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Il Card. Arinze critica i giochi di parole nel dibattito sull’aborto

FRONT ROYAL (Virginia, Stati Uniti), giovedì, 14 luglio 2011 (ZENIT.org).- Il Presidente emerito della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti sostiene che nel dibattito sull’aborto bisognerebbe parlare chiaro.

Il Cardinale Francis Arinze lo ha affermato sabato scorso durante una conferenza sulla bioetica ospitata dal Christendom College di Front Royal alla quale hanno partecipato, oltre al porporato, anche il Vescovo Robert Morlino di Madison (Wisconsin), l’autrice Janet Smith e padre Tadeusz Pacholczyk.

Il Cardinal Arinze ha osservato quanto i diritti umani fondamentali siano inviolabili perché sono dati da Dio e sono inerenti alla persona umana.

“Se una persona viene uccisa, a che le servono tutti gli altri diritti?”, ha chiesto. “Alcuni dicono ‘Personalmente sono contro l’aborto, ma non imporrò la mia visione agli altri’. E’ come dire ‘Alcuni vogliono sparare a tutti voi al Senato e alla Camera dei Rappresentanti, ma io non imporrò loro i miei punti di vista’”.

“Non è altamente illogico per alcune persone parlare di balene, scimpanzè e alberi come ‘specie in pericolo’ che devono essere preservate – e se si tortura un cane in certi Paesi si viene portati in tribunale per crudeltà verso gli animali – mentre l’assassinio di bambini non nati viene definito ‘pro-choice’ anziché ciò che è, ovvero un omicidio? Bisogna dire pane al pane e vino al vino”.

L’autrice Janet Smith ha affrontato invece la questione della contraccezione. Usando la filosofia del personalismo contenuta nella teologia del corpo del beato Giovanni Paolo II, ha spiegato gli effetti dannosi della contraccezione sulla relazione sponsale.

“Avere relazioni sponsali con una persona e non essere aperti ad avere un figlio con quella persona negherebbe la realtà per cui il rapporto sessuale porta a relazioni che durano una vita”, ha detto. “Dovrebbe essere qualcosa per cui si gioisce, non una cosa vista come una punizione per il fatto di avere rapporti sponsali”.

Padre Tadeusz Pacholczyk, del National Catholic Bioethics Center, ha invece parlato della ricerca sulle cellule staminali embrionali.

La pubblicità di Hollywood, la curiosità scientifica e la ricerca di lucro sono gli elementi che fanno sì che la distruzione di embrioni per ottenere cellule staminali sia finanziata e attiva, ha affermato.

Il sacerdote ha sottolineato l’ironia di una legge statunitense del 1940 che difende non solo l’aquila di mare dalla testa bianca, ma anche il suo uovo.

“Se riteniamo che distruggere un uovo d’aquila sia un male come distruggere un’aquila, perché non riusciamo a pensare lo stesso quando si tratta di vita umana?”, ha chiesto.

Il Vescovo Morlino ha poi proseguito la discussione con una presentazione sul diritto naturale e le discussioni sul fine vita.

“Ogni caso di malattia terminale o di una persona moribonda è unico”, ha dichiarato.

“Le valutazioni non sono difficili da fare, è la comunicazione pastorale ad essere difficile. Se la persona non si sente un peso per gli altri e non lo è, l’approccio pastorale alla comunicazione della verità è molto più semplice”.

Lorna Cvetkovich, del Tepeyac Family Center, ha quindi discusso le sfide che devono affrontare i cattolici che praticano la medicina.

“Nella nostra società, l’80% delle donne ha usato pillole anticoncezionali. Se si hanno più di 35 anni  e si ha un figlio, c’è una possibilità del 50%-60% che si sia stati sterilizzati, e la percentuale di gravidanze con la fecondazione in vitro aumenta ogni anno”, ha sottolineato. “Dobbiamo affrontare molte cose”.

I professionisti medici cattolici, ha indicato, devono preoccuparsi non solo delle questioni relative alla salute riproduttiva, ma anche delle pratiche della ricerca. Una sfida per la professione medica è capire e riconoscere quando l’ideologia ha battuto l’ideale scientifico.

“Molti dati e varie ricerche hanno mostrato che l’aborto aumenta il rischio di cancro al seno”, ha commentato. “Perché lo si nasconde? In passato potevammo confidare nel fatto che la gente avesse la volontà di compiere ricerche positive”.

Concludendo, la Cvetkovich ha confessato di temere per il futuro della medicina cattolica:  “Dovremo scegliere tra praticare una medicina anti-ippocratica e pro-choice e praticarne una ippocratica, cattolica, pro-vita e perdere il nostro lavoro”.

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