Dalla tomba della storia il comunismo colpisce ancora la Chiesa cattolica (Parte I)

ROMA, venerdì, 19 gennaio 2006 (ZENIT.org).- La nomina ad Arcivescovo di Varsavia e le successive dimissioni di monsignor Stanislaw Wielgus, accusato di aver collaborato con i servizi segreti del passato regime comunista polacco, hanno suscitato scalpore e perplessità.

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Per cercare di chiarire la storia e i retroscena dell’intricata vicenda, ZENIT propone una dettagliata analisi scritta dal giornalista polacco Wlodzimier Redzioch, che verrà pubblicata in lingua inglese sul numero di febbraio del mensile “Inside the Vatican”.

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Un po’ di storia per capire il presente

I mass media, analizzando tutto quello che succede oggi nella Chiesa polacca troppo spesso dimenticano che non si può capire il “caso Wielgus” senza ricordare che cosa è stato il comunismo. In Europa occidentale molti intellettuali e politici tacciono sugli orrori del totalitarismo comunista perché diversi tra loro sono simpatizzanti dell’ideologia marxista e leninista.

Per rendere l’idea di cosa significasse vivere sotto il regime comunista sovietico vorrei citare Peter Raina, uno dei massimi specialisti della storia contemporanea della Chiesa polacca. Ecco la sua breve analisi: “Uno degli scopi principali del totalitarismo comunista era la distruzione psicologica o l’eliminazione fisica degli oppositori”.

La persecuzione fisica consisteva nell’uso della violenza, compreso l’assassinio. Il terrore psicologico serviva a distruggere la personalità dell’uomo. A questo serviva la reclusione per lunghi anni nelle prigioni, spesso in completo isolamento. Ogni cittadino poteva trovarsi in una situazione “senza uscita”. Tutti dovevano essere coscienti che la loro vita privata, la carriera professionale e il futuro dipendevano dai Servizi di Sicurezza (in polacco Służby Bezpieczeństwa o SB).

L’apparato di sicurezza faceva parte della struttura del Ministero degli Interni (MSW), dove esisteva un dipartimento speciale, il cosiddetto Dipartimento IV, che si occupava specificamente della lotta contro la Chiesa (allora si parlava della lotta contro il “clero reazionario“). Esisteva anche uno speciale ufficio investigativo (biuro “C” ), che raccoglieva tutte le informazioni riguardanti le persone “sospette”.

I Servizi di Sicurezza usavano due metodi. Il primo metodo era la politica antiecclesiale delle autorità, per esempio: l’abolizione delle lezioni di religione nelle scuole, i divieti di organizzare delle cerimonie religiose, l’ostacolare l’uso dei mass media da parte della Chiesa. Il secondo metodo era molto più perfido, e consisteva nel terrorismo psicologico. I modi di terrorizzare i sacerdoti erano molteplici e vale la pena elencarne alcuni:

a) I sacerdoti più zelanti venivano accusati di attività contro lo Stato e di servizio al nemico imperialista. Successivamente venivano processati in spettacolari processi farsa che finivano con la pena capitale o lunghe pene di detenzione.

b) Si cercava di compromettere il sacerdote per poterlo ricattare. Era una prassi comune raccogliere tutte le informazioni possibili circa le abitudini di ogni sacerdote: se gli piacevano gli alcolici, le donne o se provava frustrazione nel suo lavoro. Spesso, s’impiegavano gli agenti-donne per creare qualche situazione compromettente per il sacerdote. Allora, potendo ricattare il sacerdote, gli si faceva una proposta di collaborazione con i Servizi. La collaborazione con gli SB consisteva nel fornire le informazioni circa la situazione in parrocchia, l’attività del parroco, il comportamento e le convinzioni del Vescovo ecc.

c) In ogni provincia funzionavano gli Uffici per le Confessioni Religiose (Urzad ds. Wyznań) legati ai Servizi Segreti, che controllavano le attività delle organizzazioni ecclesiastiche. Ogni qualvolta l’Episcopato Polacco pubblicava una Lettera pastorale contenente una critica del sistema comunista, ogni Vescovo locale veniva chiamato dal Presidente della provincia per un incontro durante il quale doveva dare spiegazioni e chiarimenti circa tale Lettera. In quelle occasioni i funzionari statali usavano il metodo della “carota e del bastone”: passavano dalle minacce alle offerte di aiuto, per esempio offrivano aiuto nella costruzione di una nuova chiesa, se il Vescovo avesse promesso di prendere le distanze dal Primate. Di solito i Vescovi rifiutavano qualsiasi collaborazione e per questo motivo le chiese non venivano costruite, la Guardia di finanza controllava con cattiveria i conti e le tasse delle parrocchie; i seminaristi venivano maltrattati durante il servizio militare obbligatorio.

d) La censura di Stato di solito limitava la tiratura delle riviste ecclesiastiche. L’aumento della tiratura dipendeva dalla decisione dell’impiegato dell’Ufficio per le Confessioni Religiose, che collaborava con i Servizi Segreti. Con i preti direttori o segretari delle riviste si usava il metodo che chiamerei: “Qualche cosa per qualche cosa”. Si prometteva di dare il permesso per aumentare la tiratura o di fornire più carta (allora la distribuzione della carta era completamente nelle mani dello Stato), se i responsabili delle riviste si impegnavano a fornire le informazioni riguardanti i membri della redazione. Certi responsabili, con il permesso verbale dei superiori, accettavano tali ricatti perché la possibilità di aumentare la tiratura della stampa religiosa veniva percepita come prioritaria.

e) Una delle armi di ricatto più usate dai Servizi Segreti era la concessione di un passaporto per poter viaggiare all’estero. Ogni cittadino che faceva richiesta di passaporto veniva invitato per un incontro presso gli uffici degli SB. Anche in questi casi valeva la regola “Qualche cosa per qualche cosa”: al cittadino veniva dato il passaporto se prometteva di fornire delle informazioni, e i Servizi volevano sapere tutto sulla gente. Ovviamente questa regola valeva anche per i sacerdoti che per poter andare a studiare all’estero (tanti sacerdoti sognavano di visitare Roma e di continuare gli studi nelle Università Pontificie) o per fare i missionari dovevano richiedere il passaporto. Di solito i sacerdoti raccontavano fatti senza nessun significato tanto per soddisfare in qualche modo gli ufficiali dei Servizi, che prendevano nota di tutto.

Raina sottolinea che malgrado le persecuzioni che si protraevano per lunghi anni, le autorità comuniste non sono riuscite né a distruggere la Chiesa cattolica, né a rompere i suoi legami con la nazione e il popolo, come hanno fatto con tante altre organizzazioni non comuniste. La ragione di questo fallimento era il radicamento profondo della Chiesa nella società polacca. I comunisti hanno fallito anche perché a capo della Chiesa in Polonia in questi anni difficili c’era il Cardinale Stefan Wyszyński, un grande pastore. Il suo atteggiamento verso il totalitarismo è diventato il simbolo della lotta contro il comunismo.

L’analisi del professor Raina aiuta a capire il meccanismo totalitario che cercava di fare dei sacerdoti polacchi (gli storici parlano del 10% del clero) “spie dei comunisti”. Ma bisogna richiamare anche un altro fatto che segna la fine del comunismo in Polonia e che in grande misura ha influenzato la vita politica del Paese nel periodo successivo. Nel 1989 il passaggio dal totalitarismo comunista alla vita democratica è avvenuto senza spargimento di sangue grazie all’accordo tra l’ala “riformista” del partito comunista e il movimento di “Solidarność”. Gli incontri patrocinati dalla Chiesa polacca si svolgevano intorno ad una grande tavola rotonda, cosicché accordi stipulati allora passeranno alla storia come gli “accordi della tavola rotonda”.

I comunisti cedevano il potere in cambio dell’impunità per i membri del partito e di tutto l’apparato dei Servizi di Sicurezza. Gli “accordi della tavola rotonda” hanno assicurato l’intoccabilità ai veri organizzatori e carnefici dello Stato totalitario ed anche ai fedeli servi del regime comunista: giudici, giornalisti, professori, gente di cultura ecc. Questa politica introdotta dal governo del Premier Tadeusz Mazowiecki è stata chiamata la politica della “grossa linea” (in polacco “gruba
kreska”), che stava a simboleggiare la rottura con il passato. La regola d’impunità veniva rispettata anche quando si è deciso di aprire gli archivi dei servizi di sicurezza per dare la possibilità alle vittime del regime di consultare i loro dossier. A questa assurda situazione alludeva il Primate Josef Glemp quando nell’omelia del 7 gennaio diceva che, mentre un sacerdote è sottoposto al giudizio sommario, rimangono impuniti “decine di migliaia di membri dei vecchi servizi segreti, che oggi hanno buoni impieghi”, e anche il Cardinal Tarcisio Bertone il quale ha auspicato che si faccia la verifica del passato anche dei politici.

Il linciaggio mediatico

I primi che hanno “approfittato” della possibilità di accedere agli archivi dei servizi di sicurezza non sono stati i perseguitati e gli storici ma alcuni giornalisti. E stranamente questi giornalisti si sono interessati soltanto delle carte riguardanti il clero. Per questo motivo l’opinione pubblica, non soltanto in Polonia ma in tutto il mondo, invece di sentire le storie dei carnefici e dei fedeli servi del regime comunista ha cominciato ad essere informata circa la presunta collaborazione del clero polacco con i servizi di sicurezza. E’ stata così capovolta la prospettiva storica e i sacerdoti polacchi, le prime vittime del regime, sono stati presentati come spie e collaborazionisti. La Chiesa martire polacca, per 50 anni baluardo della libertà contro il comunismo, è stata additata come traditrice. Per di più analizzando i fatti si ha l’impressione che tutto sia stato orchestrato da molto tempo e che il piano di attacco venga eseguito con un’impressionante precisione.

Veniamo allora ai fatti: il primo attacco contro un sacerdote è stato sferrato subito dopo la morte di Giovanni Paolo II e ha colpito un domenicano polacco Konrad Hejmo, il responsabile dell’accoglienza dei pellegrini polacchi in Vaticano, associato nell’immaginario collettivo al Santo Padre. Il secondo attacco è legato alla visita di Benedetto XVI in Polonia; subito dopo un sacerdote di Cracovia Isakowicz-Zaleski ha tirato fuori, con una grande amplificazione mediatica, le sue accuse contro un gruppo di sacerdoti della diocesi vicini a Karol Wojtyła e al Cardinale Stanisław Dziwisz ed ha annunciato la pubblicazione di un libro su questo argomento.

Nelle ultime settimane stiamo assistendo ad un altro capitolo della vicenda: questa volta l’attacco è legato alla nomina del nuovo Arcivescovo della capitale polacca, la più prestigiosa carica ecclesiastica del Paese. La scelta di tirar fuori dai milioni di documenti conservati negli archivi quelli che possono colpire di più la Chiesa polacca, proprio quando tutta la nazione si stringe intorno ad Essa e cresce lo spirito religioso (morte di Giovanni Paolo II, visita di Benedetto XVI, nomina dell’arcivescovo di Varsavia), sembra ben calcolata.

A questo proposito il comunicato del Direttore della Sala Stampa della Santa Sede contiene un frase inequivocabile: “A tanti anni di distanza dalla fine del regime comunista, venuta a mancare la grande e inattaccabile figura di Papa Giovanni Paolo II, l’attuale ondata di attacchi alla Chiesa cattolica in Polonia, più che di una sincera ricerca di trasparenza e di verità, ha molti aspetti di una strana alleanza fra i persecutori di un tempo ed altri suoi avversari e di una vendetta da parte di chi, nel passato, l’aveva perseguitata ed è stato sconfitto dalla fede e dalla voglia di libertà del popolo polacco”. Successivamente, padre Federico Lombardi ha commentato realisticamente: “E’ bene osservare che il caso di monsignor Wielgus non è il primo e probabilmente non sarà l’ultimo caso di attacco alle personalità della Chiesa in base alla documentazione dei servizi del passato regime”.

[Domenica, la seconda parte]

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ZENIT Staff

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