L’omaggio di Papa Ratzinger al grande Pontefice bresciano

di Renzo Allegri

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ROMA, venerdì, 6 novembre 2009 (ZENIT.org).- La visita di Papa Ratzinger a Brescia è indicata con il termine di “pastorale”, che ha vari significati religiosi, ma è impossibile dissociarla da ciò che la città lombarda richiama subito alla mente e cioè Papa Montini, Papa Paolo VI, bresciano e che alla sua città fu sempre molto legato.

Papa Montini ha governato la Chiesa dal 1963 al 1978: quindici anni, molto tormentati per l’Italia e nel mondo, ma anche molto significativi. Sul soglio di Pietro, è succeduto a Giovanni XXIII ed ha preceduto Giovanni Paolo II: due giganti nella storia del Papato. E lui, in mezzo, non è stato da meno.

E’ difficile dare un giudizio sintetico ed emblematico di questo Papa. Molti, ingannati dalla sua riservatezza, lo hanno descritto come una persona timida, riservata, chiusa in se stessa, restia a comunicare con gli altri e qualcuno lo chiamava ironicamente “Paolo mesto”. Ma attraverso le testimonianze delle persone che lo conobbero a fondo e che vissero accanto a lui si ricava un ritratto del tutto diverso.

Secondo gli storici è ancora poco conosciuto, ma tutti ritengono che la sua importanza sia stata gigantesca e lo definiscono “Papa della Chiesa”, “Papa dell’umanità”, “Papa della Pace”. E’ stato lui a inaugurare il “ministero itinerante”, esaltato poi da Karol Wojtyla. Paolo VI ha compiuto, infatti, nove pellegrinaggi fuori d’Italia, tra i quali spicca il viaggio in Terra Santa nel 1964. Nessun Pontefice, escluso San Pietro, era mai stato, prima di lui, nella terra dove nacque Gesù.

Apparteneva a un’antica famiglia lombarda: i Montini. Nacque a Concesio, in provincia di Brescia, nel 1897 e gli venne imposto il nome di Giovanni Battista. Suo padre, Giorgio, era avvocato e giornalista, e diresse per anni il battagliero giornale cattolico “Il cittadino di Brescia”. La madre, Giuditta Alghisi, si dedicò esclusivamente all’educazione dei tre figli.

Da giornalista mi sono interessato in varie occasioni di Papa Montini e lungo gli anni ho raccolto testimonianze molto significative. Eccone alcune, che certamente pochi conoscono.

Nel 1968 conobbi a Camignone, in provincia di Brescia, un signor di 89 anni che si chiamava Ezechiele Malizia. Era stato il primo maestro elementare di Paolo VI. “Avevo 24 anni quando la mamma di Giambattista Montini mi portò il suo ragazzo perché doveva cominciare la prima classe elementare”, mi raccontò. “Ero maestro al Collegio Arici, a Brescia. Conoscevo la famiglia Montini perché avevo già avuto come scolaro il fratello maggiore del Papa, Ludovico Montini. Giambattista fece con me la prima e la seconda elementare e alcuni mesi della quarta. Non l’ho mai dimenticato. Si distingueva fra tutti, e non perché fosse tranquillo: era piuttosto. come si suoi dire, una piccola peste. Il motoperpetuo. Magrolino, sparuto, sembrava avesse l’argento vivo addosso. La mamma, quando lo portò a scuola, venne a raccomandarmelo. Temeva che nessuno riuscisse a tenerlo a freno. Devo dire che faticai un po’ anch’io tanto è vero che per tenerlo a freno e perchè stesse attento alla lezioni fui costretto a farlo sedere nel primo banco, proprio davanti alla cattedra, così era continuamente sotto controllo”.

Discolo ed emotivo. Molto emotivo, al punto che l’emotività gli procurava forti disturbi di stomaco e di intestino. Dopo le elementari non potè più andare a scuola. Il ginnasio e il liceo li fece da privatista. Andava solo a dare gli esami ed era sempre il primo della classe. Nella primavera del 1969, ci fu un grave attentato terroristico alla Chiesa di Concesio, dove Montini era stato battezzato. Un attentato proprio contro di lui, come dimostrava il contenuto farneticante dei volantini lasciati dagli attentatori. Il Papa, informato dell’attentato, pianse di dolore.

In quell’occasione conobbi monsignor Francesco Galloni, che nel 1914, giovane sacerdote, era vice-parroco in quella chiesa. “La casa dei Montini distava settecento metri dalla chiesa”, mi raccontò. “Tutte le sere, Giovambattista, insieme alla madre e ai fratelli, veniva in chiesa per una preghiera. Era la sua abituale passeggiata serale. Diventammo subito amici. Apparentemente, Battista era un giovane come tutti gli altri, amava stare in compagnia, ridere, scherzare ma in lui si avvertiva qualche cosa che lo rendeva diverso”.

“Credo di essere stato la prima persona cui confidò che voleva diventare sacerdote. Fu alla fine del liceo. Sapeva che io andavo ogni anno sul colle di San Genesio, sopra Lecco, in un eremo di religiosi Camaldolesi, per pregare e meditare, e chiese di venire con me. Mi pareva che stesse riflettendo per prendere una importante decisione. Arrivati, bussammo alla porta dell’eremo. Venne ad aprirci padre Matteo che io conoscevo. Chiesi ospitalità per alcuni giorni di ritiro. Padre Matteo disse che per me il posto c’era ma che la regola proibiva di far entrare nel monastero un laico, quindi niente posto per Battista. Insistetti, venne consultato anche il Superiore, niente da fare. ‘Se il giovanotto vuole restare’, disse il Padre Superiore, ‘deve adattarsi a dormire nel ripostiglio della legna, dietro il convento; gli presteremo un pagliericcio’. ‘Molto volentieri’, disse Giambattista tutto felice. Ci fermammo una settimana e per tutto quel tempo, Montini, abituato a vivere in una casa signorile e con una salute delicatissima, dormì per terra, in un ripostiglio per la legna. E fu in quel ripostiglio che prese la decisione di diventare sacerdote”.

Montini venne ordinato sacerdote nella cattedrale di Brescia il 29 maggio del 1920. A novembre si trasferì a Roma per studiare al “Seminario Lombardo” e alla “Pontificia Accademia dei Nobili Ecclesiastici” per prepararsi alla carriera diplomatica. Tra il 1922 e il 1924 conseguì tre lauree: in Filosofia, in Diritto Canonico e in Diritto Civile. Nel 1925 venne nominato Assistente ecclesiastico nazionale della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana).

A Bergamo conobbi il dottor Ugo Galli, medico chirurgo, che a metà degli anni Venti era studente universitario a Roma e apparteneva alla FUCI. “Era un brutto periodo per noi universitari cattolici”, mi racconto il dottor Galli. “Il fascismo ci aveva dichiarato guerra. Montini aveva portato nella Fuci entusiasmo giovanile e passione. Creò un gruppo misto di giovani e ragazze che lavoravano insieme nell’aiuto ai poveri. Tutte le settimane andava con loro nei quartieri di periferia, tra la gente più misera. Ma allora, nell’ambito cattolico, era impensabile che ragazzi e ragazze lavorassero insieme. Infatti, arrivarono disposizioni dall’alto e Montini dovette sciogliere il gruppo. Lo fece con dolore, ma senza alcun commento”.

“Un fucino, studente di musica, molto bravo, soffriva di esaurimento e aveva una malattia agli occhi che stava per renderlo cieco. Preso dallo sconforto, si uccise. Fu un grave dolore per tutti ma soprattutto per Montini. Appariva sconvolto ma non perse la sua calma. Informò i parenti, organizzò il funerale. Tanto fece che riuscì a ottenere il funerale religioso anche se, allora, la Chiesa negava ai suicidi le esequie religiose. Queste due iniziative fanno capire quanto grande fosse l’umanità e la sensibilità di Giambattista Montini e quanto aperta la sua visione del mondo e della vita”.

Vari e straordinari episodi su Giovanni Battista Montini me li raccontò Laura Montini, prima cugina di Paolo VI, che incontrai a Brescia nel 1998. Aveva allora 79 anni ed è ancora sulla breccia. “Battista”, mi disse “aveva un cuore tenerissimo, una capacità affettiva grandissima, era amante della musica, della poesia, della letteratura, della bellezza. Sempre desideroso di rendere felici gli altri. Quando veniva a cena da noi, prima di andarsene si recava sempre in cucina per ringraziare la cuoca e la cameriera”.

“Nel novembre del 1953 persi mio padre e a Natale, per dimenticare il dolore, decisi di andare a Roma.
Battista era allora Segretario di Stato di Pio XII. Temevo che fosse occupatissimo, invece si mostrò felice di vedermi e volle che restassi sua ospite per diversi giorni. Furono giorni che non ho mai dimenticato. Si prese cura del mio dolore con una tenerezza paterna. Nonostante gli impegni, trascorse con me molto tempo. Nel pomeriggio di Capodanno volle accompagnarmi con la sua automobile a Ostia, per una passeggiata lungo il mare. Verso il tramonto, la luce si fece soffusa e le onde avevano colori fantastici. Di fronte a quello spettacolo della natura, vidi Battista commuoversi. Anch’io era incantata. Ma lui era rapito, emozionato tanto da non riuscire a parlare”.

“Quando ripartii per Brescia, mi consegnò una busta con dentro molti soldi e un biglietto in cui diceva: ‘Questi soldi sono per i tuoi poveri’. L’amore per i poveri è un aspetto della sua vita che pochi conoscono. Fin da quando era un ragazzo aveva per i poveri un amore sconfinato. Li aiutava in tutti i modi. Regalava loro tutto quello che poteva, e lo faceva sempre di nascosto”.

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ZENIT Staff

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