La visita del Papa in Terra Santa suscita "molte speranze"

Afferma la caposezione di ACS di ritorno dalla regione

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KÖNIGSTEIN, giovedì, 7 maggio 2009 (ZENIT.org).- L’imminente visita di Benedetto XVI in Terra Santa suscita “molte speranze”, “forse anche troppe”, ha affermato Marie-Ange Siebrecht, caposezione dell’associazione caritativa cattolica internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), tornata domenica scorsa da un viaggio in Israele e nei Territori palestinesi.

In un’intervista ad ACS, la Siebrecht ha affermato che “le varie Chiese sono molto occupate con i preparativi” per il viaggio papale. “Com’è ovvio, l’arrivo del Santo Padre suscita allegria nei cristiani, e ne sono prova, ad esempio, i numerosi cartelloni esposti nelle strade per annunciare la sua visita”.

“A Nazareth si sta anche costruendo un anfiteatro per celebrarvi la Messa con il Santo Padre. Anche a Betlemme, nel campo di rifugiati di Aida, è stata avviata un’iniziativa simile, ma alla fine i responsabili hanno pensato che la tribuna fosse troppo vicina al muro che divide la Terra Santa, per cui hanno cambiato la posizione”.

Anche se ci sono “ancora molti piccoli problemi”, quindi, “la gente continua a lavorare nella speranza che la visita papale sia un successo”.

“Il Papa non potrà risolvere tutti i problemi”, ha riconosciuto la Siebrecht, osservando che Benedetto XVI “può solo dare una dimostrazione di buona volontà e cercare di parlare con i responsabili politici ed ecclesiali”.

“La sua intenzione principale è recarsi come pellegrino in Terra Santa e dire alla gente: ‘Sono con voi!'”, ha aggiunto.

Anche se “con la sua visita non riuscirà a far sì che venga abbattuto quel terribile muro”, “il semplice fatto di andare lì è già un segno importante”.

La Siebrecht ha quindi parlato della situazione dei cristiani nella regione. In Galilea, ha confessato, “è molto migliore che in Cisgiordania, ma ad ogni modo in Israele sono considerati persone di seconda classe, ovvero che non godono della stessa libertà che hanno gli altri israeliani. Ad esempio, non possono spostarsi come fanno altri cittadini”.

Nonostante questo, la comunità cristiana è viva: in Galilea ci sono ancora 73.000 cristiani greco-cattolici e le parrocchie sono “piene di vita, perché la gente contribuisce attivamente al loro mantenimento”.

I cristiani locali “non si limitano a chiedere”: aspettano aiuti, ma “sono anche disposti a mettere qualcosa di proprio, perché questi aiuti diano frutto”.

La situazione peggiore tra quelle verificate dalla Siebrecht riguarda Betlemme, dove “a causa del muro la gente vive come in un carcere: non può entrare né uscire. Si sente prigioniera, e lo è realmente!”.

Risentono di questa situazione difficile soprattutto le giovani coppie cristiane, ha constatato la caposezione di ACS, citando il caso di un ragazzo che ha un documento di identità per Gerusalemme e può andare a lavorare lì, mentre la moglie non può lasciare Betlemme per vivere con il marito, al quale dal canto suo non è permesso di risiedere a Betlemme.

“Come risultato, tutti tentano di risolvere i problemi con documenti falsi”, dichiara la Siebrecht, ricordando che “questa gente vive immersa nella paura, perché non sa se una sera non potrà tornare a casa, o se non potranno farlo i familiari quando finiscono di lavorare o tornano da una visita”.

In questo contesto drammatico, si spera che il Papa affronti la questione, così come quella della regolamentazione dei visti per le congregazioni cattoliche.

Attualmente si dibatte inoltre sulla possibilità che lo Stato di Israele chieda imposte alla Chiesa. Vari ebrei hanno detto alla Siebrecht: “Il nostro nuovo Governo è razzista”.

Nel corso della sua visita, la caposezione di ACS ha visitato alcuni progetti che l’organizzazione porta avanti in Terra Santa, come un centro pastorale per la Chiesa maronita e alcune sale parrocchiali per la Chiesa melchita, fondamentali “perché fa parte della mentalità dei fedeli riunirsi in esse per celebrare battesimi, comunioni, nozze e anche funerali”.

Allo stesso modo, si finanziano alcuni progetti di borse di studio per studenti di Teologia e futuri sacerdoti, la ricostruzione e il restauro di chiese e conventi, l’ampliamento del fondo della biblioteca universitaria di Betlemme. Si aiutano anche i cristiani di Betlemme a rendersi economicamente indipendenti attraverso la produzione di articoli in legno d’ulivo. Grazie a questo tipo di aiuto, “siamo riusciti a persuadere molti cristiani a non emigrare dalla Terra Santa”.

“I cristiani di Terra Santa ci chiedono soprattutto preghiere”, ha confessato la Siebrecht. “La preghiera è il contributo più importante che possiamo offrire da lontano”.

“Chi si reca in Terra Santa – ha concluso – non dovrebbe limitarsi a visitare i Luoghi Santi, ma anche le ‘pietre vive’, perché per queste persone è una grande gioia vedere che altri cristiani condividono la loro sofferenza”.

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ZENIT Staff

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