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Jesús Aníbal Gómez Gómez, un nuovo beato per la Colombia

Il seminarista claretiano morì martire in Spagna nel 1936

di Carmen Elena Villa

ROMA, lunedì, 30 agosto 2010 (ZENIT.org).- “Sei venuto da tanto lontano per diventare sacerdote?”, fu la domanda che un miliziano pose a Jesús Anibal Gómez Gómez prima di assassinarlo. “Sì, signore, e con grande onore”, rispose. “Se sei sacerdote, scendi con tutti”, ordinò il miliziano.

Jesús Aníbal, insieme ad altri compagni, venne ucciso alla stazione ferroviaria di Fernancaballero, un piccolo paese della provincia spagnola di Ciudad Real. Saranno beatificati prossimamente.

Non si conosce ancora la data. Il decreto in cui si attesta il martirio di questi seminaristi è stato approvato da Papa Benedetto XVI il 1° luglio scorso.

“Abbiamo voluto sottolineare la figura di Jesús Aníbal perché è l’unico martire sudamericano tra i 270 religiosi della nostra comunità morti durante la persecuzione religiosa spagnola del 1936”, ha detto a ZENIT il postulatore della causa di questi martiri, padre Vicente Pecharromán.

Il futuro beato visse un anno in Spagna, dove sperava di terminare gli studi di Teologia per essere ordinato sacerdote della Congregazione dei Missionari Figli del Cuore Immacolato della Beata Vergine Maria (Missionari claretiani).

Cammino verso il sacerdozio

Jesús Aníbal era l’ultimo di 14 figli. Nacque nel 1914 in una casa campestre di Tarso, un paese che oggi ha 7.000 abitanti ed è incastonato nella cordigliera occidentale colombiana. Nel parco principale della località, nel 1962 è stata eretta una statua in suo onore.

“Entrò nel seminario minore ad appena 11 anni. Era amato per la sua innocenza, la sua allegria, perché era il piccolo di casa”, ha segnalato il suo biografo, Carlos E. Mesa CMF, nel libro “Jesús Aníbal, testigo de sangre” (“Jesús Aníbal, testimone di sangue”, edizioni e libreria conulsa, Madrid).

Sensibilità e una forte vita interiore, così come l’affetto per la sua famiglia e la nostalgia per la terra natale, sono le qualità che quanti lo conoscevano sottolineavano maggiormente. Studiò a Bogotà fino al 1931, quando si trasferì a Zipaquirá, a 4 chilometri dalla capitale, dove i Claretiani avevano una casa.

Nel 1935 ricevette una notizia che avrebbe cambiato la sua vita e che accolse con grande gioia: doveva recarsi in Spagna per la sua ordinazione sacerdotale. Arrivato lì iniziò a studiare assiduamente i libri del secolo d’oro spagnolo, di Santa Teresa di Gesù, Luis de León, Luis di Granada.

“Se volete sapere qualcosa di me, fate una visita a Gesù sacramentato e mi troverete lì”, scrisse in una lettera ai suoi genitori.

Tra studio e preghiere, Jesús Aníbal scriveva su un quaderno alcune determinazioni concrete per la sua lotta spirituale: “Considerare la mia meditazione come la base della vita interiore di unione con Gesù”. “Disponga secondo la sua santà volontà, considererò la Comunione il punto fondamentale della mia vita”, si legge nei suoi scritti.

Il giovane seminarista arrivò in un primo tempo a Segovia, dove rimase poco tempo visto che il clima non giovava alla sinusite cronica di cui soffriva. Si trasferì dunque nella Spagna del sud: “Penso sempre con grande consolazione che Nostro Signore ha progetti molto amorevoli e speciali per me”, scriveva.

Si recò così a Zafra, in Estremadura, quasi al confine con il Portogallo. Alla fine dell’aprile 1936 il clima di violenza iniziò ad acuirsi, motivo per il quale i seminaristi e i teologi claretiani vennero spostati a Ciudad Real.

“La nuova Comunità, formata all’improvviso, era composta da 8 sacerdoti, 30 studenti e 9 Fratelli Missionari. Di tutti questi, 27 termineranno la loro vita col martirio”, ha detto il postulatore.

Padre Pecharromán ha riferito che i seminaristi “ripresero con grande serietà gli studi, senza dispensarsi da alcun obbligo della vita religiosa. Chiusi in quel palazzone incastonato nella città, non uscirono mai di casa nei circa tre mesi in cui rimasero lì, a causa dell’ambiente prerivoluzionario che si respirava”.

“Non abbiamo un orto, e per il bagno ci arrangiamo in qualche modo”, scriveva Jesús Aníbal ai suoi genitori. “Non siamo usciti neanche una volta da quando siamo arrivati; osserviamo una clausura strettamente papale, richiesta dalle circostanze”.

Il superiore riuscì a far sì che i religiosi ottenessero un salvacondotto per andare a Madrid, e così intrapresero il viaggio verso la capitale. “Impiegarono poco tempo a fare la loro povera valigia, che non conteneva neanche l’indispensabile (…). Si congedarono da quanti restavano lì. Buon viaggio!”, ha detto padre Pecharromán.

I miliziani, però, non rispettarono il salvacondotto e arrivarono alla stazione di Fernancaballero. “Ordinarono ai frati di scendere, dicendo che erano arrivati a destinazione. Alcuni scesero volontariamente dicendo: sia fatta la volontà di Dio, moriremo per Cristo e per la Spagna. Altri opponevano resistenza, ma li costrinsero a scendere con il retro dei fucili”, ha raccontato uno dei testimoni dell’omicidio.

“I miliziani si misero accanto al treno e i frati davanti a loro. Alcuni dei religiosi stesero le braccia gridando ‘Viva Cristo Re e viva la Spagna!’, altri si coprivano il volto”, ha aggiunto.

Né il passaporto colombiano né la protezione che gli aveva offerto il consolato di questo Paese a Segovia salvarono la vita di Jesús Aníbal, che morì assassinato solo per il fatto di essere seminarista.

Jesús Aníbal Gómez Gómez diventerà il decimo beato colombiano. Attualmente sono giunti agli onori degli altari sette martiri dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, anch’essi uccisi in Spagna. La Colombia conta anche sui beati padre Mariano de Jesús Euse Hoyos e madre Laura Montoya Upegui.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]

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