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Non si ferma la “strage silenziosa” di bambine in India

Secondo The Lancet, ne mancano all’appello circa 12 milioni

di Paul De Maeyer

ROMA, venerdì, 27 maggio 2011 (ZENIT.org).-La tradizionale preferenza per il figlio maschio continua a provocare una vera e propria ecatombe di bambine in India. Dai dati dell’ultimo censimento della popolazione indiana (2011) è emerso infatti che nella fascia d’età 0-6 anni ci sono nel Paese solo 914 bambine per ogni 1.000 maschietti, il rapporto più basso mai registrato dall’indipendenza nel 1947. In cifre assolute, il “deficit” di femminucce rispetto ai maschietti raggiunge oggi in questa fascia di età i 7,1 milioni. Nel censimento 2001 questo divario era di 6 milioni e in quello del 1991 di 4,2 milioni.

Mentre in tempi neppure tanto lontani il fenomeno dell’infanticidio o dell’abbandono di bambine era molto diffuso in alcuni Stati dell’India settentrionale ed occidentale, come il Gujarat, l’Haryana e il Rajastan, oggi prevale la pratica dell’aborto selettivo di feti di sesso femminile, un metodo forse meno clamoroso e senz’altro più silenzioso ma altrettanto efficace, anzi.

Lo conferma una nuova ricerca pubblicata martedì 24 maggio sull’autorevole rivista medica britannica The Lancet e guidata dal professor Prabhat Jha, del Centre for Global Health Research della University of Toronto, in Canada, e dal professor Rajesh Kumar, della PGI School of Public Health, a Chandigarh, cioè la città dell’India settentrionale che funge da capitale per gli Stati del Punjab e dell’Haryana.

Secondo lo studio, basato su un campione di 250.000 nascite, nel corso degli ultimi tre decenni – cioè dal 1980 al 2010 – sono stati “selezionati” e successivamente abortiti in totale dai 4,2 ai 12,1 milioni di feti femminili. I ricercatori hanno calcolato che negli anni ’80 dello scorso secolo l’aborto selettivo ha fatto mancare all’appello dallo 0 ai 2 milioni di bambine indiane. Decisamente più alte e drammatiche sono le stime per gli anni ’90 (dall’1,2 ai 4,1 milioni) e poi per il primo decennio del terzo millennio (dai 3,1 ai 6 milioni).

In base a quanto emerso dallo studio, il fenomeno delle cosiddette “missing girls” – cioè le bambine “mancanti” o “sparite” perché già eliminate nel grembo materno a causa del loro sesso – è molto accentuato tra i secondogeniti di famiglie indiane a cui è nata già una femminuccia. Mentre non c’è una chiara preferenza per un maschietto nella prima gravidanza, la tendenza si profila nettamente in quelle successive. Quando si scopre che il nascituro sarà nuovamente di sesso femminile, la tentazione di ricorrere ad un aborto per eliminare il feto è davvero molto forte.

Il rapporto tra i sessi risulta infatti quasi nella norma per le primogenite femmine. Lo rivelano i dati relativi al periodo 1990-2005: in quel caso la cosiddetta “sex ratio” era di 943 bambine ogni 1.000 maschietti nel 1990 e di 966 femminucce ogni 1.000 maschietti nel 2005. La situazione cambia invece drammaticamente per le secondogenite di coppie con una primogenita femmina. In questo caso il rapporto tra i sessi, che nel 1990 era ancora di 906 bambine ogni 1.000 bambini, è calato nel 2005 a 836 femminucce ogni 1.000 maschietti. Più drastico è il calo tra le coppie con una primogenita e una secondogenita femmina. In questo caso, la “sex ratio” per il terzo figlio era nel 2006 di appena 768 femminucce ogni mille maschietti.

Dalla nuova ricerca emerge un’altra particolarità. Il ricorso all’aborto selettivo di figlie femmine aumenta soprattutto nelle famiglie benestanti e nelle donne con dieci o più anni di educazione. Infatti, nel 1991 la “sex ratio” per i secondogeniti dopo una primagenita femmina era nel 20% più ricco delle famiglie indiane di 850 femminucce ogni mille maschietti e nelle famiglie con madri con una buona educazione di 880 bambine. Oggi invece, questo rapporto tra i sessi è precipitato a poco più di 750 bambine ogni 1.000 maschietti nelle famiglie appartenenti al 20% più ricco della società indiana e appena superiore a 700 nelle famiglie in cui la madre ha almeno 10 anni di educazione. “Poiché è probabile che la proporzione di gente ricca ed educata aumenti in India, siamo preoccupati per le implicazioni di questa tendenza”, ha detto il ricercatore Prabhat Jha (The Hindustan Times, 25 maggio).

Inoltre, il “surplus” di maschietti non si limita più alle regioni occidentali o settentrionali dell’India: è ormai un fenomeno nazionale. Nel 1991, il 10% circa della popolazione indiana era residente in distretti con una “sex ratio” di femminucce al di sotto di 915. Mentre nel 2001 questa proporzione era già salita al 27%, oggi invece più della metà della popolazione – ben il 56% – si trova in questa situazione. 

Un elemento significativo è che una delle metropoli con la “sex ratio” più basso è propria la capitale economica dell’India, cioè Mumbai (o Bombay): 874 femminucce ogni 1.000 maschietti. La capitale invece del “feticidio femminile” – come scrive il Guardian (25 maggio) – è il distretto di Jhajjar, nello Stato di Haryana: 774 bambine ogni mille maschietti. A livello statale, il rapporto è oggi di 830 femminucce, un forte calo rispetto al censimento 2001, quando era ancora 861 ogni mille maschietti. 

La “strage silenziosa” – questa è l’espressione usata dagli autori del rapporto – non solo è emblematica per lo status delle donne nella più grande democrazia del mondo ma anche per il livello di impunità di cui godono soprattutto le famiglie più ricche e una certa classe medica. La spiegazione per il continuo massacro di feti femminili è infatti semplice. Per le famiglie benestanti è molto facile pagare uno specialista disposto a violare la legge e ad effettuare nel suo studio privato un’ecografia per stabilire il sesso del nascituro. Una legge entrata in vigore il 1° gennaio 1996 – la “Pre-natal Diagnostic Techniques (Regulation and Prevention of Misuse) Act” – vieta infatti l’uso di macchine ad ultrasuoni per determinare il sesso del feto. Come sottolinea l’Independent (25 maggio), su circa 800 cause aperte contro medici in 17 Stati dell’Unione Indiana solo 55 si sono concluse con una condanna. 

Gli attivisti, come Sabu George, del Centre for Enquiry into Health and Allied Themes (CEHAT), che ha una lunga esperienza alle spalle in materia, non esitano a puntare il dito contro ciò che chiamano la “potente lobby” (Guardian, 25 maggio) di medici e di compagnie (anche occidentali, come la  statunitense General Electrics) che vendono macchinari (anche quelli portatili) per le ecografie tridimensionali ed alimentano il lucrativo mercato della determinazione del sesso. Come ricorda l’Indipendent, si tratta di un mercato di almeno 100 milioni di dollari l’anno, con circa 40.000 cliniche o studi medici specializzati registrati ufficialmente presso le autorità indiane. Anche compagnie come Yahoo e Google contribuiscono a loro modo al fenomeno dell’aborto selettivo di femminucce: nonostante la legge continuano a fare pubblicità o a sponsorizzare link specializzati. 

Come ha spiegato in un’intervista alla Radio Vaticana (25 maggio) la responsabile dei Programmi Unicef-Italia, Donata Lodi, “il problema degli aborti selettivi, in India, è di vecchia data”. Per arginare il fenomeno “non basta dire ‘no’ agli aborti selettivi o ‘no’ all’infanticidio”. “Bisogna – ha continuato – riuscire ad impostare la cosa in termini di diritti e quindi anche di diritti delle bambine e delle donne, per cambiare un atteggiamento profondamente radicato nelle culture di questa regione del mondo. Sappiamo benissimo per esperienza non solo degli ultimi anni, ma anche del passato, che cambiare questi trend culturali profondi in una società è estremamente difficile”.

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