Dona Adesso
Seaside in Venezuela

Wikimedia Commons

L’idea del mare nella poesia italiana del ‘900

Montale, Saba, Caproni, Ungaretti: quando l’elemento acqua tocca le corde dell’anima

“Il mare è un antico idioma che non riesco a decifrare”, scriveva Jorge Luis Borges, il grande scrittore argentino. L’Argentina si affaccia sull’oceano per buona parte della sua estensione ed è quindi normale che il mare sia nel dna della sua gente. Così per l’Italia. Basta osservare una carta geografica per comprendere come la Penisola e il mare siano uniti da un legame indissolubile. Da tempi immemorabili il Mediterraneo è stato un ponte proteso fra i continenti; la via di comunicazione che ha favorito l’incontro fra popoli diversi. Ne troviamo una traccia nell’Odissea di Omero, millecinquecento anni prima di Cristo.

Molto più tardi, verso la fine del primo millennio, sorsero in Italia le grandi Repubbliche marinare che segnarono il passaggio fra il mondo antico e quello moderno. Amalfi, Pisa, Genova, Venezia dominarono sui mari dell’antichità fino a spingersi sulla via d’Oriente. Con i traffici e le merci esportarono anche la nostra lingua e la nostra cultura. E sempre attraverso il mare, viaggiarono gli eserciti per le guerre di conquista…

Durante il Rinascimento, volendo emulare l’esempio di Venezia, anche altri Stati della Penisola puntarono ad avere uno sbocco sul mare. A metà del Cinquecento, Cosimo de’ Medici, divenuto granduca, volle modernizzare il porto di Livorno facendone uno scalo internazionale. Una supremazia commerciale e culturale che si trasmise anche alla diffusione del linguaggio, al punto che molti termini marinari furono mutuati dalla lingua italiana e sono, a tutt’oggi, ancora in uso.

E naturalmente il mare è stato anche una fonte d’ispirazione per la letteratura e la poesia. Nasce così il mito dell’Italia, terra di poeti di artisti di eroi di santi di pensatori di scienziati di navigatori di trasmigratori, come recita la scritta scolpita sulla facciata del Palazzo della Civiltà Italiana nel quartiere romano dell’EUR. Ma al di là dell’evidente tono retorico di questa pur celebre scritta, risponde al vero che il mare ha forgiato il nostro dna di popolo e di nazione.

Nell’ambito della poesia italiana, con particolare riguardo al ‘900 letterario, il mare non costituisce, in genere, un autonomo “oggetto” poetico ma piuttosto il tramite per una metafora, per una rappresentazione allegorica dell’esistenza umana, con i suoi turbamenti, i suoi dubbi, la sua spasmodica ricerca di verità che si riflette nel libro della natura e trova voce negli interrogativi d’ordine filosofico e religioso.

Per presentare ai lettori questa ricorrente poetica, abbiamo scelto quattro celebri autori del ‘900 nati e vissuti in città di mare: Eugenio Montale (Genova), Umberto Saba (Trieste), Giorgio Caproni (Livorno), Giuseppe Ungaretti (Alessandria d’Egitto). Tutti ugualmente – e diversamente – sensibili ai richiami e alle seduzioni dell’elemento acquoreo.

MAESTRALE

di Eugenio Montale

S’è rifatta la calma

nell’aria: tra gli scogli parlotta la maretta.

Sulla costa quietata, nei broli, qualche palma

a pena svetta.

Una carezza disfiora

la linea del mare e la scompiglia

un attimo, soffio lieve che vi s’infrange e ancora

il cammino ripiglia.

Lameggia nella chiaria

la vasta distesa, s’increspa, indi si spiana beata

e specchia nel suo cuore vasto codesta povera mia vita turbata.

O mio tronco che additi

in questa ebrietudine tarda,

ogni rinato aspetto coi germogli fioriti

sulle tue mani, guarda:

sotto l’azzurro fìtto

del cielo qualche uccello di mare se ne va;

né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:

“più in là”!

(da: Ossi di seppia, 1925)

***

IN RIVA AL MARE

di Umberto Saba

Eran le sei del pomeriggio, un giorno

chiaro festivo. Dietro al Faro, in quelle

parti ove s’ode beatamente il suono

d’una squilla, la voce d’un fanciullo

che gioca in pace intorno alle carcasse

di vecchie navi, presso all’ampio mare

solo seduto; io giunsi, se non erro,

a un culmine del mio dolore umano.

Tra i sassi che prendevo per lanciare

nell’onda (ed una galleggiante trave

era il bersaglio) un coccio ho rinvenuto,

utile forma nella cucinetta,

con le finestre aperte al sole e al verde

della collina. E fino a questo un uomo

può assomigliarsi, angosciosamente.

Passò una barca con la vela gialla,

che di giallo tingeva il mare sotto;

e il silenzio era estremo. lo della morte

non desiderio provai, ma vergogna

di non averla ancora unica eletta,

d’amare più di lei io qualche cosa

che sulla superficie della terra

si muove, e illude col soave viso.

(da: Canzoniere, 1922)

***

TRISTE RIVA

di Giorgio Caproni

Sul verderame rugoso

del mare, la procellaria

esclama con brevi grida

la burrasca lontana.

lo a riva, anzi sul labbro

renoso ove schiuma

salina bava, solo

contemplo e comprendo intanto

il gusto della sua saliva.

(da: Ballo a Fontanigorda, 1938)

***

ALLEGRIA DI NAUFRAGI

di Giuseppe Ungaretti

E subito riprende

il viaggio

come
dopo il naufragio

un superstite

lupo di mare

(da: Allegria di naufragi, 1919)

***

I poeti interessati a pubblicare le loro opere nella rubrica di poesia di ZENIT, possono inviare i testi all’indirizzo email: poesia@zenit.org

I testi dovranno essere accompagnati dai dati personali dell’autore (nome, cognome, data di nascita, città di residenza) e da una breve nota biografica.

Le opere da pubblicare saranno scelte a cura della Redazione, privilegiando la qualità espressiva e la coerenza con la linea editoriale della testata.

Inviando le loro opere alla Redazione di Zenit, gli autori acconsentono implicitamente alla pubblicazione sulla testata senza nulla a pretendere a titolo di diritto d’autore.

Qualora i componimenti poetici fossero troppo lunghi per l’integrale pubblicazione, ZENIT si riserva di pubblicarne un estratto.

 

About Massimo Nardi

Share this Entry

Sostieni ZENIT

Se questo articolo ti è piaciuto puoi aiutare ZENIT a crescere con una donazione