Il “Cortile dei Gentili” e la Dottrina sociale della Chiesa

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di mons. Giampaolo Crepaldi*

ROMA giovedì, 21 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ci ha ormai abituato ad aspettarci delle riflessioni molto rilevanti dai suoi Discorsi annuali alla Curia Romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi. Anche quest’anno il papa non ha deluso le attese e prendendo spunto dai suoi tre viaggi in Africa, in Terra Santa e nella Repubblica Céca, ha parlato del “Cortile dei gentili”.

Cos’era questo “Cortile”? Secondo il profeta Isaia, il tempio doveva essere un luogo di preghiera per tutti i popoli (“Il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli”). Isaia annuncia il Dio vero ed unico (“Io sono il primo e io l’ultimo, fuori di me non vi sono altri dei”) non idoli fabbricati dagli uomini creati apposta per rassicurare dalle paure (“Chi fabbrica un Dio o fonde un idolo senza cercarne vantaggi?”).

Il Cortile dei Gentili era lo spazio del tempio ove avevano accesso tutti i popoli, e non solo gli Israeliti, per pregare il Dio a loro ancora sconosciuto anche se non potevano accedere  all’interno del tempio e celebrare quindi pienamente il mistero. Gesù aveva cacciato di là i cambiavalute e i venditori di colombe, rovesciandone i tavoli come racconta il Vangelo.

Qual è lo status religioso di questi “Gentili”? Sono coloro, dice il papa, che sono scontenti dei loro déi, riti e miti perché si rendono conto che da essi non può derivare nessuna vera salvezza in quanto produzione di mani d’uomo. Anche se essi non lo conoscono, sono in attesa del Dio unico, vero e grande, il Dio che è verità e amore e desiderano pregarlo. Sono tutte quelle persone che sentono come l’irreligiosità del loro tempo non li ha liberati ma ha condotto a nuovi miti in apparenza liberatori ma non veramente liberanti.  Essi  non conoscono il vero Dio, però se trovassero un aggancio vi si appiglierebbero. Oggi i Gentili sono coloro per i quali “la religione è una cosa estranea” eppure non vogliono rimanere semplicemente senza Dio, mentre sono stanchi e forse nauseati dagli dèi che l’irreligiosità ha posto (o imposto) loro davanti.

A quei tempi i Gentili erano i ”popoli” diversi da Israele, in seguito divennero i popoli che non avevano ancora conosciuto il cristianesimo, e oggi? Sono coloro, dice il papa, che sono scontenti dei loro déi, riti e miti perché si rendono conto che da essi non può derivare nessuna vera salvezza in quanto produzione di mani d’uomo. Anche se essi non lo conoscono, sono in attesa del Dio unico, vero e grande, il Dio che è verità e amore e desiderano pregarlo. Sono tutte quelle persone che sentono come l’irreligiosità del nostro tempo ha condotto a nuovi miti in apparenza liberatori ma non veramente liberanti. Essi non conoscono il vero Dio, però se trovassero un aggancio vi si appiglierebbero. Oggi i Gentili sono coloro per i quali “la religione è una cosa estranea” eppure non vogliono rimanere semplicemente senza Dio, mentre sono stanchi e forse nauseati dagli dèi che l’irreligiosità ha posto (o imposto) loro davanti.

Il papa chiede che anche oggi si creino dei “Cortili dei Gentili” per permettere a costoro di avvicinare Dio “almeno come Sconosciuto”. La proposta è indubbiamente nuova e delinea orizzonti molto vasti di azione e dialogo con i non credenti. Per meglio comprendere le indicazioni del papa mi permetto di fare tre osservazioni. Prima di tutto la constatazione che nell’irreligiosità moderna l’uomo è di nuovo consegnato – come i Gentili ai tempi di Israele – ai miti e agli idoli; nuovi miti e nuovi idoli, molto secolarizzati ma ugualmente irrazionali e consistenti in assicurazioni contro le nostre paure. C’è qui un giudizio molto pesante sulla irreligiosità odierna, quasi la decretazione di un suo fallimento: nata per  liberare l’uomo dal mito religioso è ricaduta in versioni più scialbe ma non meno potenti di mito. Tutta la dignità della irreligiosità odierna sembra essere vista nella tensione carsica verso il Dio Sconosciuto. Ripercorrendo i discorsi di Ratzinger è facile elencare questi nuovi miti: l’ecologismo, il vitalismo, lo scientismo, il materialismo, lo psicologismo, lo sviluppismo, il terzomondismo, il pauperismo, l’ideologia del gender, l’ideologia della diversità, l’economicismo,  l’inclusivismo, il narcisismo e tutte le forme di riduzionismo.

In secondo luogo c’è l’invito a dialogare non in un ambito neutro o imparziale rispetto alla proposta del Dio cristiano. Il Cortile dei Gentili, infatti, non era fuori del tempio, ma dentro. Non era un luogo profano ma già sacro. E’ un luogo non ancora confessionale, non ancora liturgico, non ancora ecclesiastico, ma è un luogo religioso. Ratzinger non propone discussioni con i non credenti di tipo solo filosofico, accademico, tavole rotonde in cattedrale e così via; dice che i nuovi Gentili vorrebbero pregarlo ed adorarlo anche come “Sconosciuto”. Chiede quindi una proposta di fede e di religione.

Da ultimo, nella proposta del Cortile dei Gentili si vede l’idea ratzingeriana che il Dio di Gesù Cristo sia risposta alle profonde attese umane e come tale, secondo lui, dovrebbe essere proposto. La proposta di fede e di religione è perciò anche una proposta di ragione. Il percorso però non è mai dalla ragione alla fede, ma dalla fede alla ragione. Questa la principale novità della proposta del “Cortile dei Gentili”. 

Credo che in questo grande disegno un ruolo molto importante possa essere giocato dalla Dottrina sociale della Chiesa, la quale si colloca nel punto di incontro tra la ragione e la fede, vale a dire nel punto in cui il Cortile dei Gentili lambisce l’interno del tempio. La Dottrina sociale della Chiesa è essa stessa una specie di “Cortile dei Gentili” in quanto parla a tutti gli uomini, anche a coloro cui  Dio è sconosciuto. Essa parla di Dio parlando dell’uomo e della comunità degli uomini.

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*Mons. Giampaolo Crepaldi è Arcivescovo di Trieste e Presidente dell’Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuân” sulla dottrina sociale della Chiesa

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ZENIT Staff

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