Discorso di Ruini per la presentazione de “L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture”

ROMA, martedì, 21 giugno 2005 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo dell’intervento pronunciato dal Cardinale Vicario di Roma Camillo Ruini in occasione della presentazione dell’ultimo libro del cardinale Joseph Ratzinger prima di diventare Pontefice, avvenuta questo martedì a Roma presso il Palazzo Wedekind.

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Quello che presentiamo è l’ultimo libro del Cardinale, e teologo e uomo di pensiero, Joseph Ratzinger, libro che esce quando egli è già divenuto Papa Benedetto XVI: di qui la trepidazione con cui mi accingo al mio odierno compito. Il titolo del libro è davvero emblematico: “L’Europa di Benedetto”, che è proprio il nome che il nuovo Papa ha scelto per sé, con un sottotitolo che precisa trattarsi dell’Europa nell’attuale crisi delle culture.

In effetti Joseph Ratzinger dell’Europa si è occupato a fondo, non solo in questo libro, affrontando i nodi decisivi della cultura europea, in rapporto al cristianesimo che in Europa ha ricevuto la sua impronta culturale e intellettuale storicamente più efficace e resta pertanto intrecciato in modo speciale all’Europa stessa (cfr p.35).

Proprio questo legame è però oggi in discussione e rischia di esser tagliato, non per motivi accidentali ma per la logica interna della razionalità che sembra dominare in Europa: una razionalità che l’Autore definisce scientifica e funzionale. E’ questa la forma attuale e apparentemente compiuta dell’illuminismo moderno: per essa è razionalmente valido soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile, mentre nella prassi questo illuminismo si definisce sostanzialmente attraverso i diritti di libertà, con la libertà individuale come valore fondamentale che misura tutti gli altri e con la conseguente esclusione di ogni possibile discriminazione ai danni di qualcuno.

Nel quadro di questa forma di razionalità Dio non esiste o quanto meno non può essere accertato e perciò ogni riferimento a Dio va escluso dalla vita pubblica. Analogamente vien meno la coscienza morale come categoria valida in se stessa: dato però che una morale è comunque indispensabile per vivere, essa viene in qualche modo recuperata, non facendo riferimento a ciò che è in se stesso bene o male, ma soltanto al calcolo delle conseguenze, utili o dannose, dei nostri comportamenti (cfr pp.35-37).

La vera contrapposizione, l’eventuale scontro delle culture, non è allora tra le grandi religioni, che alla fine hanno sempre saputo vivere le une con le altre, ma tra questa razionalità puramente scientifica e funzionale e le grandi culture storiche. In questa chiave l’Autore affronta anche la questione del rifiuto delle radici cristiane dell’Unione Europea: una tale razionalità pretende infatti di essere universale, cioè valida per tutti, e compiuta in se stessa, ossia autosufficiente, e come tale esclude che il cristianesimo possa essere a sua volta un elemento determinante nella costruzione dell’Europa di oggi.

Proprio questa pretesa nel libro che presentiamo viene discussa in profondità. Joseph Ratzinger riconosce volentieri i valori dell’attuale cultura, come la libertà religiosa, i diritti dell’uomo, la democrazia, ma, al di là delle difficoltà pratiche di realizzarla dappertutto, mette in evidenza i suoi limiti intrinseci: è una cultura positivistica e antimetafisica, basata su una limitazione della ragione che è utile e necessaria nelle scienze empiriche, ma che non può essere universalizzata né è in grado di proporsi come autosufficiente.

Essa taglia infatti le radici che ha nella memoria dell’umanità e alla fine fa a meno dell’uomo stesso, riducendolo a un prodotto della natura, come tale non libero e suscettibile di essere trattato come ogni altro animale: si ha così un totale capovolgimento del punto di partenza di questa cultura, che era una rivendicazione dell’uomo e della sua libertà. Anche sul piano pratico, la libertà individuale che non discrimina, per la quale tutto è soltanto relativo al soggetto, diventa facilmente un nuovo dogmatismo perché esclude ogni altra posizione, che può essere lecita soltanto finché rimane subordinata e non in contraddizione con questo criterio relativistico: in tal modo diventa inammissibile l’espressione pubblica di un giudizio morale.

Dopo l’analisi critica, l’Autore avanza la sua proposta positiva, che parte da una premessa cara al teologo Joseph Ratzinger fin dal suo libro giovanile Introduzione al cristianesimo. Il cristianesimo è cioè la religione del Logos, che fin dalle origini ha individuato i propri precursori non tanto nelle altre religioni quanto nell’antico illuminismo filosofico, nella verità piuttosto che nella tradizione, e si è posto non come religione di Stato bensì come religione della libertà della fede.

In seguito il cristianesimo è certamente diventato anche tradizione e religione di Stato ed è stato merito dell’illuminismo moderno aver riproposto, spesso in polemica con la Chiesa, i valori originari del cristianesimo ed aver ridato alla ragione la sua propria voce. Il significato storico del Concilio Vaticano II sta nell’aver nuovamente evidenziato la profonda corrispondenza tra cristianesimo e illuminismo, cercando di arrivare a una riconciliazione tra Chiesa e modernità (cfr pp.57-59).

Proprio l’essere religione del Logos è però la forza attuale del cristianesimo, di fronte a una cultura che dà il primato a una natura irrazionale di cui l’uomo e la sua ragione sarebbero soltanto un sottoprodotto. Infatti la razionalità dell’universo non può essere spiegata ragionevolmente sulla base dell’irrazionale e perciò il Logos, l’Intelligenza creatrice, rimane l’ipotesi migliore (cfr pp.59-60 e 122-124).

Se mi è lecita una piccola riflessione, avevo anch’io sostenuto questa tesi in due articoli pubblicati su Repubblica nel 1993 e poi ripresi nel libretto Le ragioni della fede. Questo Logos in Cristo crocifisso si è manifestato come amore e solo come amore ci mostra in concreto la via, il cammino per la piena realizzazione della nostra esistenza, come il Cardinale Ratzinger aveva spiegato più ampiamente nel suo libro Fede Verità Tolleranza.

E tuttavia l’uomo con le sue sole forze non riesce a fare completamente propria questa “ipotesi migliore” del Logos creatore; anzi, nell’attuale clima culturale vi riesce meno che nel passato (sebbene anche nel passato già esistesse una tale difficoltà, come emerge dal primo capitolo della Lettera di San Paolo ai Romani: cfr pp.115-119). Egli rimane infatti prigioniero di una “strana penombra” e delle spinte a vivere secondo i propri interessi, prescindendo da Dio e dall’etica. Soltanto la rivelazione, cioè l’iniziativa di Dio che si manifesta all’uomo e lo chiama ad accostarsi a lui, ci rende pienamente capaci di superare questa penombra.

A questo punto Joseph Ratzinger avanza, come credente, la sua “proposta ai laici”, che è lo sbocco naturale di questo libro. Nell’epoca dell’illuminismo si è tentato di definire le norme morali essenziali, le regole del vivere insieme, “etsi Deus non daretur”, cioè anche nel caso che Dio non esistesse: era questa in qualche modo una necessità storica, al tempo delle guerre di religione che insanguinavano l’Europa.

Ma ciò ha funzionato finché le convinzioni fondamentali del cristianesimo sono rimaste chiare e condivise tra i nostri popoli. Oggi però non è più così e il tentativo di plasmare il mondo facendo a meno di Dio ci conduce ad accantonare l’uomo (logicamente, del resto, perché se Dio non c’è diventa difficile sostenere che l’uomo sia più di un pezzo della natura). Joseph Ratzinger propone allora di capovolgere l’assioma: anche chi non riesce a trovare la via razionale per accettare Dio, cerchi comunque di vivere, ossia indirizzi la sua vita, “veluti si Deus daretur”, come se Dio ci fosse (vedi la celebre scommessa di Pascal): “così nessuno viene limitato nella sua libertà, ma tutte le nostre cose trovano un sostegno e un criterio di cui hanno urgente bisogno” (pp.61-63).

Ho presentato abbastanza organicamente il primo dei tre saggi di cui si compone il libro, quello pronunciato a Subiaco il 1° aprile scorso. Il terzo saggio è una lezione tenuta non molto prima a Bassano del Grappa, dal tito
lo “Che cosa significa credere”: esso completa il primo, mostrando come la scelta di credere, anche in se stessa, non sia certo meno plausibile della scelta opposta.

L’Autore fa questo partendo da una fenomenologia della fede reciproca tra gli uomini implicata nella vita quotidiana, per arrivare alla fede in Dio soprattutto attraverso l’analisi critica dell’atteggiamento contrario oggi prevalente, che non è l’ateismo (avvertito come qualcosa che supera i limiti della nostra ragione non meno della fede in Dio) ma è l’agnosticismo, che sospende il giudizio riguardo a Dio in quanto razionalmente non conoscibile.

Joseph Ratzinger critica questo atteggiamento non soltanto perché i limiti delle scienze empiriche non possono essere automaticamente considerati come limiti di tutto l’uomo e di tutta la sua intelligenza, ma specialmente perché l’agnosticismo non è concretamente vivibile, è un programma non realizzabile per la vita umana. Il motivo è che la questione di Dio non è soltanto teorica ma eminentemente pratica, ha conseguenze cioè in tutti gli ambiti della vita.

Nella pratica sono infatti costretto a scegliere tra due alternative: o vivere come se Dio non esistesse, oppure vivere come se Dio esistesse e fosse la realtà decisiva della mia esistenza (Dio infatti, se c’è, non può essere un’appendice, ma l’origine, il senso e il fine dell’universo, e dell’uomo in esso). Se agisco secondo la prima alternativa adotto di fatto una posizione atea e non soltanto agnostica; se mi decido invece per la seconda alternativa adotto una posizione credente: la questione di Dio è dunque ineludibile (cfr pp.103-114).

A conclusione, l’Autore presenta la fede “soprannaturale” nella rivelazione di Dio (in analogia alla fede naturale tra gli uomini) e il suo ancoraggio anzitutto a Gesù Cristo, alla conoscenza che egli ha del Padre, e quindi ai Santi, che hanno seguito Cristo in questa conoscenza di Dio, con la possibilità di seguirlo anche per noi, se il nostro cuore rimane sincero ed aperto. Il saggio centrale di questo libro è più breve e concretizza il discorso su un punto fondamentale, quello del diritto alla vita in Europa: affronta cioè il tema dell’aborto, spiegando perché non bisogna rassegnarsi, in quanto l’aborto rimane un “piccolo omicidio”, che come tale ci porta a smarrire l’identità umana e a far prevalere il diritto della forza sulla forza del diritto.

Più in profondità c’è un problema morale, prima che giuridico, quello della capacità di guardare all’altro, di accogliere l’altro, di trattare l’altro – ma alla fine anche noi stessi – come persona e non come cosa, così come Dio tratta e accoglie ciascuno di noi: non per caso queste pagine (81-91) si intitolano “Decisivo è lo sguardo”.

A questo punto dovrei esporre le mie valutazioni, ma rinuncio volentieri, perché mi identifico nelle riflessioni e proposte dell’Autore, che sono penetranti e chiare e quindi facili da comprendere, pur nel carattere impegnativo degli argomenti trattati. Mi identifico con esse non soltanto e nemmeno principalmente perché il Cardinale Ratzinger è ora diventato Papa Benedetto XVI (sebbene in tutta la mia vita abbia cercato di accogliere con apertura di spirito le parole dei Papi e abbia trovato in esse ricchezza e gioia), ma semplicemente perché, in quanto persona che si sforza di pensare, condivido la diagnosi che l’Autore propone e le indicazioni che offre per dare risposte valide agli interrogativi del nostro tempo.

Desidero ora ascoltare anch’io il Presidente Pera, di cui ho molto apprezzato l’Introduzione a questo libro.

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ZENIT Staff

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