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L’inflessibile tenerezza di Czeslaw Milosz

di Paolo Pegoraro*

ROMA, martedì, 24 maggio 2011 (ZENIT.org).- Nasceva un secolo fa Czeslaw Milosz, poeta, saggista e premio Nobel per la Letteratura nel 1980. Polacco d’origine ma statunitense di adozione, come già Isaac B. Singer, Milosz aveva chiesto asilo politico in seguito alla definitiva rottura con il partito comunista che manovrava con compatta naturalezza l’intera élite intellettuale del Paese. Le sue successive riflessioni sui meccanismi attraverso i quali il totalitarismo sovietico riusciva subdolamente a infiltrarsi nei cervelli falsificandone i concetti, raccolte nel volume La mente prigioniera (1953), sono a oggi giustamente celebri. Valga a esempio il sobrio brano posto in epigrafe: «Se due litigano e uno ha un buon 55% di ragione, benissimo. E se uno ha il 60% di ragione? È una meraviglia, una grande felicità. E che dire del 75%? I saggi affermano che è molto sospetto. Bene, e il 100%? Uno che dice di avere ragione al 100% è un brigante, è l’ultimo dei farabutti». Nei successivi anni della contestazione, con Lech Walesa alla guida del movimento Solidarnosc, Milosz assurse a simbolo nel proprio Paese nonostante l’esilio, tanto che gli operai trascrivevano le sue poesie ai piedi del monumento dedicato ai 39 lavoratori uccisi dalla polizia del regime durante gli scioperi del ’70.

Ciò nonostante non bisogna credere che il significato politico di Milosz sia stato preponderante nell’assegnazione del Nobel. A riprova, il Milosz più grande non è – almeno a mio vedere – il pur enorme saggista, né il vergatore di squisiti zibaldoni, ma il poeta. In Italia sono stati tradotti parecchi suoi volumi di prosa, ma della produzione poetica rimane in commercio solo l’antologia Poesie (Adelphi 1983), impeccabilmente tradotta da Pietro Marchesani. Altre raccolte, pubblicate in preziosi edizioni numerate, sono finite in mano ai collezionisti, mentre il volume di poesie inedite che pure venne presentato in anteprima mondiale proprio a Roma – da Ryszard Kapuscinsky, poche settimane prima della morte – non fu mai tradotto nel nostro Paese. Iosif Brodskij definì Milosz uno dei maggiori poeti del secolo. E la sua influenza fu effettivamente decisiva: pensiamo solo a Raymond Carver e Wyslawa Szymborska. Sia lo scrittore americano che la poetessa polacca sono stati talvolta presentati come autori “minimali” perché affondano lo sguardo nel piccolo e nel banale. Solo che all’interno vi trovano l’universo. Attraversano il minimalismo per sbucare nel massimalismo. Ed è questa la lezione che entrambi hanno appreso da Milosz, poeta totalmente immerso nei drammi della storia eppure ancora capace di tenerezza per quella quotidianità che non passerà mai alla storia. Szymborska ci dà un significativo ritratto del maestro nelle ultime pagine di Letture facoltative. Il grande poeta, ormai famoso e idolatrato, entra in un ristorante e ordina… una bistecca con patate: ma la sua capacità di gustare e godere anche un piatto così semplice diventa per Szymborska un’icona del suo intero atteggiamento verso la realtà. Carver lo cita numerose volte, ma su tutte ama una sua poesia in particolare, Dono, scritta a Berkeley nel 1971:

Un giorno così felice.

La nebbia si alzò presto, lavoravo in giardino.

I colibrì si posavano sui fiori del quadrifoglio.

Non c’era cosa sulla terra che desiderassi avere.

Non conoscevo nessuno che valesse la pena d’invidiare.

Il male accadutomi, l’avevo dimenticato.

Non mi vergognavo al pensiero di essere stato chi sono.

Nessun dolore nel mio corpo.

Raddrizzandomi, vedevo il mare azzurro e le vele.

Pochi versi, sensazioni tattili, fisiche, visive, sensoriali. La felicità resa percepibile. Un titolo elementare – “dono” – che è una constatazione. Tutto questo è dono, niente è stato fatto per riceverlo, nulla è richiesto in contraccambio. Pura beatitudine. La consonanza spirituale di questi versi con uno degli ultimi componimenti di Carver – Una pacchia – è davvero notevole. Eppure in Milosz c’è anche la tensione brechtiana verso la storia, la necessità di stornare gli occhi dalla bellezza dei meli in fiore per rendere duro lo sguardo da opporre alla dittatura. Sono noti questi versi della sua poesia Prefazione (Cracovia, 1945) anche se non tutti citano la strofa successiva:

Cos’è la poesia che non salva

I popoli né le persone?

Una complicità di menzogne ufficiali,

Una cantilena di ubriachi, a cui fra un attimo verrà tagliata la gola,

Una lettura per signorinette.

Che volevo una buona poesia, senza esserne capace,

Che ho capito, tardi, il suo fine salvifico,

Questo, e solo questo è salvezza.

La tensione tra il bisogno di una giustizia intramondana e la necessità di una salvezza ancora più ampia, capace di salvare l’esistenza dalla propria ineluttabile fragilità, non si spegne mai nei versi di Milosz. Viaggiando con l’immaginazione indietro nei secoli, ammirando «barche di faggio, specchi di metallo levigato, / acquedotti, ponti e cattedrali», contemplando i millenni di glorie e d’infamie nelle quali l’umanità si è avvoltolata, nel cuore di Milosz si raggrumano «amore e rabbia, / schifo, riconoscenza e adorazione». Un conglomerato di sentimenti irrisolti su cui domina una finale nota dolceamara: «C’è molta morte e perciò la tenerezza / per trecce, gonne colorate al vento, / barchette di carta non più durevoli di noi stessi…» (Consigli). Il sentimento della precarietà dell’essere – della farfalla che dura pochi giorni come della piramide che dura pochi secoli – induce a una tenerezza che è laica pietas e allo stesso tempo invocazione di una religiosa salvezza. Riconoscimento di appartenere al tempo e contemporaneo desiderio di sottrarvisi. Umiltà e ribellione. Conclude Milosz nella sua celeberrima Ars poetica? (Berkeley, 1968):

L’utilità della poesia sta nel ricordarci

quanto sia difficile restare la stessa persona,

perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave,

e ospiti invisibili entrano ed escono.

Ciò di cui parlo non è, d’accordo, poesia.

Perché è lecito scrivere versi di rado e controvoglia,

spinti da una costrizione insopportabile e solo con la speranza

che spiriti buoni, non maligni, facciano di noi il loro strumento.

Si può fare poesia con ciò che non è poesia? Ma cosa non è poesia? Proprio l’apparente impoeticità – tratto poi comune tanto a Carver come a Szymborska – sarà la caratteristica capace di riavvicinare il lettore comune alla poesia, riconciliando vita e letteratura attraverso versi scritti «di rado e controvoglia». Perché nell’uomo abitano non solo viscere, ma pure spiriti. Così come lo abitano gesti del passato e del futuro. Infinite possibilità che si rincorrono e rinnovano da secoli. L’irrisoluta precarietà che abita nell’uomo non è destinata a spegnersi nella cenere, ma a cercare costantemente quel «compimento» di cui l’arte – e tutte le opere dell’uomo – non sono che una approssimazione, come scrive Milosz nell’inedita Cieli. Ma è con un’altra poesia che voglio concludere: Tarda maturità, una delle ultimissime composizioni dell’autore che speriamo – in occasione di questo anniversario – di vedere presto raccolta in volume:

Non subito

perché solo attorno ai novanta

si è aperta dentro di me la porta

e sono entrato nella chiarezza del mattino.

Sentivo allontanarsi da me una dopo l’altra

come fossero ladri le mie vite anteriori

con il loro tormento. Apparivano,

concessi al mio cesello, paesi, città, giardini,

golfi di mare, per venire descritti

meglio di tutti. Non ero

separato dagli uomini, ci univano

rimpianto e pietà, e dicevo:

Abbiamo dimenticato che siamo tutti

figli di un re, poiché veniamo da dove ancora

non c’era divisione tra il sì e il no,

né divisione tra c’è, ci sarà, c’è stato.

Siamo scontenti e facciamo uso

cento volte di meno del dono

che abbiamo ricevuto per il nostro lungo

viaggio. Atti di ieri e di secoli fa

– il colpo di una spada, il dipingerci

le ciglia davanti a uno specchio di lucido

metallo, lo spago mortale di un moschetto,

lo schianto di una caravella sugli scogli –

abitano dentro di noi e aspettano

il loro compimento. Ho sempre

saputo che sarei stato il lavoratore

di una vigna così come tutti gli uomini

che vivono il mio tempo, consapevoli

di ciò oppure inconsapevoli.

[Traduzione di Giovanni Panfilio]

———–

*Paolo Pegoraro (Vicenza, 1977) si è laureato in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e in Letterature comparate presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Collabora da anni alle pagine culturali di numerose riviste, tra cui L’Osservatore Romano, La Civiltà Cattolica e Famiglia Cristiana.

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