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Marina Nalesso - Youtube

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Marina Nalesso, la libertà di indossare il crocifisso

Le polemiche intorno alla giornalista Rai, “colpevole” di aver indossato simboli sacri in video, dimostrano l’imparzialità di una certa cultura laica

Una certa cultura laica ha uno strano senso dell’imparzialità. Da un lato non fa altro che decantare la possibilità di esprimersi liberamente da parte di ogni individuo, anche quando tale libertà offende il pudore e la sensibilità altrui; dall’altro è pronta a intervenire con solerzia contro chi osi esprimere la propria appartenenza religiosa.

Eloquente quanto accaduto intorno a Marina Nalesso, conduttrice del Tg1, che si è presentata davanti alle telecamere con al collo un Rosario con croce di San Benedetto e dei ciondoli sacri, tra cui la Medaglia Miracolosa.

Un gesto semplice, che sarebbe stato trascurato dai media fino a pochi anni fa, ma che ha scatenato un putiferio in un clima di secolarismo come l’attuale. Gli occhi maliziosi di diversi telespettatori hanno visto il Rosario e le medaglie appese al collo della Nalesso come una fastidiosa ostentazione, finanche come il tentativo di imporre la propria fede religiosa.

A guidare le truppe di indignati rinfocolatisi sul web è stato Silvio Viale, ginecologo, attivista del Partito Radicale, ex consigliere comunale di Torino. “È il Tg di una tv pubblica e laica, non un Tg vaticano”, ha sbottato su un social network Viale. Che dopo qualche giorno, visto che le sue rimostranze non avevano dissuaso la Nalesso, ha rimarcato: “Anche oggi al Tg1 l’arroganza di un rosario al collo della conduttrice”.

Gli strali di alcuni telespettatori renitenti all’espressione di fede altrui non hanno smosso la giornalista, che contattata da Fanpage ha fatto capire che non intende togliersi di dosso quei simboli, che tiene “per fede e per dare una testimonianza”. A chi le ha chiesto un’intervista più approfondita, ha risposto che “a noi giornalisti Rai non è permesso rilasciare interviste senza l’autorizzazione dell’azienda”.

La vicenda ha anche valicato i confini italiani. Si è occupata del caso l’edizione francese di Russia Today, dimostrando come le accuse alla Nalesso abbiano rappresentato un episodio davvero curioso.

Come curiosa è la tesi di Viale, il quale vieterebbe ai giornalisti della tv pubblica di mostrare simboli cristiani ma, al tempo stesso, consentirebbe di indossare il hijab, il velo islamico. “Il hijab non è religioso, è laico. Tante donne arabe laiche lo indossano per una questione di cultura”, ha dichiarato a Il Populista, suscitando così una certa confusione tra due ambiti, quello culturale e quello religioso.

L’opinione dell’esponente radicale cambia sensibilmente se si parla non di hijab, bensì di burka, il velo che cela integralmente il volto delle donne che lo indossano. “Dipende se si tratta di un’imposizione”, ha affermato, optando per il limbo dell’incertezza.

Ne deriva una domanda: le probabilità che ci si trovi di fronte a un’imposizione crescono in base ai centimetri quadrati di corpo che vengono nascosti? È forse un criterio piuttosto arbitrario per stabilire cosa sia laicamente lecito indossare in tv e cosa non lo sia.

Lo stesso Viale ha voluto ricordare alla Nalesso, sempre attraverso i social network, che lei non è pagata “per dare testimonianza della sua fede”. Non è dato sapere, tuttavia, il motivo per cui la “testimonianza religiosa” provochi un’idiosincrasia maggiore rispetto ad altri tipi di testimonianze.

Non risulta che Viale, né altri esponenti radicali, si siano indignati nel recente passato, quando durante tutta la settimana del Festival di Sanremo diversi artisti hanno sfoggiato davanti alle telecamere i nastrini arcobaleno, simbolo della comunità omosessuale. In pieno dibattito parlamentare sulle unioni civili, non era forse quella un’ingerenza del servizio pubblico? O forse la nuova religione dei “diritti individuali” ha oggi più diritto di cittadinanza del cristianesimo?

Potrebbe giovare chiedere un’opinione al riguardo al popolo, che non è rappresentato unicamente da chi strepita su internet o da chi ricopre cariche politiche. Lo dimostrano le tante attestazioni di solidarietà giunte alla Nalesso. E lo dimostra anche quanto avvenuto anni fa in Gran Bretagna. Dopo polemiche simili a quelle di oggi in Italia, la Bbc lanciò un sondaggio tra i propri telespettatori: possiamo consentire a un dipendente di andare in video mostrando simboli religiosi? Ebbene, la stragrande maggioranza degli intervistati rispose che sì, deve essere consentito. Così la nota emittente non prese provvedimenti contro la giornalista Fiona Bruce, che continua a mostrare il crocifisso davanti a milioni di telespettatori.

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