Donare la vita per la Vita

XXXII Domenica del Tempo Ordinario, 8 novembre 2009

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di padre Angelo del Favero*

 

ROMA, venerdì, 6 novembre 2009 (ZENIT.org).- “Diceva loro nel suo insegnamento: ‘Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa’. Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una povera vedova, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: ‘In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere’” (Mc 12,38-44).

In quei giorni il profeta Elia si alzò e andò a Sarepta. Arrivato alle porte della città, ecco una vedova che raccoglieva legna. La chiamò e le disse: ‘Prendimi un po’ d’acqua in un vaso, perché io possa bere’ (…). La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia” (1Re 17,10-16).

Se in tasca c’è solo un centesimo di euro, corrispondente alla monetina di questa povera vedova, per sopravvivere è necessario mendicare il cibo e l’acqua. Senza un soldo, il serbatoio della vita, per così dire, segna sempre più rosso e la sopravvivenza ha i giorni contati, come è accaduto alla povera Eluana.

Forse ci chiediamo se Gesù, ammirata la generosità di questa donna, le abbia poi mandato un discepolo con qualche euro, secondo la promessa antica: “Egli sostiene l’orfano e la vedova(Sal 146,9). La risposta affermativa ci viene data altrove da Gesù stesso, quando esorta a non preoccuparci del fabbisogno materiale: il Padre celeste che veste l’erba del campo e nutre i passeri del cielo sa che ne abbiamo bisogno (Lc 12,30), anche se non può fisicamente sostituirsi ai loro fratelli nel soccorso concreto di ognuno di essi.

Ma il messaggio di oggi è un altro: non alla condizione sociale di questa vedova e alla sua indigenza dobbiamo guardare, ma al suo cuore esemplare. Nella sua umiliante condizione, infatti, essa si trova arricchita di una perla di gran valore: la carità divina. Per questo ha potuto dare prontamente“tutto quanto aveva per vivere” (è questa, per contrasto, un’indiretta definizione dell’io egoista), amando Dio “fino alla fine” (Gv 15,1), vale a dire fino ed oltre l’istinto naturale della propria sopravvivenza.

Perciò questa donna, che dona senza risparmiare nemmeno il suo “minimo vitale”, è una perfetta discepola del Signore che ha detto: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14,26).

Agli antipodi della vedova stanno quegli scribi e ricchi che Gesù osserva per primi: “amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi…i primi posti…pregano a lungo per farsi vedere” (Mc 12,38-40).

Nella loro vanità orgogliosa e superba, essi rappresentano coloro che sono talmente pieni di sé da compiere gesti apparentemente eroici, purché si sappia. La loro è una vera e propria sindrome bulimica: divorano senza posa il cibo grossolano e raffinato dell’ammirazione altrui, facendo l’impossibile per riempirsene il piatto. L’obesità del loro io è umanamente senza speranza, poiché vivono per “sopravvivere”, cioè per vivere al di sopra di tutti gli altri.

In tal modo, pur immersi in una fitta rete di relazioni, si autoescludono da autentici rapporti di amicizia, divenuti essi stessi zizzania di mormorazione e di divisione. In realtà, ognuno di noi deve sentirsi descritto in questo quadro, com’è vero che la nostra comune natura è congenitamente ferita da quel “peccato delle origini” (cfr Enciclica “Caritas in veritate”, n. 34), che consiste nella radicale non-povertà dell’io, pieno di sè.

Ma ecco la buona notizia di oggi: la Lettera agli Ebrei rivela che è proprio questo “il peccato” che Cristo è venuto ad annullare in ognuno di noi “mediante il sacrificio di se stesso”, (Eb 9,26), Lui che, essendo il Figlio innocente, “non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso” (potrei dire: si fece totalmente “vedovo”: cfr Fil 2,6-7), accettando per noi “una condanna più severa” di ogni condanna, la condanna dei maledetti da Dio costituita dalla crocifissione.

Sì, per la carità divina del suo cuore Egli divenne il Crocifisso, e: “Questo fu l’abbandono più desolante, a livello affettivo, da lui provato durante la sua vita. In esso, però, compì l’opera più grande di tutta la sua vita, quella che sorpassa i miracoli e ogni altro evento compiuto sulla terra e in cielo, cioè la riconciliazione del genere umano e la sua unione con Dio per mezzo della grazia. Tutto questo accadde nel tempo e nel momento in cui nostro Signore toccò il massimo dell’annientamento: nella stima degli uomini, che vedendolo morire, anziché apprezzarlo, si burlavano di lui; nella natura, per mezzo della quale si annientò morendo; nel sostegno e nel conforto spirituale del Padre, che in quella circostanza lo abbandonò, affinché pagasse interamente il debito e unisse l’uomo a Dio, lasciandolo annientato e ridotto quasi al nulla. Comprenda, perciò, l’uomo spirituale il mistero della porta e della via di Cristo per unirsi a Dio e sappia che quanto più per amor suo si annienterà, nelle sue parti sensitiva e spirituale, tanto più si unirà a Dio e più grande sarà la sua opera”(San Giovanni della Croce, “Salita del Monte Carmelo”, libro II, cap. 7, n° 11).

Anche la vedova incontrata oggi da Elia si comporta con l’estrema generosità di quella lodata da Gesù nel tempio (1Re 17,12). Ricordiamo che il contesto dell’episodio è quello della grande siccità che ha colpito tutta la terra, comandata da Elia stesso per punizione divina del popolo che ha abbandonato il Signore, fonte d’acqua viva.

Alla richiesta di pane ed acqua, la vedova di Sarepta risponde donando le due monetine rimaste: “Per la vita del Signore, tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a prepararla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo” (1Re 17,12). Il gesto di questa donna pagana sembra ancor più apprezzabile di quello della vedova ebrea: ella infatti ha un figlio da mantenere, che è più della sua stessa vita.

Come attualizziamo tutto ciò, oggi? Mi viene da collegare questa Parola alla recente sentenza della Corte europea che vorrebbe imporre di togliere il Crocifisso dall’Italia. Separandosi da Gesù Cristo, l’Europa (compreso il nostro Paese) è rimasta vedova dello Sposo che l’ha culturalmente e spiritualmente generata, condannandosi così a quella devastante siccità morale e spirituale che l’ha condotta a rinnegare non solamente la sua cultura cristiana, ma addirittura la legge naturale. Ha legalizzato l’omicidio dell’aborto e dell’eutanasia, ha dichiarato scelta di libertà il peccato abominevole delle unioni omosessuali e dell’ideologia del genere, ha stravolto la verità della famiglia distruggendo la stessa identità dei bambini.

L’Europa è una quercia millenaria i cui rappresentanti, accecati dalla menzogna idolatrica dello scientismo e del relativismo laicista, hanno mortalmente inquinato quelle
sue profonde e vitali radici che sono state generate dal Vangelo di Cristo. Di tutto ciò è prova la sentenza di Strasburgo, veramente folle e perversa, poiché la fede in Cristo crocifisso e risorto è la radice e il fondamento non solo della civiltà europea, ma del riconoscimento stesso della sacralità della vita umana e della sua inviolabilità.

Cristo infatti è l’unica verità dell’uomo, della sua dignità e della vita.

In Italia, la mano laicista che vorrebbe staccare oggi il Crocifisso ha cominciato ad allungarsi (e a staccarsi da Lui) il 22 maggio 1978, data di nascita della sciagurata legge 194, come fa capire in questo testo Giovanni Paolo II: “…la libertà rinnega se stessa, si autodistrugge e si dispone all’eliminazione dell’altro quando non riconosce e non rispetta più il suo costitutivo legame con la verità(“Evangelium vitae”, n° 19). E’ questa la verità della creazione in Cristo, che il Vangelo di Giovanni rivela così: “Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Gv 1,2).

Parlando dell’Europa Benedetto XVI ha scritto: “Il riconoscimento etico della sacralità della vita e l’impegno per il suo rispetto hanno bisogno della fede nella creazione come loro orizzonte: così come un bambino può aprirsi con fiducia all’amore se si sa amato e può svilupparsi e crescere se si sa seguito dallo sguardo d’amore dei suoi genitori, allo stesso modo anche noi riusciamo a guardare gli altri nel rispetto della loro dignità di persone se facciamo esperienza dello sguardo di amore di Dio su di noi, che ci rivela quanto è preziosa la nostra persona. Il cristianesimo è quella memoria dello sguardo di amore del Signore sull’uomo, nel quale sono custoditi la sua piena verità e la garanzia ultima della sua dignità.” (J. Ratzinger, “L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture”, p. 88-9).

Se l’uomo aprirà il cuore alla verità della sua creazione, verità che solo lo sguardo di fede al Crocifisso gli permette di riconoscere e rispettare integralmente, dal concepimento alla morte naturale, allora “la farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà” (1Re 17,16), vale a dire sarà risolta la tragedia mondiale della sopraffazione omicida della vita e di ogni ingiustizia: la fame, l’aborto, l’eutanasia e tutto ciò che offende e svilisce la dignità umana.

Coloro che continuano a fissare con i loro occhi e nello sguardo del cuore il Crocifisso, non hanno che un modo “per ottenere che la forza che viene dall’Alto faccia cadere i muri di inganni e di menzogne, che nascondono agli occhi di tanti nostri fratelli e sorelle la natura perversa di comportamenti e di leggi ostili alla vita, e apra i loro cuori a propositi e intenti ispirati alla civiltà della vita e dell’amore” (E.V., n. 100): imitare la povertà, la fede e la generosità della “povera vedova”.

L’impegno per la vita è una missione totale che chiede ad ognuno di gettare nel Tesoro “tutto il cuore, tutta l’anima, tutta la forza e tutta la mente” (Lc 10,27).

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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

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ZENIT Staff

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