In Sri Lanka le mine minacciano il ritorno degli sfollati tamil

L’Arcivescovo Ranjith chiede aiuto alla comunità internazionale

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ROMA, martedì, 1° dicembre 2009 (ZENIT.org).- Nello Sri Lanka, i tamil che ritornano dai campi di sfollati dove avevano trovato rifugio durante il conflitto tra i ribelli e l’esercito governativo rischiano di restare gravemente feriti o di morire se non si procederà allo sminamento del territorio.

Lo ha sottolineato l’Arcivescovo di Colombo, Malcolm Ranjith, chiedendo alla comunità internazionale di fornire sostegno per sminare un’area vicina al Passo dell’Elefante, nel nord del Paese, che sarebbe piena di ordigni inesplosi.

Il presule ha commentato con l’associazione cattolica internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) la difficile situazione dopo che il Governo dello Sri Lanka ha annunciato questo martedì l’imminente uscita degli ultimi 136.000 tamil dai campi di sfollati, descritti come squallidi e sovraffollati.

I campi gestiti dal Governo hanno accolto 300.000 rifugiati nel momento di massima crisi, dopo la campagna militare di successo dell’amministrazione di Colombo contro le Tigri per la Liberazione della Patria Tamil (LTTE), nella primavera scorsa.

Secondo l’Arcivescovo, “la comunità internazionale dovrebbe aiutare lo Sri Lanka a sminare l’area il prima possibile e a contribuire alla ricostruzione delle infrastrutture, a riparare le ferrovie e a far sì che le cose tornino alla normalità”.

Allo stesso modo, ha chiesto che i tamil abbiano una voce politica: “Attraverso la politica locale, dovrebbero poter rappresentare le proprie zone. Forse il Governo dovrebbe dar loro più di un semplice consiglio provinciale”.

Il presule ha anche chiesto aiuto per la riabilitazione degli almeno 10.000 bambini soldato e di altri giovani reclutati dalle Tigri Tamil, che hanno bisogno di essere “guariti”. “Si cerca di farli tornare alla vita normale, ma richiederà del tempo”, ha riconosciuto.

Se lo Sri Lanka vuole andare avanti superando “un periodo buio della sua storia”, ha aggiunto, sia la maggioranza cingalese che i tamil devono accettare il fatto che durante il conflitto, che risale al 1983, siano stati commessi gravi errori da entrambe le parti.

Il ruolo delle religioni

Secondo l’Arcivescovo Ranjith, tutti i leader religiosi dovrebbero unirsi per condannare la violenza e lavorare per la pace.

“Ciò che devono fare è incoraggiare il Governo dello Sri Lanka a risolvere le cose con una soluzione politica – ha dichiarato –. Non possiamo tornare alla violenza”.

“Per creare un nuovo Sri Lanka, tutti i leader religiosi devono far sì che la gente viva i propri valori religiosi nel modo più nobile possibile. Se la gente avesse creduto nella propria religione come dovrebbe, non avremmo mai avuto tanta violenza e tanta distruzione”.

Per l’Arcivescovo, infatti, la guerra avrebbe potuto essere evitata se sia i cingalesi che i tamil avessero rifiutato di permettere l’avanzata di forze radicali nelle proprie comunità.

“La Chiesa ha cercato di unire le due parti, ma non ci hanno ascoltato”, ha concluso.

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ZENIT Staff

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