Si è spento mons. Mazzolari, difensore del popolo sud sudanese

Per trent’anni in Sudan, è stato un instancabile testimone del Vangelo

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di Paul De Maeyer

ROMA, domenica, 17 luglio 2011 (ZENIT.org).- Monsignor Cesare Mazzolari, vescovo della diocesi di Rumbek, è morto verso le ore 8 della mattina di sabato 16 luglio presso l’Ospedale Statale di Rumbek, capoluogo dello Stato sud sudanese dei Laghi. Secondo quanto riferito dalle agenzie, fra cui il Catholic Information Service for Africa (CISA), mons. Mazzolari, della congregazione dei comboniani (MCCJ o Missionari Comboniani del Cuore di Gesù), stava concelebrando la Messa, quando all’inizio della consacrazione non si è sentito bene e si è accasciato su una sedia, portando una mano al petto.

Il presule è stato portato con l’aiuto di alcuni sacerdoti, suore e fedeli che stavano assistendo alla Messa, in sacrestia e poi nella sua stanza, dove è stato visitato da un medico. Trasferito all’ospedale di Rumbek, non c’è stato più nulla da fare per il vescovo settantaquattrenne: i medici hanno solo potuto constatare il suo decesso.

La morte del vescovo è avvenuta appena una settimana dopo la solenne cerimonia di proclamazione dell’indipendenza del Sud Sudan, alla quale aveva partecipato attivamente. “Sembra quasi che lui abbia aspettato proprio fino all’ultimo per andarsene: ha aspettato che il Sud Sudan diventasse indipendente”, ha raccontato un suo confratello, padre Giulio Albanese, ai microfoni della Radio Vaticana (16 luglio). “Credo che quella festa lui l’abbia davvero celebrato nella fede, nella consapevolezza che in una maniera o nell’altra il bene prende sempre e comunque il sopravvento sul male”, ha continuato il religioso comboniano.

Nato il 9 febbraio del 1937 a Brescia, Cesare Mazzolari era entrato ancora ragazzo nel seminario dei comboniani, perché voleva assolutamente diventare missionario. “Non ho mai pensato di fare altro. A 8 anni ero chierichetto nel santuario del Sacro Cuore a Brescia, retto dai padri comboniani. A 9 sono andato a visitare il loro seminario di Crema. A 10 ci sono entrato”, aveva detto al giornalista Stefano Lorenzetto in un’intervista pubblicata il 23 maggio del 2004 sul quotidiano Il Giornale.

Ordinato il 17 marzo 1962, il nuovo sacerdote viene inviato negli USA, dove è stato attivo per anni a Cincinnati, nell’Ohio, tra i neri e i messicani che lavoravano nelle miniere. Quasi vent’anni dopo, cioè nel 1981, cambia continente ed viene mandato in Sudan, prima nella diocesi di Tombura-Yambio e poi nell’arcidiocesi di Juba. Nel 1990 viene nominato amministratore apostolico della diocesi di Rumbek, dov’è rimasto fino alla sua morte.

In Sudan, mons. Mazzolari ha sperimentato sulla propria pelle le conseguenze della seconda fase della lunga e drammatica guerra civile sudanese (1983-2005), terminata il 9 gennaio del 2005 nella capitale del Kenya, Nairobi, con la firma dell’Accordo Comprensivo di Pace (CPA). Dopo aver riaperto nel 1991 la missione di Yirol – “la prima di una lunga serie”, come ricordano le fonti -, l’allora amministratore apostolico viene nel 1994 catturato e tenuto in ostaggio per 24 ore dai ribelli del movimento indipendentista dell’Esercito Sudanese di Liberazione Popolare/SPLA). Il 6 gennaio del 1999, mons. Mazzolari ha ricevuto l’ordinazione episcopale dalle mani di Papa Giovanni Paolo II. Come stemma, il nuovo vescovo aveva coniato il motto “Per reconciliationem et crucem ad unitatem et pacem” (Attraverso la riconciliazione e la croce alla pace e all’unità).

Con la morte del vescovo di Rumbek, la Chiesa cattolica africana ha perso una delle sue figure di spicco. “Un uomo di frontiera”, così lo ha definito padre Albanese. “Aveva una grande empatia nei confronti della gente, nel senso che riusciva a cogliere i loro problemi, le loro istanze. Davvero è il caso di dirlo: ha dato voce a chi non ha voce e si è speso fino all’ultimo”, ha raccontato il sacerdote alla Radio Vaticana. “Era provato – ormai era come una candela che pian piano si stava consumando – ma ce l’ha messa tutta e ha aspettato che il suo Sudan, il Sud Sudan diventasse indipendente. Ha aspettato che quelle che erano le istanze di democrazia, di partecipazione da parte anche di quella società civile, fossero davvero rispettate”.

L’ultimo grande progetto lanciato da mons. Mazzolari, che ha lottato senza sosta per migliorare la situazione della sua gente e per denunciare le atrocità commesse dal regime sudanese durante la guerra, era la costruzione del primo centro di formazione per insegnanti del Sud Sudan, a Cuiebet, la cui prima ala verrà inaugurata il 10 ottobre prossimo. “Ora più che mai abbiamo bisogno di formare la classe dirigente del futuro, affinché l’autodeterminazione del popolo sud sudanese sia piena e matura, nel segno della speranza e di un fondamentale recupero dell’identità”, aveva dichiarato il 30 maggio scorso in occasione della presentazione di una sua biografia scritta dal giornalista Lorenzo Fazzini e pubblicata sotto il titolo “Un Vangelo per l’Africa. Cesare Mazzolari, vescovo di una Chiesa crocifissa”. “Come chiesa – aveva continuato il presule -, abbiamo ancora oggi una grande responsabilità nella costruzione del nuovo Stato. Soprattutto, dobbiamo insegnare l’arte paziente del dialogo, della comunicazione e della riconciliazione per mettere le basi di una nuova nazione”.

Noto anche per aver ridonato la libertà a 150 schiavi – una coraggiosa iniziativa che non ha voluto continuare perché si era accorto che poteva diventare un circolo vizioso -, mons. Mazzolari “non era assolutamente un buonista, ma era una persona che aveva anche la capacità di saper leggere la realtà con molto realismo”, come ha sottolineato padre Albanese nella sua intervista con la Radio Vaticana.

Sin dall’inizio, il vescovo di Rumbek si era dimostrato molto critico nei confronti della guerra contro il terrorismo lanciata dagli USA dopo gli attentati dell’11 settembre del 2001 a New York. “I sudanesi vivono un 11 settembre quotidiano eppure sui vostri giornali non v’è traccio di questo martirio. Perché? Subiscono le ingiustizie e le malattie senza astio”, così disse nel 2004 nella sua intervista a Stefano Lorenzetto. “Le tremila vittime delle Torri Gemelle le vedo ogni giorno nei volti di chi viene a chiedermi cibo e non lo trova”.

In tutti questi anni, mons. Mazzolari non ha smesso di richiamare l’attenzione sui rischi legati all’immigrazione di musulmani verso l’Europa. “Ovunque s’insediano, prima o poi diventano una forza politica egemone. Gli italiani intendono l’accoglienza da bonaccioni. Presto si accorgeranno che i musulmani hanno abusato di questa bontà, facendo arrivare un numero di persone dieci volte più alto di quello che gli era stato concesso. Sono molto più furbi di noi. A me buttano giù le scuole e voi gli spalancate le porte delle chiese”, aveva detto il presule sempre nel 2004.

Secondo Mazzolari, non ha alcun senso esportare il sistema occidentale in società agropastorali dominate dall’islam, che non fanno alcuna distinzione fra politica e religione. “E’ da ignoranti”, aveva avvertito nella stessa intervista. “Gli islamici basano le loro decisioni solo ed esclusivamente sulla umma. I diritti dell’individuo non sanno neppure che cosa siano. E’ assurdo pretendere di inculcargli il primo emendamento della Costituzione americana, nel quale è previsto che il Congresso non potrà fare alcuna legge per proibire il libero culto, o per limitare la libertà di parola o di stampa. Non lo capiscono proprio”.

Monsignor Mazzolari, le cui esequie saranno celebrate giovedì 21 luglio nella sua Rumbek, sarà sepolto nella cattedrale locale. “La mia patria è il Sudan. Ho promesso ai miei fedeli che non li abbandonerò neanche da morto. Loro sanno già dove mi devono seppellire”, aveva spiegato con assoluta certezza sempre nel 2004.

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ZENIT Staff

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