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La Gran Bretagna non cambia le regole delle consulenze pre-aborto

Un studio conferma che l’aborto può provocare problemi di salute mentale nella donna

di Paul De Maeyer

ROMA, domenica, 11 settembre 2011 (ZENIT.org).- Con una schiacciante maggioranza di 368 voti contro 118, la Camera dei Comuni del Parlamento di Londra ha respinto mercoledì 7 settembre un emendamento allo Health and Social Care Bill 2011, che mirava a garantire alle donne che pensano a un aborto di ricevere una consulenza “indipendente”. Se fosse stata approvata, l’iniziativa sarebbe stata il primo piccolo passo avanti nella difesa della vita non ancora nata dal 1990, quando il Parlamento abbassò il limite legale per abortire dalla 28ma alla 24ma settimana della gravidanza.

A presentare l’emendamento sono stati il deputato laburista Frank Field, il quale ha ritirato però il suo appoggio, e la sua collega del Partito conservatore (Tories) per il collegio elettorale del Mid Bedfordshire (a nord di Londra) Nadine Dorries, che come ex infermiera si batte per ridurre in Gran Bretagna l’elevato numero di aborti (circa 200.000 all’anno). Durante la sua carriera professionale, la Dorries ha assistito a due aborti falliti, un’esperienza che ha segnato profondamente la sua vita.

L’obiettivo dell’iniziativa era cambiare le procedure delle consulenza pre-aborto, assicurando alle donne un servizio “indipendente”, cioè attraverso strutture che non abbiano un interesse economico nel promuovere l’interruzione della gravidanza. Come ricorda la BBC (3 settembre), le attuali norme prevedono che le donne in cerca di un aborto debbano ottenere il via libera da due medici, che può essere ottenuto tramite il Servizio sanitario nazionale (NHS) o uno studio di medicina di base o – in alternativa – tramite un’organizzazione privata convenzionata con l’NHS, il British Pregnancy Advisory Service (BPAS) e Marie Stopes International (MSI).

L’emendamento della Dorries mirava proprio ad escludere dalla procedura di consulenza le grandi agenzie. Secondo la Dorries, sia il BPAS che Marie Stopes, che sono infatti i più grandi cosiddetti “abortion providers” della Gran Bretagna, non sono per nulla disinteressati nell’esito del “counselling”: ricevono dall’NHS ogni anno decine di milioni di sterline per le interruzioni della gravidanza realizzate. “Si potrebbe affermare, quindi, che hanno un interesse consolidato a mantenere l’attuale elevato livello di aborti”, ha scritto la deputata sul Daily Mail (31 agosto). “Per questo è impossibile avere fiducia nella loro capacità di fornire una consulenza veramente indipendente”.

Da parte sua, il BPAS ha respinto l’accusa di essere parte interessata, anche se – come ricorda il Catholic Herald (30 marzo) – solo un quinto circa delle donne che si rivolgono all’agenzia privata decide poi di portare avanti la sua gravidanza. Nel suo rapporto 2010 ai British Charity Commissioners, il BPAS ha dichiarato del resto che la “nostra principale priorità nel prossimo anno è quella di ‘far crescere’ i nostri affari” (The Irish Times, 3 settembre).

Sempre sul Daily Mail del 31 agosto, la deputata ha scritto di opporsi “con veemenza agli abusi che hanno potuto diffondersi lentamente nel sistema attuale, in cui l’aborto su richiesta è diventato una realtà”. E gli abusi esistono, come confermano i dati pubblicati quest’estate dal dipartimento della Salute dopo una battaglia legale vinta davanti all’Alta Corte dall’associazione ProLife Alliance, che ne richiedeva la diffusione. I dati, ripresi dal Daily Mail (5 luglio), rivelano ad esempio che su un totale di 189.574 aborti sono stati eliminati l’anno scorso in Inghilterra e Galles 2.290 feti perché presentavano un difetto genetico o handicap, di cui 147 oltre il limite legale della 24ma settimana di gravidanza. Di questi aborti “terapeutici”, 482 erano motivati dalla presenza della sindrome di Down (trisomia 21) e 7 dalla presenza di labbro leporino e di palatoschisi (un difetto curabile chirurgicamente). Nel 2010 sono stati registrati anche 3.718 aborti tra ragazze con meno di 16 anni, vale a dire al di sotto dell’età del consenso.

Anche se tre membri del Governo hanno votato a favore dell’emendamento (il Ministro al Lavoro e alle Pensioni, Ian Duncan Smith, il suo collega alla Difesa, Liam Fox, e il Ministro per l’Irlanda del Nord, Owen Paterson), il “no” da parte dell’esecutivo ha contribuito ad affondare la proposta. Il Primo Ministro conservatore David Cameron era all’inizio favorevole, ma ha poi cambiato posizione “per salvare la stabilità della coalizione” con i Liberaldemocratici (LDP) di Nick Clegg, come ha spiegato un membro del gabinetto alla Dorries (The Daily Mail, 4 settembre).

Il voltafaccia di Cameron ha causato vivo scontento tra i ranghi di conservatori, che lo accusano di essere “smidollato” e di cedere in molti dossier alle pressioni del suo vice premier, cioè Nick Clegg. “Lei non pensa che sia ora di dire al vice Primo Ministro chi è il capo?”, ha chiesto la Dorries il giorno della votazione in aula a Cameron (The Financial Times, 7 settembre).

Emblematica è stata l’attuazione del Ministro della Salute, Anne Milton. Anche se la titolare del dipartimento ha promesso di avviare una consultazione sul tema, ha mandato con una mossa “senza precedenti” (The Guardian, 2 settembre) una email a tutti i membri del Parlamento, spiegando la posizione contraria del Governo. “Sulla questione di impedire ai servizi abortisti di offrire consulenza non siamo d’accordo con l’emendamento. Se costretti al voto, i miei colleghi ministeriali presso il dipartimento della Salute ed io voteremo contro”, ha scritto la Milton. “Questo perché gli emendamenti escludono i servizi abortisti esistenti dall’offrire consulenza”.

L’accoglienza dell’emendamento da parte dei movimenti pro-vita è stata definita “tiepida” dal Catholic Herald (7 settembre). La Society for the Protection of Unborn Children (SPUC) aveva annunciato di non poter appoggiare l’iniziativa perché non c’era alcuna prova che ne dimostrasse l’efficacia. Il testo dell’emendamento non ha convinto neppure Olivia Darby della ProLife Alliance, la quale ha dichiarato di aspettarsi di più dalla consultazione annunciata dal Ministro della Salute.

Per Damian Thompson, la bocciatura dell’emendamento mette a nudo i limiti dei movimenti pro-vita. “Anche se ci sono più deputati pro-vita in Parlamento di quanti ce ne siano stati in molti anni, gli oppositori all’aborto non riescono a ritagliarsi una nicchia comune per cambiare la legge per affrontare lo scandalo degli aborti tardivi in Gran Bretagna”, ha osservato sul Daily Telegraph (7 settembre). E secondo l’autore, questo non può destare sorpresa: le due maggiori organizzazioni pro-vita del Paese non si parlano (o quasi) e non hanno la minima idea di pubbliche relazioni.

Per Cristina Odone, sempre sul Telegraph (3 settembre), la Dorries ha certamente peccato di ingenuità, pensando erroneamente di poter “restare sotto il radar” con la sua iniziativa. Ma il dibattito non è per nulla finito. Grazie al progresso scientifico e tecnologico, soprattutto nel campo delle ecografie prenatali, la gente ha capito che il mantra dei “pro-choice”, secondo il quale il feto è solo una massa gelatinosa, è superato. “Nadine Dorries può aver perso la battaglia, ma i pro-choice irriducibili stanno perdendo la guerra”, conclude la Odone.

Alla fine, resta l’impressione che la Dorries abbia fatto poco per assicurarsi il sostegno dei gruppi pro-vita. Non solo il suo emendamento presentava delle pecche, ma la deputata stessa si è rivelata un ostacolo. Anche se lotta già da anni con coraggio per abbassare ulteriormente il limite entro il quale si può legalmente abortire in Gran Bretagna e ha ricevuto (e continua a ricevere) anche delle minacce di morte a causa del suo impegno, non ha smesso di ricordare che la sua opposizione all’aborto non è assoluta ma relativa. Anzi, sul Daily Mail (31 agosto) ha ribadito di essere “pro-choice, per i diritti delle donne” e di “appoggiare pienamente” la legalizzazione dell’aborto nel suo Paese, entrata in vigore il 27 aprile 1968. Dichiarazioni che senz’altro avranno fatto aggrottare qualche sopracciglio…

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