Il clima di scontro ideologico intorno a determinati temi si aggrava. Lo testimonia una scritta - “Tempi m**** omofobe e sessiste” - apparsa la scorsa notte sul muro della sede della rivista Tempi, a Milano. Ma non solo, all’ingresso dell’edificio che ospita la redazione, sono stati lasciati anche degli escrementi. L’episodio precede di poco più di ventiquattrore il convegno all’Auditorium Testori del Palazzo della Regione Lombardia dal titolo “Difendere la famiglia per difendere la comunità”, di cui Luigi Amicone, direttore di Tempi, sarà moderatore. Convegno accompagnato da polemiche e a cui risponderà un presidio di contestazione da parte di associazioni omosessuali e gruppi di sinistra. Intervistato da ZENIT, Amicone minimizza il volgare raid subìto, ma invita a tenere alta l’attenzione dinanzi a “un clima culturale e ideologico” da “pensiero unico” che potrebbe degenerare.

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Come ha reagito stamattina, quando arrivando in redazione ha trovato un tale scenario?

Ho reagito immediatamente con un tweet nel quale, affianco alla foto della scritta, ho messo il commento: “Complimenti alla campagna nazi…”. Naturalmente è stato anche un modo per sdrammatizzare perché dopo tutto un po’ di escrementi e una scritta ingiuriosa non sono nulla. Però testimoniano l’irresponsabilità di chi ha criminalizzato un giornale solo perché partecipa a un convegno in difesa della famiglia costituzionale. È il segnale del fatto che c’è un clima che non va, evidentemente non solo nel mondo musulmano ma anche nel nostro.

Le era mai capitato da direttore di Tempi di ricevere una simile aggressione?

No, mai in questi termini. Magari insulti sui social network sì, perché del resto chi scrive e pensa secondo criteri non allineati al mainstream su temi legati alla famiglia viene automaticamente tacciato di omofobia. Piuttosto, qui siamo alla follia, alla follia ideologica, la quale è molto diffusa e martellata. L’estremismo di chi ieri notte ha compiuto questa stupida goliardata - magari perché aveva bevuto qualche birra di troppo - riflette un clima culturale e ideologico che è conformista ma mite, secondo il quale la famiglia tradizionale è ormai un tabù.

C’è dunque correlazione tra quell’atto vandalico e le polemiche intorno alla conferenza di domani?

Beh, gli autori di quel gesto si sentono un po’ autorizzati dal clima generato da un quotidiano come Repubblica, che per dieci giorni ha offerto titoli del tipo “convegno omofobo” e “convegno anti-gay”. Insomma, se si ripete tante volte una falsità, alla fine c’è il rischio che qualcuno ci creda.

Siamo tornati ai cosiddetti “cattivi maestri”?

Esattamente. C’è un’aria ideologica tipica da cattivi maestri per cui o si ragiona con il “pensiero unico” oppure si viene  messi all’indice. E quando si viene messi all’indice, c’è sempre il rischio che qualcuno più debole possa scatenare le sue frustrazioni in gesti vandalici come quello di ieri notte.

A Suo avviso, il clima che si respira è simile a quello degli anni ’70?

In un certo senso sì. Il clima da anni ’70 si respira quando viene annunciato un presidio di protesta urlante davanti a un palazzo istituzionale della Regione Lombardia, la quale legittimamente propone un convegno dal titolo “Difendere la famiglia per difendere la comunità”. Siamo agli anni ’70 se qualcuno è arrivato a pensare che un titolo del genere possa essere una provocazione omofoba.

È preoccupato per domani?

Non sono preoccupato, perché sono fiducioso che il Pd - il quale qui a Milano ha contribuito a dare la falsa immagine omofoba a questo convegno - sia in grado di richiamare i suoi amici militanti Lgbt a essere ragionevoli e civili. Ma al di là di come andrà domani, c’è un fatto oggettivo grave: tante famiglie che sarebbero volute venire con i propri bambini, hanno deciso di stare a casa per via delle intimidazioni. D’altra parte questo clima d’intolleranza - ripeto, da anni ’70 - si è già verificato in tanti altri casi analoghi, cito ad esempio i presidi delle Sentinelle in Piedi o le conferenze di Mario Adinolfi, di Costanza Miriano…

Eppure dopo la strage di Parigi si è tanto parlato di libertà d’espressione… Si può “essere Charlie Hebdo” per insultare le religioni ma non si può esprimere una posizione “tradizionale” su temi quali la vita e la famiglia?

Già, perché il “pensiero unico” che citavo prima ha un istinto totalitario. Per cui il concetto di libertà d’espressione non si traduce nella realtà. O meglio, si traduce soltanto nella misura in cui questa presunta libertà sia confinata entro determinati ranghi.