncia l’avvento di Qualcuno infinitamente più grande, l’unico Sposo che ha diritto di prendere in sposa l’umanità. 

Giovanni, infatti, diceva di “non essere degno neanche di sciogliere il legaccio dei sandali di Gesù”. Secondo le antiche abitudini tribali del medio oriente i matrimoni avvenivano tra famiglie già imparentate ed era proibito sposare una donna se qualcun altro ne aveva più diritto. Se questi vi rinunciava doveva fare un segno pubblico che lo attestasse, normalmente sulla piazza o davanti alla porta della città: si doveva sfilare un sandalo e consegnarlo a colui al quale cedeva il diritto sulla donna, una testimonianza che valeva come un contratto; per questo, il gesto di sciogliere il legaccio dei sandali significava cedere il diritto che si aveva in precedenza. 

Giovanni Battista, mutuando l’immagine di questo gesto, afferma e profetizza l’avvento di “Colui che è più forte” di lui, tanto potente da scendere negli abissi della morte per riscattare ciascuno di noi e farci sua sposa per sempre nella fedeltà e nell’amore (cfr. Os 2). 

Il Signore viene oggi per “battezzarci in Spirito Santo e fuoco”, il soffio vivificante che ci ricrea nel suo amore ardente. Gesù ha il potere, oggi, di bruciare ogni radice velenosa che ci getta nella paura della morte, e farci risorgere con Lui. 

Ormai libero dalle acque della morte, uscendo dal Giordano Gesù vede aprirsi il Cielo come Noè dopo il diluvio. Ora può scendere “la colomba”, immagine dello Spirito Santo e prendere dimora in Lui. Come accade anche a noi nella Chiesa: entriamo sacramentalmente con Cristo nelle acque che seppelliscono il nostro uomo vecchio, e usciamo trasformati in Lui, creature nuove nelle quali prende dimora la vita celeste.

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