ROMA, martedì, 8 maggio 2012 (ZENIT.org).– "Non è umanamente accettabile che nel Congo orientale, da anni e anni, la vita delle persone continui a essere distrutta in questo modo. La comunità internazionale dovrebbe impegnarsi una volta per tutte perché questa regione diventi sicura, finalmente libera dai vari gruppi armati che, interessati alle numerose risorse naturali di cui è ricco il territorio, impediscono a popolazioni innocenti di vivere in pace".

Così Tony Calleja SJ, direttore regionale del JRS Grandi Laghi, si esprime sulla grave crisi umanitaria scoppiata in questi giorni nel Nord Kivu, in seguito ai violenti combattimenti tra le FARDC (Forze armate della Repubblica Democratica del Congo) e un nutrito gruppo di disertori dell'esercito fedeli al generale Bosco Ntaganda - figura contro la quale la Corte Penale Internazionale ha spiccato un mandato d'arresto per crimini contro l'umanità e reclutamento di bambini soldato.

Da domenica 29 aprile sono almeno ventimila le persone fuggite dai loro villaggi per dirigersi a Goma, il capoluogo del Nord Kivu. E altre 3.500 hanno già varcato i confini del vicino Ruanda.

"Ma i numeri della crisi sono sicuramente ben più alti. Abbiamo motivo di pensare che almeno altre trentamila persone stiano cercando rifugio nelle zone interne della provincia congolese – prosegue Calleja. Oltre a chiedere un deciso intervento a lungo termine della comunità internazionale, per quanto riguarda l'emergenza in corso speriamo che l'esercito congolese riesca quanto prima a riprendere il controllo della situazione affinché queste migliaia di uomini, donne e bambini possano tornare nel luogo in cui hanno diritto di vivere: a casa propria". 

Tra le cause determinanti la fuga della popolazione del Nord Kivu vi sono soprattutto le irruzioni violente nei villaggi da parte dei vari gruppi armati locali e stranieri che si stanno rendendo autori delle più gravi violazioni dei diritti umani, tra cui stupri di donne e ragazze ed espropriazione di terre e di tutti i beni degli abitanti locali. Situazione, peraltro, denunciata anche dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha intimato ai ribelli di deporre immediatamente le armi come condizione necessaria a ristabilire la sicurezza.

"Migliaia di sfollati sono arrivati a Goma nei giorni scorsi - riferisce da Goma Romeo Cagatin s.v.d., direttore del JRS nel Congo. Di questi, ben 7 mila hanno trovato rifugio nel campo di Mugonga III, allestito in seguito alla crisi del 2008 e che ancora oggi ospita persone vulnerabili. Molti, poi, si sono rifugiati presso famiglie locali che li accolgono, come pure in una chiesa protestante e all'interno di una scuola nei dintorni. I bisogni umanitari sono ingenti, soprattutto in termini di acqua, condizioni igieniche, cibo e altri beni di prima necessità".

"Noi del JRS ci stiamo per il momento concentrando su quanti hanno trovato riparo nella chiesa, valutando la possibilità di intervenire quanto prima attraverso la distribuzione di cibo e altri beni di prima necessità. Tuttavia, il fatto che sia stata riaperta la strada verso Masisi lascia ben sperare in un miglioramento della situazione nei prossimi giorni".

Nonostante dal 2003 la guerra nel Congo sia ufficialmente conclusa, il Nord Kivu non ha mai cessato di essere martoriato da scontri tra differenti gruppi ribelli o tra questi e l'esercito regolare congolese. A inizio 2012, vi si contavano oltre due milioni di sfollati, di cui più di mezzo milione solamente nel Nord Kivu.

Il JRS nella Repubblica Democratica del Congo

Attualmente, il JRS è presente sul territorio dentro e fuori i campi sfollati di Masisi e Mweso con tre grandi tipologie di progetti: istruzione per i ragazzi della scuola secondaria, educazione informale per rafforzare le capacità di donne e ragazze, e assistenza agli individui più vulnerabili, come anziani, malati, orfani, vedove, donne incinte.

Il JRS ha inoltre approntato un programma di assistenza d'urgenza per rispondere ai movimenti di popolazione improvvisi. Gli interventi riguardano in particolare l'offerta di servizi scolastici ai bambini della scuola elementare, per evitare che perdano l'anno scolastico a causa della fuga, e la distribuzione di cibo e beni di prima necessità.

Il JRS nel mondo

In tutto il mondo, il JRS opera in oltre 50 Paesi. Il suo staff, di circa 1.400 persone tra laici, gesuiti e altri religiosi, risponde ai bisogni, soprattutto educativi, sanitari e sociali, di 650.000 rifugiati e sfollati interni, metà dei quali sono donne. I servizi vengono assicurati ai rifugiati senza distinzioni di razza, origine etnica o religione.

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