Una Chiesa che non conosce frontiere: le risposte pastorali alle migrazioni

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di Chiara Santomiero

CITTA’ DEL VATICANO, martedì, 10 novembre 2009 (ZENIT.org).- Giovani rifugiati, giovani vittime della tratta, minori non accompagnati, giovani che si ricongiungono alle famiglie, giovani di cosiddetta “seconda” o “terza” generazione, giovani figli di coppie miste: sono le tante declinazioni dell’espressione “giovani migranti e rifugiati” di cui si è parlato martedì al VI Congresso mondiale della pastorale per i migranti e i rifugiati in svolgimento in Vaticano sul tema: “Una risposta pastorale al fenomeno migratorio nell’era della globalizzazione. A cinque anni dalla Erga migrantes caritas Christi”.

Giovani, anche, che fanno parte dell’insieme della popolazione giovane dei paesi di accoglienza e ne condividono le aspirazioni e i sentimenti della stessa età, compreso – nell’Europa secolarizzata – il senso di distanza dalla Chiesa e dalla esperienza religiosa dei genitori. Come rapportarsi a loro?

“La pastorale giovanile fra i migranti – ha affermato padre Gabriele Parolin, superiore regionale dei Missionari scalabriniani di Europa ed Africa – è stata negli anni passati molto vitale soprattutto nelle missioni etnico-linguistiche di alcune nazioni europee dove è più alta la presenza di migranti”.

Hanno avuto, invece, meno successo, i tentativi di creare un gruppo unico tra giovani migranti e coetanei locali. “Al problema già notevole di gestire la propria origine valutata come straniera – ha spiegato Parolin – si aggiungono ulteriori difficoltà nell’individuare la propria identità e nel convivere con culture molto distanti tra loro”.

Missioni linguistiche in Germania e Svizzera, un coordinamento nazionale per i giovani migranti all’interno del Servizio nazionale per la pastorale dei migranti in Francia, nato in seguito alla Giornata Mondiale della Gioventù di Parigi del 1997, delegazioni per le migrazioni in quasi tutte le diocesi spagnole, esperienze di sensibilizzazione seppure in mancanza di una pastorale organica per i giovani migranti in Italia e Portogallo, paesi accomunati da “un passato di emigrazione eccezionale ed un presente di immigrazione”: è sempre maggiore la consapevolezza che “i giovani migranti rappresentano una risorsa provvidenziale per la Chiesa in Europa, una ricchezza allo stato grezzo da far emergere con pazienza, intelligenza e zelo apostolico”.

“Gli organismi di pastorale giovanile nelle diocesi e nelle nazioni europee – ha aggiunto Parolin – sono chiamati a superare l’ambito del proprio gruppo nazionale per aprirsi alla realtà giovanile plurietnica”, formando “nuove figure di operatori, capaci di confrontarsi con la diversità culturale dei giovani presenti nel territorio” e approntando “nuovi sussidi catechetici e pastorali diversi da quelli attuali tutti in chiave mono etnica”.


MESSICO E STATI UNITI

Una Chiesa oltre le frontiere e le differenze, secondo la sua vocazione alla universalità. E’ l’esperienza delle Chiese di Messico e Stati Uniti, unite nella cooperazione a favore dei migranti, lungo una fascia di frontiera che si estende per oltre 3 mila chilometri e interessa 10 Stati.

“In ognuno di essi – ha raccontato mons. Renato Ascencio León, vescovo di Ciudad Juárez, in Messico – si realizza un accompagnamento pastorale più stretto, giacché è lì che, in special modo, si vive la lotta quotidiana di coloro che cercano di entrare negli Stati Uniti e da dove altri sono rimpatriati in Messico con le speranze infrante”.

“Solo nel 2008 – ha affermato León – sono state deportate in Messico dagli Stati Uniti 559.453 persone e il Dipartimento per la sicurezza interna degli Stati Uniti stima che fino al 2008 il numero di migranti senza documenti residenti nel paese era di 7 milioni, cioè 6 migranti su 10 sono irregolari”.

Molte le iniziative di assistenza che coinvolgono sacerdoti, religiosi e laici: dalla campagna per la prevenzione dei rischi e delle morti nel transito di illegali per il deserto dell’Arizona, realizzata su entrambi i lati della frontiera, alle Case del migrante dove questi possono trovare servizi basilari di assistenza e sostegno spirituale; dai centri di orientamento, consulenza migratoria e difesa legale contro le violazioni dei diritti umani ai programmi specifici per figli di migranti, attenzione alle famiglie in crisi e creazione di posti di lavoro per fornire alternative alla migrazione.

“I migranti che cercano cammini di speranza e di vita – ha concluso León – esigono dai loro pastori che siano in comunione fraterna e impegnata per una risposta solidale nei loro confronti”.


EUROPA E AFRICA

E’ l’appello cui risponde anche il progetto portato avanti dal Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) e dal Simposio delle Conferenze episcopali d’Africa e Madagascar (Secam), in collaborazione con il Pontifcio Consiglio per migranti e itineranti, focalizzato su questioni legate alla mobilità umana.

Con una prospettiva nuova: “non partire dai problemi di uno dei continenti – ha spiegato mons. Aldo Giordano, osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio di Europa, che ha visto il progetto nel suo nascere – ma partire dalla comune responsabilità dei vescovi per tutta la Chiesa cattolica”.

“Europa e Africa – ha aggiunto Giordano – devono collaborare per gestire il flusso migratorio tra i due continenti”. L’attenzione è in particolare “per i rifugiati, i lavoratori, le donne, i bambini e gli studenti” mentre una questione delicata riguarda “la migrazione pastorale, cioè la presenza missionaria in Africa e l’attuale crescente numero di sacerdoti africani in Europa”.


TANZANIA E BURUNDI

Oltre le frontiere per curare le ferite dei conflitti e favorire la riconciliazione e la pace. “Attraverso la Commissione congiunta per i rifugiati delle Conferenze episcopali della Tanzania e del Burundi – ha raccontato mons. Paul Ruzoka, arcivescovo di Tabora in Tanzania – abbiamo intrapreso una cura pastorale sistematica sia per i rifugiati delle Regioni dei Grandi Laghi che vivono in Tanzania che per gli sfollati interni”.

Questa Commissione congiunta ha rappresentato “un punto di svolta poiché ha aperto un forum comune non solo nell’affrontare i problemi pastorali ma ha anche giocato un ruolo di difesa e ha messo i rifugiati in contatto con i propri paesi d’origine, in particolare il Burundi”.

Essa, inoltre, “ha assunto anche un ruolo di mediazione per ristabilire la pace come parte integrante della missione sacra della Chiesa che deve riunire i figli dispersi di Dio”.

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ZENIT Staff

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