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Il ritorno alla medicina umanistica

di Giuseppina Marongiu

ROMA, mercoledì, 23 luglio 2010 (ZENIT.org).- Il testo “Medical Humanities. Percorsi di ricerca propedeutici alla bioetica”, (edizioni De Ferrari, Genova 2009, pp. 252) nasce come una raccolta di articoli e contributi vari elaborati dall’autore, Luca M. Bucci, lungo il corso della sua attività di studio e di insegnamento universitario.

In questa raccolta l’autore propone all’attenzione dei lettori una serie di temi molto attuali nel campo della bioetica.

Il libro si compone di due parti. Nei sette capitoli della prima parte si trovano temi di bioetica fondamentale: vengono, infatti, offerti alcuni spunti filosofici e teologici attinenti la riflessione sulla malattia, sul dolore, sulla sofferenza dell’innocente, sulla storia della bioetica a partire dalla deontologia della professione medica. È questa, nelle intenzioni di Bucci, la parte fondativa di tutto il percorso che va sviluppando.

I dieci capitoli della seconda parte affrontano temi di bioetica speciale e clinica, offrendo alcuni esempi di applicazione dei fondamenti esaminati nella prima parte, quali la clonazione procreativa e terapeutica, la fecondazione assistita, la terapia genica in oncologia, l’eutanasia.

Volutamente la trattazione degli argomenti non è esaustiva perché si vuole invitare il lettore a sviluppare ulteriori riflessioni e approfondimenti. A tale scopo ogni singolo capitolo è corredato di un apparato critico in nota e di una bibliografia basilare. Oltre a ciò, l’autore non pone alcuna sintesi conclusiva al termine di questa raccolta.

È possibile ravvisare nella spiegazione riguardante la scelta del titolo, che Bucci fornisce nell’Introduzione, il trade d’union di questa selezione di temi. Egli, infatti, afferma che l’opzione per un vocabolo anglosassone (“Humanities”), ritenuto più efficace rispetto al più generico equivalente italiano “Scienze Umane”, vuole “insistere sul fatto che questa “Humanitas” debba rinascere e crescere in ambito medico-scientifico” (cfr. p. 19).

Lo stile dei contributi conserva una forma dal periodare agile, divulgativo, a tratti addirittura schematico. Ci sembra, tuttavia, che nella prima parte il formato di articolo non faciliti, soprattutto per il lettore non molto addentro ai contenuti della teologia, l’emergere di un concetto sul quale invece Bucci ritorna diverse volte in queste pagine e che, quindi, rimane frammentato pur rappresentando per lui un’idea-chiave.

Intendiamo riferirci a quella novità messianica individuata nell’emergere del motivo teologico del “Christus Medicus” che “porta con sé una modificazione del comportamento nei confronti dell’uomo malato e dunque rappresenta una novità sia per la tradizione giudeo-farisaica, sia per la cultura greco-ellenistica” (cfr. p. 40).

È questa novità apportata dal Cristo che ingenera il superamento di una mentalità, antica di secoli, riguardo alla malattia intesa come conseguenza diretta e sanzionatoria di colpe commesse dall’individuo.

Il malato non è un estromesso dalla comunità, ma un uomo che attende di esservi reintegrato, e la sua cura non ha ragioni primariamente utilitaristiche o filantropiche, ma ha sua ragion d’essere nella Carità del Figlio di Dio che ha dato se stesso per la salvezza di ogni uomo. L’esercizio della pratica medica è prendere parte appieno all’opera di salvezza di Cristo: “si tratta di un annuncio della salvezza attraverso la carità” (cfr. p. 40).

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