Le diverse forme di resistenza al Tertio Millennio Film Fest

Tema della rassegna cinematografica, l’azione politica e il rapporto con la fede

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di Mariaelena Finessi

ROMA, giovedì, 19 novembre 2009 (ZENIT.org).- Il cinema come momento di riflessione sui problemi e gli avvenimenti del mondo contemporaneo: questa la ragione d’essere del Tertio Millennio Film Fest (1-6 dicembre 2009), rassegna cinematografica ideata dalla Fondazione Ente dello Spettacolo in collaborazione con il Progetto Culturale della Conferenza Episcopale Italiana e che propone dal 1997, anno in cui è Papa Giovanni Paolo II a inaugurare la prima edizione, un duplice percorso di riflessione, diviso tra le questioni dello Spirito e il confronto con l’Altro.

Il tema portante della XIII edizione, presentata a Roma il 18 novembre, sfrutta la preziosa ambiguità semantica delle parole: “Forme di resistenza. La storia dopo il cinema. Percezione, senso, azione nel mondo visto“. La resistenza, dunque, che attraverso il gesto estetico si fa gesto politico. Quest’anno due sezioni documentarie punteranno allora il proprio sguardo su altrettanti angoli di mondo attraverso il focus “Iran” e “A Est d’Europa. Forme di un cambiamento”.

«La rassegna – spiega monsignor Dario E. Viganò, presidente della fondazione Ente dello Spettacolo – porta grande attenzione, da un lato, ai Paesi dell’Est come quelli dell’ex Unione Sovietica per sottolinearne il passato, dall’altro a realtà come quella dell’Iran che vive un minaccioso presente; una rassegna, dunque, in cui si cerca di capire in che modo, attraverso il cinema, si costruisce la modernità».

Una modernità sfaccettata, alla quale è possibile accedere proprio grazie alle pellicole, ovunque prodotte: «Bastano pochi fotogrammi – spiega monsignor Paul Tighe, segretario del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali – per rappresentare in maniera efficace la realtà. È un po’ come per le Sacre Scritture o per il presepe dove c’è Gesù e, sullo sfondo, altre vicende che ci offrono una chiave di lettura dell’epoca e, di riflesso, il mondo con il quale egli è in rapporto». In altri termini, conclude monsignor Tighe, «grazie al cinema è possibile avvicinare la storia di tanti uomini e donne distanti tra loro».

Dell’Iran, tra gli altri, sarò possibile vedere il film d’azione Heiran di Shalizeh Arefpour e i due documentari My Little Country di Abbas Mohammadi e Torgheh di Mohammad Hassan Damanzan che racconta, quest’ultimo, le vicende di quattro donne iraniane che sebbene costrette a confrontarsi con gravi problemi sociali, trovano conforto nella comune passione per la musica.

In scaletta, per la cinematografia dell’Est, il lituano Audrius Stonys con il cortometraggio Harbour, riflessione lirica sul tempo e sulla morte e The Bell con il quale è dato a tutti di interrogarsi sul senso stesso del mistero. Del kazako Sergei Dvortsevoy (vincitore nel 2008 di “Un Certain Regard” a Cannes con Tulpan), il Festival propone due documentari d’osservazione: In the Dark che segue le vicende di un anziano solo e cieco e Bread Day che punta lo sguardo su un’ex-colonia mineraria russa dove i vecchi, unici abitanti rimasti, compiono ogni settimana un viaggio rituale alla conquista del proprio pane.

Dalla Georgia la giornalista e attrice Nino Kirtadze, con Durakovo: the Village of Fools, in cui si racconta di un gruppo di fanatici nazionalisti ortodossi che lavora per la rinascita dell’impero sovietico. E sul valore del documentario si sofferma monsignor Franco Perazzolo, esperto di cinema e officiale del Pontificio consiglio della Cultura, che lo definisce «miscela straordinaria, di storia e umanità, che ci fa incontrare famiglie umane che cercano il riscatto. Una forma di comunicazione, al di fuori dell’industria e dei sistemi di controllo e che, in fondo, è una sfida al negativo, perchè costruzione di nuovi sguardi, luoghi e mondi possibili».

Tra le altre anteprime, Lourdes di Jessica Hausner, già vincitore del premio Fipresci della critica internazionale, del premio La Navicella e del premio Signis. Film, che ufficialmente uscirà l’11 febbraio, giorno della prima apparizione della Vergine a Bernadette, e in cui si narra la storia di Christine, una donna costretta sulla sedia a rotelle che, rifugiatasi nel villaggio francese si sveglia, un mattino, apparentemente guarita da un miracolo.

Tra gli eventi speciali della kermesse, la proiezione in prima assoluta di Io loro e Lara di Carlo Verdone, in ricordo del padre Mario, collaboratore della Rivista del Cinematografo; quindi un omaggio al maestro Francesco Rosi, di cui si vedrà – nella versione restaurata – Uomini contro (1970), un film sull’assurdità della guerra. Il terzo evento, che anticipa il Festival il 30 novembre, è la proiezione di Popieluszko di Rafal Wieczynski che ripercorre la vita del sacerdote Jerzy Popieluszko – rapito, torturato e ucciso dai servizi segreti sovietici – che nei primi anni Ottanta ebbe il coraggio di denunciare dal pulpito le menzogne del governo polacco.

Nel consegnare infine a Margareth Madè – protagonista di Baaria di Giuseppe Tornatore – il nuovo “Premio Rivelazione dell’anno”, monsignor Gianfranco Ravasi, spiega l’interesse della Chiesa per la settima arte: «Ricomporre una sorta di divorzio consumatosi negli ultimi tempi tra pubblico e arte, intesa quest’ultima in tutte le sue iridescenze (fotografia, musica, scultura, ecc.), spesso autoreferenziale, dissoluta o solo provocatoria».

«È giunto il momento – conclude il presidente del Pontificio consiglio della Cultura – di tornare ad interrogarsi sulle grandi esperienze e narrazioni per ritrovare la radice della realtà».

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ZENIT Staff

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